| Palestina | Articolo | ||||
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| 3. | Storia |
I primi abitanti della Palestina di cui si ha notizia furono i cananei, che durante il III millennio a.C. si organizzarono in città-stato, fra le quali grande importanza ebbe Gerico. Essi svilupparono un alfabeto dal quale derivarono altre forme di scrittura e professarono una fede destinata a influenzare profondamente le religioni ebraica, cristiana e islamica.
Grazie alla posizione strategica al centro di rotte che collegavano tre continenti, la Palestina divenne non solo punto d’incontro di culture e religioni provenienti da Egitto, Siria, Mesopotamia e Asia Minore, ma anche un territorio ambito dagli imperi confinanti.
Nel corso del II millennio a.C. la regione fu sotto la giurisdizione egiziana e popoli diversi, quali gli amorrei (o amorriti), gli ittiti e gli hurriti si insediarono nel territorio integrandosi ai cananei. Non appena il dominio degli egizi iniziò a indebolirsi, dopo il XIV secolo a.C., altri popoli vi si stanziarono: tra questi, gli ebrei, un gruppo di tribù semitiche nomadi, e i filistei, un popolo egeo dal quale la regione avrebbe preso il nome.
| 1. | Gli ebrei |
Verso il 1125 a.C. gli ebrei sconfissero i cananei. La minaccia rappresentata dai filistei, che avevano creato uno stato indipendente lungo la costa meridionale della Palestina, spinse gli ebrei a unirsi intorno a una monarchia e con Davide, il grande re d’Israele, dopo il 1000 a.C. crearono un vasto stato indipendente con capitale Gerusalemme. Durante il regno di Salomone, figlio di Davide, Israele ebbe un periodo di pace e prosperità che si interruppe con la morte del sovrano: il regno venne allora diviso in Israele, a nord, e Giudea, a sud. Tra il 722 e il 721 a.C. Israele fece parte dell’Assiria, mentre il regno di Giudea fu conquistato nel 586 a.C. dai babilonesi, che distrussero Gerusalemme e costrinsero gli ebrei all’esilio.
Quando Ciro il Grande di Persia conquistò Babilonia nel 539 a.C., gli ebrei tornarono in Giudea e fu concessa loro una notevole autonomia. Ricostruirono le mura di Gerusalemme e codificarono la legge mosaica, la Torah, destinata a guidare la vita sociale e religiosa della comunità.
| 2. | Il periodo ellenistico-romano |
Ai persiani si sostituirono i greci (dopo che Alessandro Magno, nel 333 a.C., ebbe conquistato la regione) e a questi i Tolomei d’Egitto e i Seleucidi di Siria, che tentarono di imporre cultura e religione ellenistiche. Nel II secolo a.C., guidati dai Maccabei, i giudei si ribellarono e instaurarono uno stato indipendente (141-63 a.C.), che durò fino a quando Roma conquistò la Palestina e ne fece una provincia governata da re ebrei. Durante il regno (37-4 a.C.) di Erode il Grande nacque Gesù.
Dopo le due rivolte giudaiche contro la romanizzazione della regione (la prima nel 66-67, a seguito della quale i romani distrussero Gerusalemme, e la seconda, nel 131-135, guidata da Simon Bar Kokeba) la Palestina fu chiamata Syria Palaestina e Gerusalemme Aelia Capitolina; in questo periodo ebbe inizio la diaspora ebraica.
| 3. | Il dominio islamico |
L’editto di Milano, emanato dall’imperatore romano Costantino il Grande nel 313 d.C., favorì la diffusione del cristianesimo in Palestina; la regione divenne quindi il centro del pellegrinaggio cristiano. Il dominio romano d’Oriente, interrotto da una breve occupazione persiana (614-629), terminò del tutto quando gli arabi presero Gerusalemme nel 638.
Gerusalemme divenne la terza città santa dell’Islam: in origine fu scelta come qibla (la direzione verso cui si rivolgono i musulmani nell’atto della preghiera), poiché si riteneva che Maometto fosse asceso al cielo nei pressi del tempio di Salomone, dove in seguito venne eretta la Cupola della Roccia.
