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Afroamericani
1. Introduzione

Afroamericani Discendenti dei milioni di africani trasferiti a forza nelle Americhe come schiavi tra il XVI e il XIX secolo. Oggi costituiscono una delle principali componenti etniche negli Stati Uniti d'America e in alcuni paesi latinoamericani, e l'elemento dominante in quelli caraibici.

2. America latina e Caraibi
1. Il commercio degli schiavi africani

Le genti africane rese schiave dagli europei furono destinate in primo luogo agli insediamenti spagnoli e portoghesi nei territori dell'America centrale e meridionale.

Nelle colonie del Nuovo Mondo l'esigenza di manodopera da impiegare nelle piantagioni e nelle miniere per i lavori più pesanti fu in un primo tempo risolta con l'asservimento delle popolazioni indigene; ma la loro rapida decimazione, in seguito alle malattie portate dagli europei e alle inumane condizioni di lavoro e di vita imposte dai conquistadores, ripropose comunque ben presto il problema, cui si fece fronte con l'acquisto di schiavi. Nel 1518 la richiesta era già così forte da spingere il re di Spagna Carlo I a ordinare la costituzione di società che, dietro concessione di una licenza regia regolata da un particolare contratto detto asiento, ne organizzassero il trasporto direttamente dall'Africa; la Corona portoghese usò la stessa prassi nel 1530. Da allora sino all'abolizione del commercio degli schiavi (1870), oltre dieci milioni di africani vennero tradotti a forza nelle Americhe: il 47% circa nelle isole caraibiche e nelle Guiane; il 38% in Brasile; l'8,5% nei possedimenti spagnoli di terraferma; il restante 6,5% nel Nord America.

Gli schiavi vissero perlopiù in comunità segregate nell'ambito della società bianca, impiegati nelle piantagioni e in misura minore nei servizi domestici presso i padroni. Nei paesi sudamericani, tuttavia, i neri liberi (affrancati per scelta del proprietario o a seguito del pagamento di un riscatto) giunsero a superare numericamente gli schiavi e, mischiandosi con la popolazione bianca, dettero vita al diffusissimo fenomeno del meticciato. Situazione ancora diversa fu quella che si creò nelle isole delle Indie Occidentali, dove la scarsa presenza bianca rese da subito impossibile trattare gli schiavi come pura forza lavoro, così che i coloni furono costretti ad affidare ai neri mansioni di maggiore responsabilità nella conduzione delle piantagioni.

2. L'abolizione della schiavitù

Già nel XVI secolo missionari spagnoli come Antonio Montesino e Bartolomé de Las Casas avevano aspramente criticato l'istituto della schiavitù; nel XVII secolo i quaccheri inglesi si distinsero nella denuncia dello schiavismo e della tratta degli schiavi. Un moto di dissenso diffuso si sviluppò tuttavia solo nel corso del Settecento, quando i precetti razionalistici dell'illuminismo uniti a quelli dell'evangelismo protestante fornirono i presupposti ideali e intellettuali al movimento abolizionista (vedi Abolizionismo). In questo quadro, una posizione significativa fu quella dell'economista Adam Smith, che nel suo studio Ricerca sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni (1776) giudicò la schiavitù antieconomica, dimostrando come mantenere uno schiavo costava più che pagare il salario a un bracciante.

Il moderno movimento abolizionista prese avvio in Gran Bretagna nel 1787: i suoi esponenti unirono all'azione contro la tratta internazionale dei neri (in gran parte nelle mani di mercanti inglesi) il sostegno in Africa occidentale alla colonia della Sierra Leone, intesa a dare rifugio ai 'neri poveri di Londra'; l'anno successivo il movimento approdò sul continente, con la nascita, in Francia, della Société des Amis des Noirs. Fu la Danimarca il primo paese europeo ad abolire il commercio degli schiavi nel 1792, proprio mentre, nel quadro degli avvenimenti della Rivoluzione francese, scoppiava la rivolta degli schiavi nella colonia di Santo Domingo, conclusasi con il loro affrancamento e il riconoscimento dei diritti di cittadinanza (1793); il decreto fu poi ratificato dal governo rivoluzionario di Parigi che lo estese a tutte le colonie francesi. La decisione del console a vita Napoleone Bonaparte di revocare queste misure (1802) suscitò un nuovo moto popolare, guidato dal leader nero Jean-Jacques Dessalines, che portò nel 1804 alla dichiarazione d'indipendenza dell'isola (vedi Haiti).

