Trova nell'articolo Umbria

Per trovare nell'articolo una parola, un nome o un argomento specifici, selezionare nel proprio browser Internet l'opzione per effettuare una ricerca nella pagina. In Internet Explorer questa opzione si trova nel menu Modifica.

Poiché viene effettuata la ricerca di una corrispondenza esatta per la parola o le parole digitate, se non si ottengono risultati soddisfacenti controllare l'ortografia delle parole digitate o individuare una parola chiave relativa all'argomento.

Umbria
1. Introduzione

Umbria Regione amministrativa dell’Italia centrale. Racchiusa tra la Toscana a ovest e nord-ovest, le Marche a est e nord-est e il Lazio a sud, l’Umbria è l’unica regione dell’Italia peninsulare che non si affaccia al mare. È ripartita nelle province di Perugia e di Terni. Il capoluogo regionale è Perugia. Deriva il suo nome dall’antica popolazione degli umbri, che vi si erano già stanziati nel I millennio a.C. e che entrarono in contatto con i romani tra il IV e il III secolo a.C.

L’Umbria, che ha una superficie di 8.456 km² e conta 872.967 abitanti (2007), è una delle regioni meno estese e meno popolate d’Italia; anche la densità è molto bassa, pari a circa la metà di quella nazionale (102 abitanti per km² contro 198). I confini amministrativi solo in pochi tratti poggiano su elementi fisici. L’andamento collinare, che è il tratto morfologico più caratteristico della regione, prosegue senza soluzione di continuità in Toscana e nel Lazio; solo al confine con le Marche il rilievo, formato dai massicci dell’Appennino umbro-marchigiano (vedi Appennini), funge da elemento divisorio.

2. Territorio

Con una forma vagamente paragonabile a un rombo, l’Umbria occupa il cuore dell’Italia centrale, in corrispondenza grossomodo del bacino superiore del fiume Tevere. Le aree più vitali della regione sono rappresentate dalle superfici pianeggianti corrispondenti al fondo delle conche e dei bacini intermontani, intercalati agli allineamenti montuosi, perlopiù disposti in senso meridiano.

La sezione montana è inferiore al 30% della superficie territoriale, mentre il restante 70% è occupato da colline. I rilievi dell’Appennino umbro-marchigiano, che si sviluppano tra Umbria e Marche, iniziano convenzionalmente alla Bocca Serriola (730 m) – ma secondo alcuni geografi alla Bocca Trabaria (1.044 m) – e presentano più dorsali, tra cui si interpongono alcune conche. Prevalgono in genere rocce friabili di marne e arene e cime arrotondate che culminano sui 1.500 metri di quota; all’estremo sud-est questa sezione appenninica termina con il massiccio calcareo dei monti Sibillini, dall’aspetto alpestre e dirupato, che raggiungono con il monte Vettore i 2.478 m. Data la natura calcarea delle rocce, numerosi sono i fenomeni carsici, come le doline, gli inghiottitoi, le caverne e soprattutto le sorgenti, alimentate da una copiosa circolazione di acque sotterranee. Al limite occidentale della regione si innalzano invece alcuni rilievi, di altezza più modesta, che vengono considerati l’estrema prosecuzione dell’Antiappennino toscano e laziale.

Il paesaggio, formato per il resto da distese collinari, presenta nel suo insieme grande omogeneità. Il disegno geografico della regione ha i suoi elementi principali, come già ricordato, nei bacini intermontani, che fungono da corridoi e da aree di insediamento; il principale di questi bacini è la valle del Tevere, o Val Tiberina, piuttosto angusta nel suo tratto settentrionale, cioè sino alla conca in cui è situata la città di Perugia, poi man mano relativamente più ampia, fino a toccare i 5 km di larghezza. Un’altra conca, che per la sua superficie può essere assimilata a una pianura, è la Valle Umbra, il cui centro principale è Spoleto, in provincia di Perugia.