I musulmani non imposero la loro religione e passò più di un secolo prima che la Palestina si convertisse all’Islam. A cristiani ed ebrei fu concessa autonomia e fu garantita loro la libertà di culto. Sotto gli Omayyadi e gli Abbasidi e, in misura minore, sotto i Fatimidi, la Palestina visse un periodo di prosperità.
L’intolleranza religiosa dei Selgiuchidi, invece, provocò la reazione degli stati europei (vedi Crociate), che istituirono il Regno latino di Gerusalemme.
Caduta sotto il dominio dei mamelucchi durante il XIII secolo, la Palestina visse due secoli di declino.
| 4. | La dominazione ottomana |
L’impero ottomano sconfisse i mamelucchi nel 1517 e, con qualche interruzione, governò la Palestina fino al 1917-18. Il paese fu diviso in distretti (sangiaccati), amministrati perlopiù da palestinesi arabizzati. Alle comunità cristiane ed ebree fu concessa una notevole autonomia.
Fino al XVI secolo la Palestina conobbe un periodo di grande sviluppo economico e sociale, condividendo in seguito il declino dell’impero ottomano. Nell’Ottocento iniziò la penetrazione europea della regione, rivolta alla ricerca di materie prime e di nuovi mercati. Caduta nel 1831 sotto il dominio dell’Egitto di Muhammad Alì, la Palestina tornò nel 1840 all’impero ottomano grazie all’intervento delle potenze europee. Verso il 1880, per opera di imprenditori tedeschi ed ebrei, fece la sua comparsa nella regione la prima industria moderna.
| 5. | Il mandato coloniale britannico |
Verso la fine del XIX secolo, il diffondersi dell’antisemitismo in Europa (in particolare in Russia, ma anche in altri paesi, come ad esempio in Francia con l’affare Dreyfuss) spinse un numero sempre maggiore di ebrei a trasferirsi in Palestina. La colonizzazione ebraica della Palestina fu incoraggiata e sostenuta dal movimento sionista soprattutto dopo il 1896, anno in cui Theodor Herzl pubblicò il libro Lo stato ebraico. Alla vigilia della prima guerra mondiale, la comunità ebraica in Palestina contava circa 57.000 membri (su una popolazione complessiva di circa 700.000 abitanti). I continui arrivi e il massiccio acquisto di terre da parte degli ebrei allarmarono la popolazione araba.
Durante la prima guerra mondiale, all’approssimarsi del definitivo tramonto dell’impero ottomano, la Palestina venne coinvolta con tutto il Medio Oriente nei giochi delle grandi potenze europee. L’obiettivo di Gran Bretagna, Francia e Russia era quello di spartirsi la regione una volta battuto l’impero ottomano. Nel contempo, la Gran Bretagna promise l’indipendenza agli arabi (in cambio di una loro partecipazione al conflitto), ma anche, con la dichiarazione di Balfour (1917), un “focolare nazionale” in Palestina al movimento sionista.
La Gran Bretagna si ritrovò così a dover conciliare le contraddittorie promesse fatte agli arabi e agli ebrei, e mentre il movimento sionista spingeva per un’immigrazione su grande scala, gli arabi, nel timore di essere estromessi dalla Palestina, contestavano la promessa fatta dai britannici agli ebrei. Nel 1922, ottenuto il mandato coloniale dalla Società delle Nazioni, la Gran Bretagna cercò di porre un freno all’immigrazione ebraica, riconfermando tuttavia il suo sostegno al progetto di costruzione del “focolare”. Negli anni Venti si ebbero i primi violenti scontri tra le due comunità.
Con l’ascesa al potere del nazionalsocialismo in Germania, l’affluenza degli ebrei in Palestina aumentò infatti considerevolmente, determinando l’intensificarsi degli scontri e l’esplosione di una serie di rivolte della popolazione araba (1936-1939). Con la seconda guerra mondiale ormai alle porte, nel 1939 la Gran Bretagna tentò di porre un freno all’immigrazione ebraica e all’acquisto di terre da parte degli ebrei.