In seguito alle guerre delle colonie sudamericane per ottenere l'indipendenza (vedi Guerre di indipendenza latinoamericane, 1815-1825), la schiavitù fu abolita subito in Messico, negli stati centroamericani e in Cile, gradualmente in Venezuela e in Argentina e attraverso un lungo processo in Brasile, dove la questione fu all'origine di scontri durissimi tra Corona, Congresso e grandi proprietari terrieri sino a tutto il 1888. A Puerto Rico e a Cuba, rimaste spagnole, la schiavitù rimase in vita rispettivamente sino al 1873 e al 1886, mentre nelle Antille Francesi, Olandesi e britanniche le resistenze dei piantatori all'emancipazione ebbero la meglio sino alla metà del secolo. Il Parlamento britannico aveva disposto l'abolizione della schiavitù nelle colonie inglesi già nel 1833, esempio seguito poi dalla Francia (1848) e dall'Olanda (1863).

Generalmente, nel momento in cui l'istituto della schiavitù fu abolito, i governi risarcirono non gli ex schiavi, bensì gli ex proprietari. La massa dei neri si ritrovò così priva dei requisiti economici, della preparazione culturale e delle competenze professionali indispensabili per competere adeguatamente con i bianchi locali o con gli immigrati europei, dovendosi accontentare delle occupazioni più umili o di carattere servile e restando perciò relegata nelle fasce sociopolitiche più marginali.

3. Influenze culturali afroamericane

La presenza di motivi africani pervade la musica, la danza, le arti, la letteratura, la lingua, i riti religiosi dell'America latina e dei Caraibi, dove si sono innestati sulla cultura bianca locale attraverso quel processo di adattamento e fusione chiamato 'creolizzazione'. La portata del fenomeno fu ovviamente legata all'entità numerica (nonché all'epoca di insediamento) della componente nera rispetto alla società locale.

In paesi come Argentina, Brasile e Messico, dove gli afroamericani rappresentavano minoranze inserite in un contesto socioculturale marcatamente europeo, la sopravvivenza (e talvolta anche il proliferare) delle loro comunità si accompagnò fin dall'inizio a una forte competizione con le forme di vita e la cultura 'alta' della maggioranza bianca. Nelle isole caraibiche, al contrario, l'esiguità numerica dell'élite europea consentì alla popolazione di origine africana di esercitare un notevole controllo sull'organizzazione della propria vita quotidiana e di plasmare liberamente la propria cultura, influenzando fortemente anche quella 'alta'. È significativo che le lingue creole siano attualmente parlate nella regione dalla totalità della popolazione.

Se con il tempo molti elementi culturali in origine africani entrarono nella cultura ufficiale del luogo di adozione (si pensi solo alla celebrazione annuale del carnevale, sino a tutto il XIX secolo ancora circoscritta alla sola popolazione nera), di alcuni si persero invece le tracce, come nel caso del tango argentino, originato dall'intreccio tra i motivi del fandango spagnolo (una danza a sua volta di origini moresche) e quelli di una antica danza nera chiamata candomblé.

3.1. La musica

La musica latinoamericana è sempre stata fortemente influenzata dai ritmi e dalle melodie che i neri portarono dalle regioni africane d'origine. Ciò vale soprattutto per la musica brasiliana, imbevuta di temi africani, valorizzati da compositori come Heitor Villa-Lobos. Gran parte degli stili musicali caraibici divenuti molto popolari – inclusi il mambo cubano, la salsa portoricana, il reggae della Giamaica, il calypso di Trinidad – ha una radice musicale nera. Vedi anche Musica afroamericana.

