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Disoccupazione
1. Introduzione

Disoccupazione Condizione delle persone che, pur essendo idonee a svolgere un’attività lavorativa e desiderose di lavorare, non trovano un’occupazione. La disoccupazione è un problema molto serio, causa di povertà e di frustrazione psicologica. Per questo motivo, il tasso di disoccupazione viene utilizzato come una misura del benessere dei lavoratori oltre che come indicatore della utilizzazione delle risorse umane.

2. Misurazione

Il più diffuso metodo per misurare la disoccupazione fu sviluppato negli Stati Uniti d’America negli anni Trenta del XX secolo e viene seguito ancor oggi da molti paesi su raccomandazione dell’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO). Dall’analisi mensile di un campione di famiglie rappresentanti l’intera popolazione del paese si raccolgono informazioni circa l’attività di ciascuna persona in età lavorativa. Gli intervistatori fanno riferimento a una determinata settimana: una persona che durante quella settimana non abbia lavorato ma stia cercando lavoro viene considerata disoccupata. Il numero dei disoccupati viene diviso per il totale delle forze di lavoro (cioè la somma degli occupati e dei disoccupati) al fine di calcolare il tasso di disoccupazione. In alcuni paesi, anziché per mezzo di indagini a campione, la stima della disoccupazione viene ottenuta dai dati rilevati presso gli uffici di collocamento e gli enti preposti ai sussidi di disoccupazione.

3. Cause

Gli economisti distinguono quattro tipi di disoccupazione: frizionale, stagionale, strutturale e ciclica.

La disoccupazione frizionale si ha quando i lavoratori in cerca di impiego non lo trovano immediatamente: durante la ricerca vengono considerati disoccupati. L’ammontare della disoccupazione frizionale dipende dalla frequenza con la quale i lavoratori cambiano lavoro e dal tempo impiegato per trovarne uno nuovo. Questo tipo di disoccupazione può essere in qualche modo ridotto da un più efficace servizio di collocamento; un certo livello di disoccupazione frizionale è comunque ineliminabile.

La disoccupazione stagionale si verifica quando le industrie hanno un calo di produzione in un certo periodo dell’anno, come il settore edilizio durante l’inverno; aumenta, inoltre, alla fine dell’anno scolastico, quando un gran numero di studenti e neolaureati cerca lavoro.

La disoccupazione strutturale nasce dallo squilibrio tra il tipo di lavoratori richiesto dai datori di lavoro e le persone in cerca di occupazione. Il progresso tecnologico, ad esempio, impone nuove specializzazioni in molti settori, rendendo inadeguati i lavoratori che ne siano privi. Lo stabilimento di un’industria in crisi può chiudere o trasferirsi in un’altra zona, licenziando quei dipendenti che non accettano di trasferirsi; d’altro canto, persino i lavoratori più qualificati possono restare disoccupati, se non c’è sufficiente domanda per il loro tipo di professionalità. Se poi i datori di lavoro reclutano il personale secondo principi discriminatori di sesso, razza, religione, età o provenienza, la disoccupazione può aumentare anche in presenza di una forte richiesta di manodopera.

La disoccupazione ciclica è determinata da una generale carenza di offerta di lavoro, causata da un calo della domanda di beni. Quando il ciclo economico tende verso il basso, la domanda di prodotti e servizi cade, provocando ondate di licenziamenti.

Una questione fondamentale della politica economica è il rapporto fra disoccupazione e inflazione. In teoria, quando la domanda di lavoro cresce fino al punto in cui la disoccupazione è molto bassa e per le imprese è difficile reperire lavoratori qualificati, i salari aumentano, e trasferiscono i loro aumenti sui costi di produzione e i prezzi, contribuendo così all’inflazione; quando la domanda cala e la disoccupazione aumenta, le pressioni inflazionistiche su salari e costi di produzione si allentano. Senonché, smentendo questa teoria, negli anni Settanta i tassi di inflazione e di disoccupazione aumentarono simultaneamente, dando luogo alla cosiddetta stagflazione (stagnazione più inflazione).