Il conflitto tra ebrei e arabi, placatosi durante la seconda guerra mondiale, riprese con virulenza nel 1945, quando il flusso degli ebrei scampati alla Shoah verso la Palestina crebbe enormemente. La situazione nella regione diventò così incandescente che nell’aprile del 1947 la Gran Bretagna – le cui forze erano sottoposte a violenti attacchi da parte delle milizie ebraiche – rinunciò al mandato e delegò il problema alle Nazioni Unite.
| 6. | Nascita di Israele e della “questione palestinese” |
Il 29 novembre 1947 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approvò un piano che suggeriva la spartizione della Palestina e la fondazione di due stati (uno ebraico e uno arabo) distinti, destinando la città di Gerusalemme e i luoghi santi a un’amministrazione internazionale. La proposta dell’ONU non ebbe seguito; mentre i paesi arabi la rifiutarono, il 14 maggio 1948 gli ebrei proclamarono lo stato d’Israele, scatenando il primo di una serie di violenti scontri (vedi Guerre arabo-israeliane). Il primo conflitto (che significativamente gli ebrei chiamarono “guerra d’indipendenza” e i palestinesi al-nakba, “la catastrofe”) si concluse con la vittoria degli israeliani, che occuparono anche parte del territorio destinato ai palestinesi, mentre la Cisgiordania e Gerusalemme Est furono annesse alla Transgiordania e la striscia di Gaza fu posta sotto amministrazione militare egiziana.
Nella guerra oltre 780.000 palestinesi vennero costretti ad abbandonare le proprie case e i propri beni e a rifugiarsi nei paesi arabi vicini, dove conservarono la propria identità e vivo il desiderio di tornare in patria; si delineò così una “questione nazionale palestinese” destinata a restare a lungo irrisolta e ad alimentare un violento conflitto nella regione. Tra i palestinesi in esilio crebbe il sentimento nazionalista e nacquero vari movimenti politici e militari, tra cui Al Fatah di Yasser Arafat; nel 1964, per rendere più efficace la loro azione, alcune di queste organizzazioni diedero vita all’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP).
| 7. | Dalla guerra dei Sei giorni all’“intifada” |
Nel 1967, con la guerra dei Sei giorni, Israele si impossessò anche della Cisgiordania e di Gaza. I “territori occupati” (così da allora vennero indicate le parti della Palestina che il piano delle Nazioni Unite del 1947 aveva destinato alla creazione dello stato palestinese) videro lo sviluppo di una politica di intensa colonizzazione da parte degli israeliani, ma anche la crescita di un forte movimento di resistenza palestinese. Per diversi anni, la resistenza armata a Israele fu condotta principalmente dai palestinesi della diaspora; essi lanciarono una strategia rivolta a colpire ovunque Israele, utilizzando ogni strumento, sia politico, sia militare.
Il quadro si modificò nel 1982, quando Israele, allo scopo di smantellare le basi della guerriglia palestinese, lanciò l’operazione “Pace in Galilea” e invase il Libano, costringendo l’OLP ad abbandonare il paese e a trasferirsi in Tunisia (vedi Quinta guerra arabo-israeliana). Ma a poche ore dalla partenza dei combattenti dell’OLP, le milizie falangiste cristiane di Amin Gemayel, con il beneplacito dell’esercito israeliano, irruppero nei campi profughi di Sabra e Chatila rimasti senza protezione e massacrarono circa 2000 palestinesi, di cui molti bambini, anziani e donne. Il massacro, che destò scalpore in tutto il mondo, impresse un nuovo slancio alla resistenza nei territori occupati, mentre il trasferimento dell’OLP a Tunisi sollecitò la creazione di una leadership interna, distinta da quella di Arafat, anche se a essa collegata. Fu questa che nel 1987, stanca e frustrata da una situazione senza vie di sbocco, lanciò l’intifada, scuotendo profondamente la regione e riproponendo all’attenzione del mondo la questione palestinese.
| 8. | Gli accordi di Oslo |
Agli inizi degli anni Novanta, dopo anni di un tragico conflitto costato a entrambe le parti un pesante tributo di sangue – oltre che una grave crisi economica e il deterioramento delle relazioni internazionali –, israeliani e palestinesi avviarono trattative segrete in Norvegia, sulla base del principio “terra in cambio di pace”, che doveva assicurare ai palestinesi la possibilità di costruire un nuovo stato e agli ebrei di vivere pacificamente entro i confini del proprio. Agli inizi di settembre del 1993 l’OLP modificò il suo statuto, riconoscendo a Israele il diritto all’esistenza, e venne contemporaneamente riconosciuta dalle autorità israeliane come “legittimo rappresentante del popolo palestinese”.
