| Censura | Articolo | ||||
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| 2. | Il mondo antico |
Ad Atene, culla della democrazia, Socrate preferì sacrificare la propria vita piuttosto che tollerare di essere censurato nell’insegnamento. Accusato di venerare divinità straniere e di corrompere i suoi giovani allievi, difese il diritto alla libera discussione quale supremo bene pubblico. Paradossalmente proprio un suo discepolo, Platone, fu invece il primo a teorizzare la censura intellettuale, religiosa e artistica. Secondo Platone l’arte deve educare, altrimenti va condannata. Nello stato ideale delineato nella Repubblica i governanti hanno il compito di controllare persino le fiabe che le madri e gli educatori raccontano ai bambini. In aggiunta a ciò, nelle Leggi Platone propose di punire severamente le false credenze religiose.
A Roma soltanto i personaggi pubblici, in particolare i membri del senato, avevano libertà di parola. Gli autori di declamazioni e testi ritenuti scurrili o sediziosi venivano puniti. L’imperatore Caligola, ad esempio, ordinò che uno scrittore che lo aveva offeso fosse arso vivo, e Nerone fece deportare i suoi detrattori e bruciò le loro opere. Nel complesso, tuttavia, esistevano spazi di libertà. L’impero romano non sarebbe durato quattro secoli se non si fosse mostrato tollerante verso i numerosi culti religiosi praticati sul suo territorio. I cittadini romani erano tenuti a venerare la persona e l’immagine dell’imperatore, ma questo atto aveva valore esclusivamente politico; sul piano strettamente religioso erano infatti liberi di adorare i propri dei e di osservare i propri riti. Poiché per gli ebrei e i primi cristiani adorare l’immagine dell’imperatore era comunque manifestazione di idolatria, essi si rifiutarono di farlo e furono perciò perseguitati, subendo il martirio.