L’Umbria è ricca di corsi d’acqua; tuttavia non esiste una vera relazione tra la rete idrografica e l’andamento del rilievo. Nessuna delle numerose depressioni che si interpongono tra le dorsali montuose è percorsa in tutta la sua lunghezza da un unico corso d’acqua; in alcuni punti inoltre i solchi fluviali tagliano trasversalmente le dorsali con strette incisioni, determinando così una rete idrografica assai irregolare. La regione è interamente attraversata da nord a sud, per circa 200 km, dal Tevere, che nasce in Emilia-Romagna, sul monte Fumaiolo, e continua poi il suo corso nel Lazio; a questo fiume, il maggiore dell’Italia peninsulare e il terzo fiume italiano per lunghezza, tributano, dopo un percorso più o meno tortuoso, pressoché tutti i corsi d’acqua.

I principali affluenti del Tevere sono, da destra, il Paglia (64 km), che scende dall’Antiappennino toscano; da sinistra, il Chiascio che, formato da due rami, il Chiascio vero e proprio e il Topino, nasce sull’Appennino umbro-marchigiano e solca la Valle Umbra, con una lunghezza complessiva di 80 km, e il Nera, che, lungo 116 km, confluisce nel Tevere solo in territorio laziale. Il suo tributario, il Velino, forma un’imponente cascata, famosa sin dall’antichità, quella delle Marmore. Caratteristica di alcuni corsi d’acqua umbri, ma soprattutto del Nera, è il fatto di avere portate molto più regolari di quanto si verifichi di norma nei fiumi appenninici (tra cui lo stesso Tevere) che, alimentati dalle precipitazioni stagionali, alternano piene – di solito primaverili e autunnali – a magre estive; il Nera ha un bacino idrografico che si sviluppa su terreni calcarei fortemente permeabili ed è così arricchito dal costante apporto di corsi d’acqua sotterranei.

Compreso nel territorio dell’Umbria, nei pressi del confine con la Toscana, si trova il più esteso lago dell’Italia peninsulare, nonché il quarto d’Italia per estensione, il lago Trasimeno (128 km²). Al centro di una pittoresca conca al confine con il Lazio è invece situato il piccolo lago di Piediluco (1,5 km²), in provincia di Terni, da cui si diparte un canale che sbocca nel Velino e che funge da scolmatore, favorendo così la regolarità della portata di questo fiume.

1. Clima

Situata quasi al centro della penisola, l’Umbria è, sul lato orientale, totalmente chiusa agli influssi del mare Adriatico – da cui peraltro dista in alcuni punti appena una cinquantina di chilometri – dalla elevata dorsale montuosa dell’Appennino, mentre sul lato occidentale i più bassi rilievi dell’Antiappennino ostacolano meno gli apporti mitigatori del mar Tirreno.

La regione ha dunque un clima che varia da subcontinentale a mediterraneo, con estati non eccessivamente calde e in genere ventilate, e inverni non molto freddi; in particolare le temperature invernali si elevano nella sezione sudoccidentale dove, attraverso le valli del Tevere e del Nera, penetrano gli influssi tirrenici. Per contro, procedendo verso est, si accentuano le caratteristiche di continentalità, che interessano soprattutto le conche, chiuse agli influssi marittimi; un fattore climatico di grande rilevanza è naturalmente anche l’altitudine. La media invernale è, ad esempio, di 5 °C a Terni e di 1 °C nella conca di Norcia (in provincia di Perugia), posta a 604 m sul versante dei monti Sibillini: ma a Norcia si sono raggiunti anche i -23,5 °C; la media estiva oscilla, sempre per Terni e Norcia, tra i 21 °C e i 25 °C, con massime, in alcuni anni, anche di 40 °C.

Le precipitazioni non sono molto abbondanti: in media sulla regione cadono meno di 1.000 mm d’acqua all’anno. La maggiore o minore piovosità dipende in larga misura dall’esposizione dei versanti montuosi: così certe aree sbarrate dai venti umidi, come la zona tra Perugia e la depressione del Trasimeno, che è alle spalle dei monti dell’Antiappennino, riceve in media appena 750-800 mm, mentre fasce di piovosità relativamente più elevate sono situate sul versante sinistro della Val Tiberina e sui monti Sibillini. L’estate è ovunque la stagione meno piovosa; per il resto le precipitazioni sono distribuite con una certa uniformità nel corso dell’anno, con accentuazioni in autunno e in primavera.

