Borghesia
Per stampare le informazioni, scegliere Stampa dal menu File.
Borghesia
2. La borghesia secondo la teoria marxista

Il capitalismo, soprattutto in seguito alla rivoluzione industriale del XIX secolo, introdusse alcuni dei mutamenti più significativi nella storia economica: lo sviluppo dell’energia meccanica e del sistema industriale e la generalizzazione del lavoro salariato, che svincolava l’attività manifatturiera dall’utilità del bene prodotto per farla dipendere puramente dal denaro usato come compenso del tempo impiegato a produrlo.

L’industrializzazione comportò la crescita per numero e dimensioni dei centri urbani, entro i quali si verificò una proliferazione e diversificazione delle funzioni sociali e culturali svolte da persone che, pur non appartenendo allo strato dei capitalisti imprenditori, entravano di fatto a far parte della borghesia per interesse sociale e politico: negozianti, tecnici, insegnanti, impiegati, tutti compresi nella definizione di “piccola borghesia”.

Analizzando lo sviluppo del capitalismo, nella seconda metà del XIX secolo Karl Marx elaborò la teoria della lotta di classe. Egli identificò la borghesia con la classe capitalista – cioè con il padronato industriale – e la considerò una forza che, raggiunto il dominio sulla società, era divenuta da rivoluzionaria reazionaria, sopraffacendo il proletariato, cioè la classe lavoratrice.

Dalla lotta incessante tra queste due classi, che di volta in volta trovavano i rispettivi alleati nell’aristocrazia terriera, tra i contadini e nella piccola borghesia, derivava il progresso scientifico, tecnologico e produttivo caratteristico dell’età del capitalismo, che tuttavia non eliminava l’oppressione sociale e politica. La borghesia, secondo Marx, sarebbe stata annientata dalla rivoluzione del proletariato che, impossessandosi dei mezzi di produzione, avrebbe creato una società comunista priva di classi.