Il 13 settembre il leader dell’OLP Yasser Arafat e il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin si incontrarono a Washington, negli Stati Uniti, per firmare una “dichiarazione di principi” (detta “accordi di Oslo”, poiché frutto della lunga negoziazione svoltasi nella capitale norvegese) che stabiliva tempi e modi per avviare l’autonomia palestinese nei territori occupati da Israele, a cominciare da Gaza e Gerico, fino al raggiungimento di uno status definitivo. Il 4 maggio 1994, con la firma al Cairo degli accordi di pace e l’entrata in vigore degli accordi di Oslo, nacque l’Autorità nazionale palestinese (ANP). Con un ulteriore accordo (detto “Oslo II”) firmato il 28 settembre 1995, venne avviata l’autonomia anche nella striscia di Gaza e in alcune altre città della Cisgiordania.
| 9. | Crisi del processo di pace |
Dopo l’assassinio di Rabin – avvenuto nel novembre 1995 per mano di un estremista religioso israeliano – e l’avvento al potere in Israele della destra nazionalista di Benjamin Netanyahu, il processo di pace subì una battuta d’arresto. I negoziati sullo statuto definitivo dei territori occupati, ufficialmente aperti nel maggio del 1996, furono in realtà disertati dal governo israeliano, che nello stesso tempo – condizionato dalla componente religiosa estremista, contraria a qualsiasi trattativa – favorì l’insediamento di nuove colonie nei territori destinati ai palestinesi. Nel 1998 Arafat e Netanyahu, con la mediazione del presidente degli Stati Uniti Bill Clinton e del re giordano Hussein, si incontrarono a Wye Plantation, nel Maryland, nel tentativo di rilanciare il dialogo.
I maggiori ostacoli non riguardavano tuttavia la costituzione dello stato palestinese, data per certa e imminente, quanto la differenza di vedute su altre, importanti questioni: lo status di Gerusalemme, il futuro delle colonie israeliane nei territori occupati e il rientro dei profughi palestinesi. Su quest’ultimo problema in particolare le posizioni israeliane e palestinesi apparivano inconciliabili. Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i profughi della Palestina in Medio Oriente (UNRWA), nel giugno 1998 i profughi palestinesi ammontavano a circa 3.500.000, così sparsi: 1.500.000 circa in Giordania, 365.000 nel Libano, 365.000 in Siria, 770.000 nella striscia di Gaza, 550.000 in Cisgiordania; di essi, il 30% (quindi più di un milione) viveva nei campi profughi, in condizioni di assoluta precarietà. Secondo le autorità palestinesi vi era ancora un milione di profughi non computato dall’UNRWA, di cui alcune migliaia nello stesso stato israeliano. I palestinesi rivendicavano per tutti i profughi il diritto di tornare nelle proprie case (cioè in quelle abbandonate in seguito ai vari conflitti e inglobate nel territorio israeliano), oppure un compenso per la loro perdita. Le autorità israeliane ritenevano queste cifre esagerate, e non erano comunque disposte a riconoscere ai profughi il “diritto al ritorno”.
| 10. | La seconda “intifada” |
Il voto israeliano del maggio 1999 e la formazione del nuovo governo guidato dal laburista Ehud Barak riaccesero nei palestinesi la speranza di una svolta positiva nel processo di pace. Le aspettative palestinesi furono tuttavia deluse dalla decisione di Barak di rinviare a sua volta il ritiro dai territori occupati e di chiedere ulteriori modifiche agli accordi. I successivi incontri tra governo israeliano e autorità palestinese non ebbero alcun esito.
