| Trova nell'articolo | Vespasiano, Tito Flavio | Articolo |
| 1. | Introduzione |
Vespasiano, Tito Flavio (Rieti 9 - Cutilie, Sabina 79), imperatore romano (69-79). Prima di salire al trono ebbe una brillante carriera militare, che lo vide guerreggiare in Germania e in Britannia; nel 51 divenne console e nel 66, durante il regno dell’imperatore Nerone, condusse campagne militari contro gli ebrei, in Giudea.
Proclamato imperatore dalle legioni orientali nel 69, pose fine alla guerra civile degli anni 68-69, scoppiata per la successione al trono di Nerone tra Galba, Otone e Vitellio. Vespasiano lasciò allora la conduzione della guerra in Giudea al figlio Tito e ritornò a Roma. Nel 70 sedò la rivolta della tribù germanica dei batavi, guidati da Giulio Civile; contemporaneamente Tito vinse la resistenza di Gerusalemme, espugnandola e distruggendone il centro e il tempio di Salomone.
| 2. | La riorganizzazione del principato |
Prima preoccupazione del nuovo principe fu quella di rimpinguare le casse dello stato, dissanguate dalla folle politica di spesa di Nerone e dalle conseguenze economiche della guerra civile. A tale proposito accentuò la pressione fiscale sull’aristocrazia e soprattutto sulle province, creandone anche alcune nuove, soprattutto in quelle zone orientali che Nerone aveva voluto mantenere come regni indipendenti (Tracia, Cappadocia, Galazia, Armenia, Licia, Panfilia, Cilicia, Commagene); alienò inoltre numerose delle proprietà private di Nerone disseminate in varie zone dell’impero.
La sua seconda preoccupazione fu quella di evitare conflitti futuri per la conquista del potere: a questo scopo Vespasiano stabilì che alla sua morte gli sarebbero succeduti i figli Tito, che dal 71 associò al titolo imperiale, proclamandolo imperator designatus, nonché particeps, consors, tutor imperii, concedendogli la tribunicia potestas, la funzione di prefetto del pretorio e assai spesso anche il consolato; e Domiziano che nominò cesare, dando così inizio alla dinastia Flavia.
L’assoluta mancanza di legami parentali con Giulio Cesare e Augusto, fatto che aveva legittimato il potere dei principi Giulio-Claudi, suggerì a Vespasiano di far votare una legge, la lex de imperio Vespasiani, il cui testo epigrafico ci è rimasto: si trattava di un provvedimento legislativo che sanciva una volta per tutte il ruolo istituzionale dell’imperatore, che diventava così da figura quasi divina che governava in virtù dell’auctoritas, una sorta di magistrato supremo dello stato.
| 3. | Difesa del potere e rafforzamento dell’impero |
Vespasiano non ebbe però troppo consenso né tra le plebe urbana, orfana dei donativi neroniani, né tra l’esercito, cui impose una ferrea disciplina, né tra l’aristocrazia senatoria, impoverita dalle tasse e disturbata dall’immissione in senato di numerosi provinciali ed esponenti del ceto medio italico di estrazione militare. Tutto ciò provocò a Roma, negli anni successivi, alcune forme di opposizione alla sua politica, che l’imperatore sedò con l’espulsione dalla capitale degli intellettuali greci, molti dei quali stoici fautori dell’istituzione repubblicana, e con l’assenso all’uccisione del capo degli oppositori all’interno del senato, Elvidio Prisco.
Oltre alle operazioni politico-militari già menzionate, Vespasiano si preoccupò di rendere più sicuri i domini romani; a questo fine affidò al generale Gneo Giulio Agricola il compito di conquistare la Scozia (77), completando così la sottomissione della Britannia, e di fortificare, con l’inizio dell’istituzione dei cosiddetti Agri Decumates, il limes germanico-retico. In politica interna governò saggiamente, migliorando il sistema scolastico e facendo erigere numerose opere pubbliche: ricostruì infatti il tempio di Giove Capitolino e il teatro di Marcello, e diede corso alla costruzione del Colosseo, inaugurato poi sotto il regno del figlio Tito.
Vespasiano morì nel 79 lasciando al figlio Tito, che favorì una rapida divinizzazione del padre, un impero bene organizzato, economicamente florido e abbastanza pacifico. Ma soprattutto aveva dato all’istituzione imperiale, dopo le ambiguità dei suoi predecessori, una fisionomia ben precisa.