L’Umbria viene immediatamente definita “verde” da chi la scopre provenendo dalla Toscana e dal Lazio: in effetti sia le colline sia le vallate sono ricoperte da ricca vegetazione. Solo le pendici più elevate dell’Appennino si presentano brulle e prive di alberi, benché non vi manchino le praterie. Tuttora molto estesi sono i boschi, che occupano una superficie corrispondente a un terzo del territorio, anche se nel corso dei secoli sono stati ampiamente sfruttati per trarne legname e per ampliare le aree destinate alle coltivazioni e ai pascoli, e appaiono oggi nell’insieme molto impoveriti. Tra le regioni dell’Italia, tuttavia, l’Umbria ha una superficie boschiva che, in rapporto a quella totale del paese, è preceduta solo dalla Toscana. L’essenza più diffusa è la quercia; oltre i 900 metri si trovano estesi boschi di faggi. Specie legnose, come la vite e l’olivo, caratterizzano tutte le aree coltivate di collina. Si hanno infine due interessanti distretti floristici: quello alpino delle vette dei monti Sibillini, dove si trovano varie specie proprie dei livelli montani (genziana, sassifraga, artemisia ecc.), e quello palustre del lago Trasimeno.

Piuttosto povera è la fauna, sia per una diffusa abitudine all’esercizio della caccia, sia perché la collina è un ambiente che offre pochi rifugi. È dunque nelle zone di montagna che si trovano il tasso, la martora, lo scoiattolo, la volpe, la faina e l’istrice. Numerosi sono gli uccelli, sia stanziali sia migratori (anatra selvatica, folaga, colombaccio) che, nelle loro migrazioni, trovano negli ambienti di questa regione buone possibilità di sosta.

3. Economia

L’Umbria è una tipica regione interna, non inserita nei circuiti più dinamici dell’economia italiana. Nel 2004 il prodotto interno lordo regionale fu di 19.197 milioni di euro, con un reddito medio annuo pro capite di 15.623 euro – inferiore alla media nazionale. Dal confronto dei dati dell’Umbria con quelli relativi all’Italia, emerge che il contributo dell’agricoltura alla formazione del PIL regionale è, ancora oggi, maggiore rispetto a quello dell’industria e delle attività terziarie. Se si escludono le industrie pesanti di Terni e del Ternano (siderurgiche e chimiche principalmente), che sono peraltro in crisi, solo le attività manifatturiere, così come i commerci, hanno in genere rilevanza locale.

Quanto alle vie di comunicazione l’Umbria, pur essendo situata proprio nel centro della penisola, è stata a lungo ed è tuttora estranea alle principali direttrici di traffico tra il Nord e il Sud d’Italia. Gli squilibri che presenta la rete delle comunicazioni si ripercuotono negativamente sul turismo, che non ha uno sviluppo all’altezza del ricco patrimonio artistico e monumentale della regione: tra i principali luoghi di richiamo turistico si impongono in particolar modo quelli religiosi, che hanno ad Assisi, a cui sono legate la vita e la predicazione di san Francesco, uno dei principali centri di pellegrinaggio d’Italia.

1. Agricoltura

L’attività agricola dell’Umbria è stata nei secoli fortemente condizionata dall’istituto della mezzadria, ormai scomparso a seguito delle riconversioni economiche iniziate negli anni Sessanta. Esso poggiava su un contratto tra i contadini (o meglio l’intera famiglia contadina) e i proprietari terrieri. I primi lavoravano la terra, avendo in usufrutto la casa colonica e gli attrezzi agricoli; metà del prodotto ottenuto spettava ai proprietari dei fondi, che in Umbria sono di estensione media e medio-grande. Tipica della mezzadria è l’agricoltura mista (cereali, ortaggi, vite e olivo), per sopperire alle necessità alimentari del mezzadro e della sua famiglia, e di conseguenza un’economia legata prevalentemente all’autoconsumo e non alla commercializzazione dei prodotti.