3.2. La letteratura

Anche tra gli scrittori sudamericani si è assistito al recupero delle radici della propria cultura: se il poeta haitiano Jacques Roumain ha espresso l'orgoglio e la rabbia del suo essere 'nero', Nicolas Guillén, uno dei massimi poeti cubani, ha composto alcuni dei suoi scritti migliori basandosi sui ritmi della musica afrocubana, mentre le poesie di Derek Walcott (premio Nobel per la letteratura nel 1992) e i racconti autobiografici di Jamaica Kincaid testimoniano lo sforzo di conciliare le differenze tra l'ambiente originario delle Indie Occidentali e quello adottivo bianco. In Brasile, molti racconti popolari e leggende sono di origine africana. Antonio de Castro Alves è ritenuto 'il poeta degli schiavi' e uno dei maggiori poeti brasiliani, João da Cruz e Sousa, è in effetti figlio di schiavi emancipati (vedi Letteratura latinoamericana).

3.3. La religione

Gli immigrati africani in America latina e nei Caraibi, pur mantenendo molte delle proprie credenze religiose, assunsero, modificandoli, la liturgia e il culto delle diverse chiese cristiane con cui entrarono in contatto, i cui adepti, come gli avventisti del settimo giorno, o i pentecostali, sono oggi prevalentemente neri. D'altra parte, pratiche religiose di origine africana (vudù ad Haiti; shango a Trinidad e Tobago, Venezuela e Brasile; candomblé in Brasile; santería a Cuba e Puerto Rico; kumina, myal, revivalismo e rastafarianismo in Giamaica; umbanda, macunda e altre in Brasile) annoverano ormai seguaci di razze diverse.

3. Nord America
1. Lo schiavismo e il movimento abolizionista

I latifondisti inglesi insediatisi nei territori nordamericani dovettero affrontare il problema di come sfruttare adeguatamente le loro vastissime terre. L'uso estensivo nel Nord America di manodopera africana schiava, secondo il modello adottato nelle grandi piantagioni brasiliane e caraibiche, fu determinato dalla sempre più frequente trasformazione dei braccianti a contratto in piccoli proprietari liberi.

Ciò accadde, in ogni caso, relativamente tardi (la Gran Bretagna non si inserì nella tratta commerciale degli schiavi neri fino al 1663), sulla spinta del diffondersi delle coltivazioni estensive del cotone e del riso nelle regioni del cosiddetto 'profondo Sud' e in quelle centrali confinanti. Mentre la presenza di schiavi neri rimase scarsa nella miriade di piccoli appezzamenti dei contadini liberi del Nord, nel Sud si andò invece rapidamente consolidando una ristretta classe di grandi proprietari, la cui ricchezza e il cui potere si basavano proprio sullo sfruttamento del lavoro servile. La forzata rimozione di ogni tradizione o struttura sociale originaria fu il metodo più pratico per mantenere gli schiavi al rango di puro strumento, premunendosi così da possibili richieste di riconoscimento di un qualsivoglia diritto, come singoli o come comunità. Inoltre, il rigidissimo sistema di separazione tra bianchi e neri, unito allo scarsissimo numero di neri liberi, rese pressoché inesistenti i fenomeni del meticciato e delle comunità nere indipendenti, diffusi invece in America latina.

La prima occasione per la massa degli schiavi di modificare sostanzialmente la propria condizione fu offerta dalla guerra d'indipendenza americana (1776-1783), quando circa 5000 neri accettarono la libertà proposta dalla Corona inglese in cambio del servizio nell'Armata continentale regia, trasferendosi poi insieme ai lealisti nella regione canadese della Nuova Scozia, a guerra terminata.

