| Arafat, Yasser | Articolo | ||||
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| 4. | Tra lotta armata e diplomazia |
Nonostante i successi diplomatici e i sostegni, anche materiali, ottenuti da Arafat, nella seconda metà degli anni Settanta i cambiamenti avvenuti nel quadro mediorientale allontanarono la soluzione del problema palestinese. Nel Libano, diventato dopo il “settembre nero” il principale rifugio dei profughi palestinesi e base operativa dell’OLP, nel 1975 scoppiò la guerra civile. I palestinesi, schierati con le fazioni di sinistra e musulmane del paese, furono pesantemente coinvolti nello scontro e nell’agosto 1976 subirono più di 2000 perdite nel massacro perpetrato dalle milizie cristiano-maronite e siriane nel campo profughi di Tell el-Zaatar. Nel 1977 in Israele andò al potere, per la prima volta dalla creazione dello stato ebraico, la destra nazionalista, contraria al ritiro dai territori occupati nel 1967 e alla costituzione di uno stato palestinese. Nel novembre dello stesso anno il presidente egiziano Anwar al-Sadat si recò a Gerusalemme e nell’estate del 1978 stipulò gli accordi di Camp David con Israele, spaccando il fronte arabo. All’interno della resistenza palestinese, le organizzazioni più intransigenti, già contrarie all’indirizzo impresso da Arafat all’OLP, trassero nuova linfa dalla rivoluzione islamica del gennaio 1979 in Iran.
Arafat si convinse invece dell’impossibilità di pervenire a una soluzione della questione palestinese attraverso la lotta armata e della necessità di continuare a percorrere la strada della trattativa politica, approfondendo le relazioni esistenti e cercando nuovi alleati, anche nella stessa Israele. La nuova offensiva diplomatica fu tuttavia ostacolata nel 1980 dall’aggravarsi della crisi libanese, che nel 1982 culminò nell’operazione “Pace in Galilea” lanciata da Israele in Libano con l’obiettivo di liquidare la resistenza palestinese e lo stesso Arafat, che sfuggì diverse volte alla morte durante l’assedio di Beirut. Il 30 agosto, in seguito a una convulsa trattativa internazionale, Arafat venne costretto a lasciare il Libano, insieme con migliaia di fedayn, e a trasferirsi a Tunisi; pochi giorni dopo, le milizie falangiste cristiane, sotto lo sguardo delle forze israeliane di Ariel Sharon, irruppero negli indifesi campi profughi di Sabra e Chatila sterminando più di 2000 civili palestinesi, in gran parte donne, vecchi e bambini.