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Chiese orientali Locuzione utilizzata per indicare diverse Chiese cristiane sorte nei territori dell’antico impero romano d’Oriente. Esse comprendono le Chiese ortodosse; le Chiese orientali antiche; le Chiese monofisite; le Chiese cattoliche orientali (dette anche “uniate”).
Le Chiese ortodosse sono quelle chiese che nel 1054 si staccarono dalla Chiesa romana d’Occidente (vedi Scisma); si considerano ortodosse (cioè “di retta fede”) perché accettano i dogmi e le posizioni teologiche espresse dai concili di Nicea, di Efeso e di Calcedonia. Le più importanti sono la Chiesa ortodossa greca, quella russa, quella serba e quella rumena. Ciascuna di esse è indipendente (cioè sono chiese autocefale), ha una propria giurisdizione e una guida spirituale nazionale; tutte però concordano tra di loro in materia di dottrina e di rito e tutte riconoscono il primato del patriarca di Costantinopoli.
Le Chiese orientali antiche sono le chiese che si separarono dalla chiesa nel corso del primo millennio, non accettando le delibere teologiche di alcuni concili ecumenici (il concilio di Efeso del 431 e il concilio di Calcedonia del 451). Comprendono la Chiesa nestoriana (che, rifacendosi agli insegnamenti di Nestorio, nega l’unità in Cristo della natura divina e umana) e le Chiese monofisite (per le quali in Cristo è presente una sola natura, quella divina). Chiese monofisite (vedi Monofisismo) sono la Chiesa apostolica armena, la Chiesa copta, la Chiesa etiopica e la Chiesa giacobita. Alcune di queste Chiese hanno formato un patriarcato cattolico uniato.
Le Chiese cattoliche orientali (o Chiese uniate) sono le chiese d’Oriente che riconoscono il primato di giurisdizione del pontefice romano; si differenziano dalla Chiesa romana per i riti che seguono (alessandrino, antiocheno, bizantino, caldeo e armeno) e per alcuni aspetti della vita ecclesiastica (ad esempio, i sacerdoti non sono obbligati al celibato). Fanno parte delle cosiddette chiese sui iuris, vale a dire le chiese che hanno consuetudini proprie riguardo ai riti.