Nei neocostituiti Stati Uniti d'America, la guerra d'indipendenza e la Rivoluzione francese e l'esempio haitiano ispirarono numerosi tentativi di rivolta, che si susseguirono per tutta la prima metà del XIX secolo, specialmente in Virginia e nel South Carolina. A ciò si deve aggiungere il pietismo dei quaccheri che alimentò una corrente d'opinione favorevole a una legislazione statale che permettesse l'emancipazione. Andò lentamente formandosi una ristretta schiera di neri liberi (nel censimento del 1790 oltre il 90% della popolazione nera degli Stati Uniti era risultata composta da schiavi) concentrata perlopiù nelle città: qui sorse un'attiva rete di chiese afroamericane, confraternite, scuole, gruppi di solidarietà e organizzazioni politiche, intesa a promuovere il miglioramento delle condizioni della popolazione nera nel contesto o di un'assimilazione dei valori correnti dei bianchi o, al contrario, di un rifiuto della società americana. Verso un'ipotesi di eliminazione graduale della schiavitù si orientò l'American Antislavery Society, fondata nel 1833 da William Lloyd Garrison; venne emergendo tuttavia anche una diversa linea, che sottolineava piuttosto la necessità di un'azione liberatrice organizzata che non escludesse nemmeno l'ipotesi estrema della resistenza violenta.

La legge sulla fuga degli schiavi (vedi Fugitive Slave Laws) del 1850 e una sentenza della Corte suprema del 1857, che non riconosceva ai neri lo status di cittadini statunitensi, aumentarono i dubbi sulla possibilità di giungere pacificamente alla soppressione della schiavitù. Militanti impegnati come Martin Delany (tra i fondatori del 'North Star', il primo giornale indipendente nero) giunsero alla conclusione che essa fosse un elemento costitutivo del sistema sociopolitico statunitense e che dunque i neri avrebbero potuto progredire solo separandosi dai bianchi; per questo nel 1859 egli si pose alla guida di una spedizione in Africa intesa a preparare la strada a future colonie afroamericane.

Lo stesso anno l'abolizionista bianco John Brown, contando di scatenare un'insurrezione generale degli schiavi in Virginia, attaccò l'arsenale federale di Harpers Ferry e fu per questo giustiziato: il suo sacrificio segnò una svolta nel processo di emancipazione.

2. La guerra di secessione e la ricostruzione

Nonostante l'abolizione della schiavitù non costituisse l'obiettivo né della maggioranza dei combattenti nordisti nella guerra di secessione americana, né del presidente Abraham Lincoln, molti neri (186.000 tra soldati e marinai a fine guerra) servirono la causa dell'Unione precisamente con questo scopo, spesso subendo anche trattamenti razzisti da parte di molti loro ufficiali e commilitoni. Il Proclama di emancipazione, con cui il presidente degli Stati Uniti stabiliva la liberazione di tutti gli schiavi di proprietà di sudisti, testimoniò comunque un mutato atteggiamento da parte della classe dirigente bianca rispetto alle problematiche razziali. Si arrivò così all'introduzione del 13° emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che abolì la schiavitù sul territorio americano.

Gran parte delle attese della comunità nera legate alla vittoria nordista andarono tuttavia deluse: la possibilità di beneficiare delle terre confiscate nel Sud, conquistando così l'indipendenza economica, si dissolse di fronte all'introduzione di provvedimenti restrittivi sui diritti di proprietà terriera dei neri; questi si trovarono ben presto a vivere in un regime di schiavitù di fatto, regolato da contratti di mezzadria che li faceva comunque dipendere, per la disponibilità di sementi, attrezzi, vestiario e vitto, dai magazzini padronali; una nuova legislazione sull'estensione dei diritti civili introdotta dal Congresso venne inoltre bloccata dal presidente democratico Andrew Johnson.

Durante l'occupazione del Sud, leader neri ebbero almeno l'occasione di farsi promotori di numerose riforme nel campo dell'educazione, della regolamentazione del diritto di voto, dell'imprigionamento per debiti, della segregazione sui mezzi e nei luoghi pubblici, anche se la loro azione dovette fronteggiare atti terroristici sempre più numerosi da parte di associazioni razziste come il Ku Klux Klan. Al ritiro delle truppe federali nel 1877, seguì l'intensificarsi delle discriminazioni razziali, favorite anche da una serie di sentenze della Corte suprema (che ad esempio nel 1896 sanciva la liceità della segregazione nei servizi pubblici). Lo strumento più efficace per sopprimere le velleità riformiste dei neri fu comunque il puro terrore: nel solo decennio conclusivo dell'Ottocento si contarono oltre mille linciaggi.