Alla fine dell’estate del 2000 la sterile attività diplomatica israelo-palestinese venne travolta dallo sviluppo di un nuovo violento conflitto nei territori occupati. A provocarlo fu la visita compiuta da Ariel Sharon – da sempre ostile agli accordi di Oslo – in uno dei luoghi più sacri di Gerusalemme (quello che per i musulmani è la Spianata delle Moschee e per gli ebrei è il Monte del Tempio). Volta a ribadire l’appartenenza di tutta Gerusalemme allo stato israeliano, la visita sollevò una dura protesta e violenti disordini, durante i quali diversi palestinesi caddero sotto il fuoco delle forze di polizia israeliane. A Gaza e in Cisgiordania scoppiò la “seconda intifada”, o “intifada Al-Aqsa”; lo scontro che ne seguì causò immani distruzioni e centinaia di vittime. Nonostante gli appelli rivolti alle due leadership dalla comunità internazionale, dopo la vittoria dello stesso Sharon nelle elezioni straordinarie del febbraio 2001, il conflitto si fece sempre più aspro, culminando in aprile nella momentanea occupazione da parte dell’esercito israeliano della striscia di Gaza (dal 1994 passata sotto l’autorità dell’Amministrazione palestinese).
Nel maggio 2001 il rapporto di una commissione guidata dall’ex senatore statunitense George Mitchell, che suggeriva un immediato cessate il fuoco e una sospensione della colonizzazione ebraica dei territori occupati al fine di “ricreare la fiducia” tra le due parti, fu respinto dal governo israeliano. Per tutta l’estate la vita delle città israeliane fu sconvolta da una tragica serie di attentati terroristici condotti da commando suicidi palestinesi, mentre la Cisgiordania e la striscia di Gaza, prese in una strettissima morsa dall’esercito israeliano, furono sottoposte a un incessante bombardamento.
A ottobre, in risposta all’uccisione di un suo dirigente avvenuta durante l’estate, un commando del Fronte popolare di liberazione della Palestina (FPLP) tese un mortale agguato a Rehavam Zeevi, ministro del Turismo e importante esponente della destra israeliana. Nelle settimane successive, mentre l’esercito israeliano intensificava gli attacchi nei territori palestinesi e la politica di “esecuzioni mirate” a danno dei dirigenti delle principali organizzazioni dell’intifada (compresa l’OLP di Arafat), Hamas, la componente più radicale della resistenza palestinese, portò l’attacco nel cuore di Israele con una serie di devastanti attentati suicidi.
Alla fine di novembre gli Stati Uniti inviarono una nuova missione in Medio Oriente. Tra il 2 e il 3 dicembre le città di Gerusalemme e di Haifa furono colpite da due gravi attentati che causarono 31 morti e più di duecento feriti. Il giorno seguente il governo israeliano ordinò un attacco aereo su Gaza, Ramallah e altri villaggi palestinesi. Pochi giorni dopo l’aviazione israeliana bombardò la Muqaata, il quartier generale di Arafat a Ramallah. Per il leader palestinese iniziò un umiliante assedio, destinato a protrarsi a lungo, mentre tra la popolazione palestinese si andò affermando la strategia radicale di Hamas e del Jihad islamico, condivisa ormai anche da ampi settori di Al Fatah.
| 11. | Operazione “Muraglia di difesa” |
Agli inizi del 2002 cadde nel vuoto un nuovo appello di Arafat alla comunità internazionale per un tempestivo intervento in Palestina. Accusato dal governo israeliano e dagli Stati Uniti di non fare alcuno sforzo per fermare l’ondata di violenza, Arafat vide anche indebolirsi la sua influenza tra i palestinesi.