Negli ultimi decenni si sono tuttavia registrati molti cambiamenti, mirati a introdurre la meccanizzazione e la razionalizzazione delle colture, praticate il più possibile con tecniche intensive e monocolture. È nettamente migliorata la resa nella produzione di frumento, il cereale per eccellenza della regione anche se, in generale, si tende a diminuire le superfici delle colture granarie, mentre si accrescono le aree destinate alla vite, ai prodotti ortofrutticoli, al tabacco e al girasole. Altra tradizionale attività quasi scomparsa è la pastorizia transumante; rimane invece di notevole importanza l’allevamento dei suini.

2. Risorse energetiche e industrie

L’Umbria non è priva di giacimenti minerari, soprattutto di lignite; ma è anche dotata di un buon potenziale idroelettrico, che alimenta alcune centrali: la regione è una delle poche d’Italia nelle quali la produzione elettrica non deriva in misura nettamente preponderante da fonti termiche. Nonostante ciò, l’industrializzazione si è realizzata in Umbria in ritardo rispetto ad altre aree d’Italia. Il settore presenta due tipi di sviluppo industriale, in netto contrasto tra di loro e caratteristici dei due capoluoghi provinciali: Terni è sede di grandi complessi nell’industria di base (metallurgici, siderurgici, meccanici, chimici), sorti per intervento dello stato. Perugia si caratterizza per le piccole e medie aziende, d’iniziativa privata, familiare, che rappresentano comunque la caratteristica produttiva regionale, presenti soprattutto nei comparti alimentare, dell’abbigliamento e della lavorazione delle pelli. Rimane fiorente e di alta qualità l’artigianato (ceramiche, ricami e ferri battuti).

3. Attività terziarie

Il settore terziario poggia essenzialmente sul turismo, che tuttavia si è affermato solo dopo gli anni Settanta del Novecento e che registra un numero relativamente limitato di presenze straniere. Tra le cause principali del lento sviluppo del turismo vi è la carenza delle vie di comunicazione: le principali direttrici del traffico tra il Nord e il Sud d’Italia, cioè l’Autostrada del Sole e la linea ferroviaria Milano-Bologna-Firenze-Roma, toccano appena l’estremità occidentale della regione.

4. Popolazione e città

La densità della popolazione, bassa in tutta l’Umbria, tocca i minimi livelli nelle aree di montagna; tuttavia, più che nelle località collinari, che rappresentavano in passato i maggiori punti di forza dell’organizzazione territoriale, la popolazione tende oggi a concentrarsi nelle conche pianeggianti, dove spesso si hanno insediamenti ininterrotti lungo le strade principali. La densità degli abitanti è abbastanza omogenea nelle due province. Inoltre, contrariamente alla maggior parte delle regioni d’Italia (escluso il Sud), l’Umbria registra una certa crescita della popolazione, incremento dovuto però non tanto alle nascite quanto al saldo migratorio: rientrano infatti ogni anno nella regione migliaia di abitanti, che la lasciarono nei decenni passati per cercare altrove migliori opportunità di lavoro.

Perugia, il capoluogo regionale, è, con 161.944 abitanti, la città più popolosa; tra i centri principali, oltre a Terni, capoluogo di provincia (109.816 abitanti), si ricordano Assisi, Città di Castello, Foligno, Gubbio, Spoleto, Todi (in provincia di Perugia), Narni e Orvieto, che sorge su una rupe sovrastante la valle del fiume Paglia, non lontano dal confine con il Lazio (in provincia di Terni).