3. La cultura nera nella prima metà del XX secolo

Le condizioni di vita sempre peggiori nel Sud spinsero molti neri verso le coste orientali e gli stati centroccidentali, dove peraltro essi si scontrarono con la forte ostilità della massa di immigrati bianchi proveniente da oltre Atlantico. L'urbanizzazione di una parte consistente della popolazione nera (accentuatasi nel corso della prima guerra mondiale, sulla spinta della necessità degli imprenditori di sostituire i lavoratori bianchi richiamati dall'esercito) ebbe effetti profondi sulla società e sulla cultura afroamericane. Nell'ambiente cittadino, i primi intellettuali formatisi nelle università nere fondate a Nashville, Atlanta, Hampton, oltre a sottolineare la problematica della parità dei diritti e a promuovere gruppi organizzati di protesta (tra i quali emerse presto quello interrazziale della NAACP, National Association for the Advancement of Colored People), diedero vita a una vivacissima stagione intellettuale, nota come Harlem Renaissance (vedi Letteratura statunitense). Per tutto il corso degli anni Venti i suoi frutti raggiunsero un vasto pubblico, anche non di colore, tramite giornali e riviste pubblicate da editori neri, mentre sempre più massiccia e determinante si faceva la presenza di artisti e musicisti neri (la musica jazz fu uno degli elementi qualificanti l'intero decennio). Vedi anche Musica afroamericana.

L'età riformista del New Deal, lanciato dal presidente democratico Franklin Delano Roosevelt per far fronte alle conseguenze del crollo di Wall Street del 1929, mancò di iniziative specificamente volte a risolvere le problematiche degli afroamericani, come ad esempio l'introduzione di una legislazione contro il linciaggio, da più parti e da tempo invocata. I primi programmi federali di assistenza determinarono uno spostamento dell'elettorato nero verso il Partito democratico. In quegli anni fu invece la NAACP a lanciare una vigorosa battaglia contro la discriminazione nel settore dell'educazione pubblica, ottenendo, nel 1938, che la Corte suprema imponesse l'ammissione di uno studente nero all'università del Missouri.

Una netta svolta nella questione razziale si ebbe comunque con la seconda guerra mondiale. Per motivi sia ideali sia pratici (necessità di manodopera per rimpiazzare quella bianca richiamata sotto le armi), il presidente Roosevelt emanò un'ordinanza che proibiva la discriminazione razziale negli uffici governativi e nelle industrie belliche. Per i neri il servizio militare divenne un solido motivo di rivendicazione della parità di condizione e di diritti nei confronti della componente bianca della nazione. D'altra parte, tutta la retorica della propaganda di guerra incentrata sulla promozione delle 'quattro libertà' (di espressione e di religione, dal bisogno e dalla paura) rendeva in un certo senso obbligatorio che esse trovassero realizzazione innanzitutto negli Stati Uniti. I sit-in pacifici promossi dal CORE (Congress of Racial Equality), fondato nel 1942, divennero così l'espressione visibile della rinnovata determinazione di un sempre più vasto numero di militanti riformatori bianchi e neri a sfidare la segregazione razziale.

4. Il dopoguerra e la lotta per i diritti civili

Nelle elezioni presidenziali del 1948 Harry Truman si guadagnò il voto determinante dei neri impegnandosi a promuovere una decisa politica in favore dei diritti civili delle minoranze; tuttavia il cupo periodo del maccartismo (1950-1953) scoraggiò ogni iniziativa in tal senso. Furono invece le sentenze dei giudici della Corte suprema, nominati dal repubblicano Dwight Eisenhower, ad aprire la via all'abolizione della segregazione nelle scuole pubbliche, anche se la loro applicazione (apertamente contestata da molti funzionari governativi degli stati del Sud) dovette essere garantita più volte da interventi delle truppe federali inviate dalla Casa Bianca.