Il 15 marzo 2002 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con un voto storico, approvò una risoluzione degli Stati Uniti che menzionava esplicitamente la creazione di uno stato palestinese. Durante il vertice della Lega araba che si aprì il 27 marzo a Beirut, il principe ereditario saudita Abdallah formalizzò una proposta di pace che prevedeva l’applicazione delle risoluzioni dell’ONU e quindi il ritiro delle forze israeliane da tutti i territori occupati, compresa Gerusalemme Est, in cambio del riconoscimento dello stato di Israele da parte del mondo arabo. Le iniziative diplomatiche, tra le quali una nuova missione statunitense, non ebbero tuttavia alcun esito, né riuscirono a fermare il conflitto.
In risposta a una serie di attacchi suicidi, che provocarono decine di morti e centinaia di feriti tra la popolazione israeliana, Sharon lanciò l’operazione “Muraglia di difesa”. In pochi giorni vennero totalmente occupate tutte le città dell’Autorità palestinese e il quartier generale di Arafat a Ramallah venne in buona parte distrutto dall’artiglieria e dalle ruspe dell’esercito israeliano. Gli scontri si moltiplicarono in tutti i territori palestinesi, senza risparmiare la popolazione civile. Le città di Betlemme, Tulkarem, Qalqiliya, Nablus furono teatro di una violentissima battaglia, che vide l’intervento dell’aviazione israeliana. Il 2 aprile le truppe israeliane posero sotto assedio la chiesa della Natività a Betlemme. L’offensiva israeliana si abbatté con particolare violenza sulla città di Jenin, dove il campo profughi venne quasi totalmente distrutto, sollevando proteste in tutto il mondo. Una nuova missione diplomatica, condotta dal segretario di stato statunitense Colin Powell, si concluse a metà aprile con un nulla di fatto.
Nell’operazione “Muraglia di difesa” trovarono la morte centinaia di persone, in maggioranza civili, e migliaia furono i feriti; inoltre, le strutture militari e civili dell’Amministrazione autonoma palestinese vennero in gran parte distrutte. In giugno il governo israeliano diede il via alla costruzione di un muro di separazione tra il territorio dello stato ebraico e la Cisgiordania, destinato a svilupparsi per centinaia di chilometri e a circondare tutta la città di Gerusalemme, compresa la parte araba.
Nonostante i tentativi di ripresa del dialogo, lo scontro non si fermò; in settembre l’esercito di Israele sferrò un’ulteriore offensiva in Cisgiordania e Gaza, intensificando la stretta intorno al quartier generale di Arafat.
| 12. | La “Road Map” |
Nell’aprile 2003 il “quartetto” formato da Stati Uniti, Unione Europea, Russia e Nazioni Unite presentò un progetto di pace, la cosiddetta “Road Map”. Ufficialmente approvata da entrambe le leadership palestinese e israeliana, la Road Map si articolava in tre fasi: la prima prevedeva la fine delle azioni terroristiche palestinesi e delle rappresaglie israeliane; la seconda il ritiro delle forze israeliane dai territori occupati dall’inizio della seconda intifada nel settembre 2002; la terza prevedeva infine la proclamazione, entro il 2005, di uno stato palestinese entro confini definitivi.
I successivi sviluppi vanificarono gli sforzi della diplomazia internazionale. Il conflitto infatti si aggravò, sprofondando in una violenta spirale di “esecuzioni mirate” di leader palestinesi, attentati terroristici nelle città israeliane e violentissime rappresaglie nei territori occupati. A novembre il premier Sharon annunciò la presentazione del piano del suo governo, che prevedeva il ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia di Gaza, lo smantellamento di alcuni insediamenti ebraici in Cisgiordania, e la proclamazione unilaterale e definitiva delle frontiere israeliane, delimitate ai confini con i territori concessi ai palestinesi da un muro di separazione lungo 700 chilometri.
Il piano unilaterale di Sharon fu respinto dalla leadership palestinese, che si appellò alla comunità internazionale per rilanciare la Road Map. Nel dicembre 2003, dopo una lunga preparazione condotta con il sostegno delle autorità svizzere, rappresentanti della sinistra israeliana (tra cui importanti membri del Partito laburista) e delle organizzazioni palestinesi sottoscrissero a Ginevra un patto rivolto a risolvere pacificamente il lungo conflitto. L’accordo, che ottenne il sostegno del segretario dell’ONU, venne rigettato dal governo israeliano.