4. La Grande Depressione

Il periodo di disoccupazione di massa più generalizzato, prolungato e grave dei tempi moderni fu la Grande Depressione, che seguì al crollo di Wall Street nel 1929, e creò 14 milioni di senza lavoro negli Stati Uniti, 6 milioni in Germania e 3 milioni in Gran Bretagna; in Italia, la disoccupazione crebbe da 300.000 unità nel 1929 a un milione circa nel 1933. L’instabilità sociale, la migrazione in cerca di lavoro e l’estremismo politico diventarono la norma. I decessi per malattie dovute alla malnutrizione aumentarono sensibilmente in tutto il mondo industrializzato.

La Grande Depressione determinò una svolta nell’affrontare e risolvere il problema, rappresentata soprattutto dal New Deal del presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt, il quale introdusse negli Stati Uniti la previdenza sociale, il sussidio di disoccupazione e programmi di lavori pubblici per utilizzare la manodopera eccedente. La ripresa economica prodotta da queste misure dimostrò che la disoccupazione peggiorava la depressione causando una caduta della domanda e che l’erogazione del sussidio di disoccupazione era un onere molto meno pesante per l’economia della perdita del potere d’acquisto dei lavoratori disoccupati. La depressione ispirò a John Maynard Keynes il suo importante saggio, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta (1936), nel quale dimostrò che un’economia depressa sarebbe rimasta tale fino a che la spesa statale non l’avesse rivitalizzata, anche a costo di provocare grandi deficit di bilancio.

5. La disoccupazione nell’età contemporanea

Il periodo che seguì alla seconda guerra mondiale fu caratterizzato in Europa da forti aumenti della disoccupazione conseguenti ai danni che il conflitto aveva arrecato a molte industrie e al ritorno a casa dei reduci. La ripresa economica, tuttavia, fu rapida e, negli anni Cinquanta, la maggioranza dei paesi industrializzati capitalisti presentava bassi livelli di disoccupazione. Negli anni Sessanta, quando il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti raggiunse una media del 5-6% e in Canada toccò il 7%, l’Italia era al 4% e tutti gli altri paesi industrializzati dell’Europa occidentale, al pari del Giappone, registravano tassi del 2% o meno.

Nei paesi in via di sviluppo di Asia, Africa e America latina, un problema di proporzioni assai gravi è la sottoccupazione, che vede le persone impiegate solo saltuariamente o per poche ore al giorno o in un lavoro improduttivo, con un conseguente basso reddito, insufficiente per i propri bisogni; è il serbatoio della sottoccupazione ad alimentare, nei paesi in via di sviluppo, la migrazione dalle zone rurali ai centri urbani.

Nei paesi industrializzati, per effetto delle indennità di disoccupazione e di altre forme di sostegno del reddito, come, in Italia, la cassa integrazione, la disoccupazione non è più causa di gravi stenti come un tempo. Tuttavia è la principale causa di povertà e vi sono segni che stia diventando sempre più difficile da affrontare, specialmente dopo il parziale abbandono delle politiche keynesiane e l’affermazione del monetarismo quale credo economico prevalente presso le autorità economiche e monetarie. L’Italia e la Francia,, in particolare, devono affrontare la sfida di una grave disoccupazione strutturale apparentemente ineliminabile, mentre altri paesi, come il Giappone, sembrano capaci di sostenere bassi tassi di disoccupazione durante le recessioni con manovre economiche che sarebbero giudicate paralizzanti da molti altri paesi. Endemico è il problema della disoccupazione nel Sud d’Italia, dove il divario tra le regioni meridionali e il resto del paese in termini di sviluppo economico non accenna a ridursi. Negli Stati Uniti, trascurando differenze sostanziali nei criteri di calcolo dei disoccupati, si è ottenuta negli anni Novanta una sostanziale discesa del tasso di disoccupazione con la liberalizzazione del mercato del lavoro, ma a prezzo di una caduta dei salari più bassi al di sotto della soglia della povertà.

Il problema dei governi odierni è garantire ai rispettivi sistemi economici i benefici della flessibilità del lavoro e dell’aumento della produttività e nello stesso tempo ridurre il numero dei senza lavoro, abbreviare i periodi di disoccupazione, sostenere il reddito dei disoccupati e aiutarli a tornare nel mondo del lavoro con riqualificazioni professionali.