| Vespasiano, Tito Flavio | Articolo | ||||
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| 3. | Difesa del potere e rafforzamento dell’impero |
Vespasiano non ebbe però troppo consenso né tra le plebe urbana, orfana dei donativi neroniani, né tra l’esercito, cui impose una ferrea disciplina, né tra l’aristocrazia senatoria, impoverita dalle tasse e disturbata dall’immissione in senato di numerosi provinciali ed esponenti del ceto medio italico di estrazione militare. Tutto ciò provocò a Roma, negli anni successivi, alcune forme di opposizione alla sua politica, che l’imperatore sedò con l’espulsione dalla capitale degli intellettuali greci, molti dei quali stoici fautori dell’istituzione repubblicana, e con l’assenso all’uccisione del capo degli oppositori all’interno del senato, Elvidio Prisco.
Oltre alle operazioni politico-militari già menzionate, Vespasiano si preoccupò di rendere più sicuri i domini romani; a questo fine affidò al generale Gneo Giulio Agricola il compito di conquistare la Scozia (77), completando così la sottomissione della Britannia, e di fortificare, con l’inizio dell’istituzione dei cosiddetti Agri Decumates, il limes germanico-retico. In politica interna governò saggiamente, migliorando il sistema scolastico e facendo erigere numerose opere pubbliche: ricostruì infatti il tempio di Giove Capitolino e il teatro di Marcello, e diede corso alla costruzione del Colosseo, inaugurato poi sotto il regno del figlio Tito.
Vespasiano morì nel 79 lasciando al figlio Tito, che favorì una rapida divinizzazione del padre, un impero bene organizzato, economicamente florido e abbastanza pacifico. Ma soprattutto aveva dato all’istituzione imperiale, dopo le ambiguità dei suoi predecessori, una fisionomia ben precisa.