Gli inizi del 2004 registrarono un ulteriore inasprimento della crisi, con decine di attentati suicidi e il rafforzamento della politica delle “esecuzioni mirate”, che culminò in marzo nell’uccisione del leader spirituale di Hamas, lo sceicco Ahmed Yassin, che venne raggiunto all’uscita di una moschea da due missili esplosi da un elicottero dell’esercito israeliano. Nel novembre 2004 scomparve, dopo un’improvvisa malattia, lo storico leader dell’OLP Yasser Arafat, cui succedette Abu Mazen (Mahmud Abbas).
| 13. | Lo scontro civile |
Nell’agosto 2005, dando seguito al piano approvato dopo aspre polemiche dal suo governo, Sharon ordinò l’evacuazione delle colonie israeliane dalla Striscia di Gaza. L’operazione si concluse in poche settimane, tra le proteste della fazione più nazionalista della destra ebraica. A dicembre, due settimane dopo la costituzione del suo nuovo partito Kadima (“Avanti”), Sharon fu colpito da un ictus e uscì definitivamente dalla scena politica israeliana; gli succedette alla guida del partito e del governo Ehud Olmert.
Nel gennaio 2006, la sfiducia dei palestinesi nei confronti della leadership di Al-Fatah portò all’ampia vittoria di Hamas nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento dell’Autorità nazionale palestinese. La vittoria di Hamas (organizzazione politica contraria agli accordi di Oslo e al riconoscimento dello stato di Israele) complicò ulteriormente la situazione aprendo una nuova fase nella travagliata storia della Palestina. Il nuovo governo, guidato da Ismail Haniyeh e formato esclusivamente da esponenti di Hamas, non venne infatti riconosciuto da Israele né ottenne il sostegno dei paesi occidentali, che sospesero i loro aiuti. In breve tempo la regione cadde in una grave crisi economica oltreché diplomatica, che alimentò i contrasti tra le fazioni di Al-Fatah e Hamas. Soprattutto a Gaza, le milizie dei due gruppi si scontrarono più volte, giungendo agli inizi del 2007 sull’orlo della guerra civile. I negoziati tra le due parti portarono in marzo alla formazione di un governo di unità nazionale, guidato da Ismail Haniyeh ma con esponenti di Al Fatah piazzati nei ruoli chiave. Lo scontro tra le due fazioni tuttavia si riaccese soprattutto a Gaza, che il 14 giugno cadde sotto il controllo di Hamas. Il giorno successivo il presidente Abu Mazen destituì Haniyeh, affidando a Salam Fayad l’incaricò di formare un nuovo governo.
| 14. | Sviluppi recenti |
Gaza, isolata diplomaticamente ed economicamente, rimane sotto il controllo di Hamas, che non riconosce il nuovo governo di Salam Fayad. La diplomazia internazionale tenta di rilanciare il processo di pace, ma non raggiungono alcun esito i vari incontri tra il premier israeliano Ehud Olmert e il presidente palestinese Abu Mazen.
Alla fine di novembre del 2007, sotto il patrocinio degli Stati Uniti, si svolge ad Annapolis, nel Maryland, una conferenza che ha per obiettivo il rilancio del processo di pace e la definizione dello status della Palestina entro il 2008. Alla conferenza partecipano i rappresentanti di altri paesi mediorientali, tra i quali la Siria.
Nel gennaio 2008, per rappresaglia contro i lanci di razzi effettuati da Hamas, Israele sottopone la Striscia di Gaza all’embargo totale che determina una gravissima emergenza umanitaria. La mancanza di combustibili costringe infatti alla chiusura dell’unica centrale elettrica della Striscia, con gravissime conseguenze sulla già precaria situazione della sua popolazione. Il 23 gennaio attivisti di Hamas aprono varchi con la dinamite nel muro che divide la Striscia dall’Egitto, consentendo a decine di migliaia di persone di raggiungere i villaggi egiziani per approvvigionarsi di generi di prima necessità.
A febbraio si intensificano i raid aerei israeliani su Gaza, provocando decine di vittime tra la popolazione civile.