Kant, Immanuel
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Kant, Immanuel
2. La “Critica della ragion pura”

Dopo un periodo che gli studiosi chiamano “precritico”, in cui meditò sia sui testi dei filosofi dell’empirismo – in particolare sull’opera di David Hume – sia sul pensiero dei razionalisti come Gottfried Leibniz, Kant elaborò la chiave di volta della sua filosofia nella Critica della ragion pura (1781). Nell’opera egli esaminò i fondamenti e i limiti della conoscenza umana per delineare un approccio epistemologico capace di legittimare razionalmente le conquiste della scienza moderna.

In modo simile ad alcuni filosofi precedenti, Kant differenziò le modalità del pensiero in giudizi analitici e giudizi sintetici. Un giudizio analitico è una proposizione nella quale il predicato è contenuto nel soggetto, come nell’asserzione: “i corpi sono estesi”. La verità di questo tipo di proposizioni che, rispettando il principio di identità, sono universali e necessarie, è evidente: asserire il contrario sarebbe autocontraddittorio. Tali giudizi sono quindi definiti “analitici”, perché la verità è scoperta grazie all’analisi del concetto stesso, ma sono anche considerati infecondi sul piano conoscitivo, in quanto non estendono il sapere.

I giudizi sintetici, invece, sono le proposizioni cui non si può giungere grazie alla pura analisi razionale, ad esempio l’asserzione: “i corpi sono pesanti”. In questo caso il giudizio è fecondo, poiché il predicato “pesanti” amplia la nostra conoscenza relativa al soggetto “i corpi”, ma non è universale e necessario, in quanto dipende dall’esperienza. Tutte le proposizioni che risultano dall’esperienza sensibile sono pertanto dette “sintetiche”.

Nella Critica della ragion pura Kant afferma che è possibile formulare giudizi sintetici a priori (ad esempio, “ogni cambiamento ha una causa”), ossia giudizi fecondi dal punto di vista conoscitivo, ma nel contempo universali e necessari. Questa posizione filosofica è comunemente nota con il nome di “criticismo trascendentale”.

Descrivendo il modo in cui questo tipo di giudizio è possibile, Kant distinse tra i “fenomeni” (dal greco phainómenon “ciò che appare”), vale a dire gli “oggetti per noi”, in quanto sono conosciuti dall’uomo e si collocano nel mondo dell’esperienza sensibile, e le “cose in sé”, cioè gli oggetti considerati a prescindere dalle modalità in cui appaiono e sono esperiti dal soggetto conoscente. I fenomeni, l’unica porzione di realtà conoscibile, consistono propriamente nella sintesi o unione fra il materiale grezzo delle nostre sensazioni e le forme a priori (cioè non desunte dall’esperienza) della nostra intuizione: lo spazio e il tempo.

Kant asserì che, oltre allo spazio e al tempo, esiste anche un determinato numero di concetti a priori del nostro intelletto, che denominò “categorie”. Egli ripartì le categorie in quattro gruppi: quelle concernenti la quantità, che sono unità, pluralità e totalità; quelle concernenti la qualità, che sono realtà, negazione e limitazione; quelle concernenti la relazione, che sono causalità e azione reciproca, e quelle concernenti la modalità, che sono possibilità e impossibilità, esistenza e non esistenza, e necessità.

Le forme a priori e le categorie trovano la loro applicazione nel campo dell’esperienza, dando luogo a un sapere scientifico, cioè universale e necessario. Quando invece non sono applicate ai fenomeni, le categorie danno luogo alle “idee” della ragione (ad esempio: l’anima, la libertà, Dio), cui non può corrispondere alcun oggetto nell’esperienza e che non producono alcuna conoscenza effettiva. Ne deriva per Kant l’impossibilità di elevare la metafisica al rango di una scienza. Essa rimane solo un’aspirazione dell’animo umano.