5. Storia

In Umbria si sono ritrovate tracce della presenza umana che risalgono alla preistoria più antica, ma è soprattutto in epoca storica che si va caratterizzando il popolamento di specifici gruppi etnici, come gli etruschi, stanziati sulla riva destra del Tevere, i sabini e gli umbri, sulla riva sinistra. La città di Volsinii, l’attuale Orvieto, divenne il centro spirituale e politico della civiltà etrusca, mentre Gubbio costituì la più importante località per gli umbri. A queste culture si sostituì, nel corso del III secolo a.C., la dominazione di Roma, che giunse al completo controllo della regione nel I secolo a.C. con la sottomissione della città etrusca di Perugia. Intanto la costruzione della via Flaminia incentivò la formazione di nuovi aggregati urbani, sorti su quel percorso così importante per il collegamento tra Roma e l’Adriatico. A quel tempo risale anche il termine Umbria, coniato per definire l’area circostante la via Flaminia, a est del Tevere. La zona occidentale rimase parte dell’Etruria: questa dualità si mantenne per lungo tempo.

Le incursioni germaniche, dopo la caduta dell’impero romano d’Occidente, impoverirono la regione, un tempo florida, e la depauperarono sul piano demografico. Con la conquista longobarda, a cui seguì la fondazione del ducato di Spoleto, il territorio umbro si frantumò ulteriormente, in quanto le zone intorno a Terni e Perugia si mantennero unite all’impero bizantino. Nel corso del VII secolo si formarono i primi nuclei fortificati nella valle del Tevere, segno del degrado dell’economia agricola e delle necessità di controllo non solo militare, ma anche religioso, del territorio, deteriorato dalla grave crisi dell’epoca altomedioevale.

La ripresa di vitalità economica, conseguente al rinnovamento dell’agricoltura, e l’incremento demografico, che iniziò a partire dall’XI secolo, animarono l’Umbria di fitti insediamenti di carattere civile e religioso. Fiere, mercati e manifatture fecero della regione il crocevia di grandi spostamenti di uomini e di culture. In questa realtà prese corpo l’esperienza politica dei liberi comuni che, sebbene il territorio umbro appartenesse ai duchi di Spoleto e ai marchesi di Toscana, rivendicarono autonomie e privilegi, appoggiandosi all’autorità del pontefice.

Iniziò allora un lungo contrasto tra poteri ora coalizzati ora contrapposti, che si disposero intorno a tre nuclei: le città libere (come Perugia, Todi, Gubbio, Assisi, Foligno, Orvieto e Bevagna), dall’intensa vita culturale e religiosa, che trovò espressione nell’ordine francescano e negli ordini mendicanti; le signorie (Baglioni, Fortebraccio, Vitelli, Trinci e Malatesta), che tentarono a più riprese di esautorare i comuni per dare vita a embrioni di stati su base regionale; il papato, che dal XIII secolo era nominalmente titolare del ducato di Spoleto, ossia di gran parte dell’odierna Umbria, ma che riuscì a sottomettere tutti i centri urbani solo verso la metà del XVI secolo, affermando definitivamente la propria sovranità. Fu in quei secoli che l’Umbria acquisì la raffinata impronta medievale e rinascimentale, rimasta pressoché intatta nel corso dei secoli.

Il potere pontificio fu interrotto dagli eserciti di Napoleone, a cui si deve l’unione dell’Umbria alla Repubblica Romana (1798) e la successiva annessione all’impero nel 1808, con il nome di dipartimento del Trasimeno. Restaurato il governo papale nel 1814, in Umbria si formarono nuclei di patrioti liberali che parteciparono ai moti del 1831 in Romagna. Nella fase decisiva per l’attuazione dell’unità d’Italia, l’insurrezione di Perugia del 1859 fu il preludio all’annessione dell’Umbria: occupata dalle truppe sarde nel settembre 1860, con un plebiscito la regione aderì al nascente Regno d’Italia. Dopo l’unità, e più marcatamente nei primi cinquant’anni del XX secolo, vide rafforzarsi quella bipartizione che l’aveva contraddistinta sin dai tempi dei romani: una parte rimase caratterizzata dalla persistenza dell’economia agricola e dal rilievo culturale della capitale, Perugia; l’altra, con centro a Terni, fu segnata dalla diffusione delle fabbriche legate al settore dell’industria pesante.