Un vasto movimento per l'abolizione della segregazione e per i diritti civili (che dal febbraio 1960 ebbe il suo centro propulsore nello SNCC, Student Nonviolent Coordinating Committee) si andò intanto formando attorno al reverendo nero Martin Luther King. Questi, attraverso la protesta non violenta, ottenne l'appoggio della stampa e degli ambienti progressisti; le campagne da lui promosse tra il 1961 e il 1964 attraversarono ogni settore della società americana, culminando nell'imponente marcia che il 28 agosto 1963 portò oltre 250.000 manifestanti a Washington per sollecitare una decisa azione governativa e congressuale. Il neopresidente John F. Kennedy rispose introducendo una normativa che intendeva porre fine alla segregazione nel settore pubblico, fortemente osteggiata dai congressisti e divenuta legge solo nel 1964, sulla spinta emozionale del suo assassinio a Dallas. L'estate dell'anno seguente, su proposta del successore Lyndon Johnson, venne invece approvata la nuova legislazione sul diritto di voto.

5. Il nazionalismo nero

Nel 1966 la dirigenza dello SNCC affermò che obiettivo della lotta dei neri non poteva più essere il riconoscimento dei diritti civili comunque dovuti, bensì l'esercizio di un 'potere nero' possibile solo quando la gente di colore avesse sviluppato una più definita e positiva immagine di se stessa. In questo processo, un ruolo di primo piano svolsero in quegli anni gli atleti di colore, determinati a rendere le proprie vittorie occasioni per rivendicare pubblicamente un crescente orgoglio di razza. Il caso più eclatante fu quello del popolarissimo campione dei pesi massimi Cassius Clay, che si rifiutò di prestare il servizio militare in Vietnam, perdendo per questo il titolo e finendo in carcere.

Il più celebre avvocato della causa del nazionalismo nero fu Malcolm X, leader dei Black Muslims, i cui appelli per un'azione violenta di rivendicazione e di autodifesa acquistarono vastissimo seguito dopo il suo assassinio nel 1965, specialmente nei ghetti delle grandi città, dove con più evidenza si manifestavano la lentezza e la contraddittorietà del processo di emancipazione in corso. Nell'agosto del 1965 un'ondata di cruenti scontri razziali si propagò da Los Angeles in tutti gli Stati Uniti, senza attenuarsi nei tre anni successivi. Nuove formazioni, come il partito delle Black Panthers, radicalizzarono il malessere nero nei metodi di lotta e nelle posizioni ideologiche, sino a teorizzare la creazione di una società nera separata, in una sorta di 'segregazione' alla rovescia. La spietata repressione attuata dalle forze di polizia, assieme ai profondi dissidi interni, determinarono il declino dei movimenti radicali. Emerse allora una leadership più moderata che evitò di mettere in discussione l'intero ordine sociale americano e, ridando centralità ai canali della politica tradizionale, iniziò a organizzare propri gruppi di pressione e a sostenere una propria classe di governo.

6. La situazione odierna

Molti problemi della comunità afroamericana persistono. L'attuale reddito medio di una famiglia nera è pari solo ai tre quinti di quello di una famiglia bianca e l'ancora incompleta integrazione sociale ha finito per rilanciare i sostenitori di un'auspicabile e necessaria 'separatezza' della società e della cultura nere rispetto a quelle bianche, da esprimersi non necessariamente in forme conflittuali, ma certo con una forte sottolineatura della propria originalità e diversità.

Questa crescente tendenza a una dicotomia si evidenzia soprattutto nel campo della cultura e delle arti, dalla musica rap alla cinematografia di Gordon Parks, Mario Van Peebles o Spike Lee, alla valorizzazione accademica della storia e delle tradizioni africane e afroamericane. L'elemento comune è rappresentato dall'enfatizzazione della specificità dell'apporto della realtà nera a una cultura americana in cui appare definitivamente entrato in crisi come valore il multiculturalismo, che aveva sorretto negli anni Sessanta e Settanta il mito del melting pot.