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| 4. | Il calendario gregoriano |
L'anno giuliano era 11 minuti e 14 secondi più lungo dell'anno solare. Questa differenza, accumulatasi nei secoli, fece sì che nel 1582 l'equinozio di primavera fosse in anticipo di dieci giorni rispetto al calendario e che le feste religiose non cadessero nella stagione appropriata. Per correggere l'errore e riportare l'equinozio di primavera intorno al 21 marzo, come fissato nel 325 dal primo concilio di Nicea, il papa Gregorio XIII tolse per decreto dieci giorni dal calendario; inoltre per evitare futuri sfasamenti egli istituì un calendario, noto come calendario gregoriano, in cui si stabilì che fossero bisestili gli anni divisibili per quattro a eccezione di quelli centenari non multipli di 400. Così il 1600 fu un anno bisestile, ma il 1700 e il 1800 furono anni comuni.
Il calendario gregoriano fu gradatamente adottato in tutta Europa e oggi è diffuso nella maggior parte del mondo occidentale e in alcune parti dell'Asia. Fu introdotto nel 1752 in Gran Bretagna, nel 1918 nella neocostituita Unione Sovietica e, nel 1923, in Grecia, anche se molti paesi affiliati alla Chiesa greca mantennero il calendario giuliano per la celebrazione delle feste religiose.
Il calendario gregoriano, detto anche anno cristiano, assume come anno zero quello della nascita di Gesù Cristo, cosicché le date dell'era cristiana (vedi Cronologia) sono accompagnate dalla sigla a.D. (dal latino anno Domini, 'nell'anno del Signore') o d.C. (dopo Cristo), e a.C. (avanti Cristo). La data di nascita di Cristo, inizialmente considerata il 25 dicembre dell'anno 1 a.C., è oggetto di molte discussioni: molti studiosi moderni pongono tale evento nell'anno 4 a.C.
| 1. | Proposte di riforma |
Le critiche mosse al calendario gregoriano riguardano il fatto che i mesi non hanno la stessa durata e che nessuno di essi è esattamente un dodicesimo dell'anno; il numero di settimane comprese nei vari trimestri o nei due semestri è diverso; infine, in anni diversi, alla stessa data corrispondono giorni della settimana diversi.
Il cosiddetto calendario universale, una delle proposte di riforma più note, fu preso in considerazione, ma non adottato, dall'ONU, nel 1954. Esso prevede anni di 364 giorni ripartiti in 52 settimane; il 1° gennaio è sempre domenica e il 365° giorno, detto giorno di fine anno, viene aggiunto senza data e senza nome. Negli anni bisestili viene introdotto un giorno supplementare, anch'esso senza data e senza nome, alla fine della ventiseiesima settimana, tra l'ultimo giorno di giugno e il primo di luglio. I mesi hanno 30 giorni a eccezione dei primi di ogni trimestre che ne comprendono 31. Il principale svantaggio di questo calendario sta nel fatto che l'introduzione del giorno di fine anno rompe il ciclo settimanale sul quale sono basati i regolari riti religiosi.
Il calendario dei tredici mesi si compone invece di 13 mesi di 28 giorni ciascuno, in cui le domeniche cadono regolarmente l'1, l'8, il 15 e il 22; il mese in più rispetto al calendario gregoriano è chiamato 'sole' e viene inserito tra giugno e luglio. Il 365° giorno dell'anno non appartiene ad alcun mese né ad alcuna settimana; un ulteriore giorno viene aggiunto, negli anni bisestili, dopo il 28 giugno.