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Repubblica Democratica del Congo
1. Introduzione

Repubblica Democratica del Congo (nome ufficiale République Démocratique du Congo; già Congo Belga e Zaire), stato dell’Africa centrale, confina a nord con la Repubblica Centrafricana e il Sudan, a est con l’Uganda, il Ruanda, il Burundi e il lago Tanganica (che lo separa dalla Tanzania), a sud con lo Zambia e a sud-ovest con l’Angola, a ovest con l’enclave angolana di Cabinda e con la Repubblica del Congo. L’estrema propaggine occidentale del paese è uno stretto cuneo che sbocca sull’oceano Atlantico. Il paese ha una superficie di 2.344.885 km² e un’estensione costiera di 37 km. La capitale è Kinshasa.

2. Territorio

Il territorio è dominato dal bacino del fiume Congo (o Zaire); questa regione, che costituisce l’area centrale del paese, si configura come una vasta depressione con vegetazione a savana, orlata su tutti i lati da altipiani e catene montuose, tra le quali spicca quella dei Mitumba, sul confine orientale, dove nasce il fiume Ubangi, affluente settentrionale del Congo. A sud-est il bacino è delimitato da un’area montagnosa, detta altopiano dello Shaba (o Katanga), che raggiunge i 1.220 m sul livello del mare, ricco di giacimenti minerari. A sud-ovest si innalza invece l’altopiano dell’Angola, dove nasce il Kasai, affluente meridionale del Congo.

Il paese è attraversato da numerosi fiumi, le cui valli sono coperte di fitta vegetazione; impenetrabili foreste equatoriali occupano le regioni orientali e nordorientali, la più vasta delle quali, chiamata con vari nomi (Ituri, Great Congo, Pygmy, Stanley) con i suoi 65.000 km² si estende a est, dalla confluenza dei fiumi Aruwimi e Congo fino al lago Alberto; in quest’area, sul confine con l’Uganda, si trova il massiccio del Ruwenzori, con la sua vetta più alta, il monte Margherita (5.109 m).

1. Clima

Fatta eccezione per la zona degli altipiani, il clima del paese è caldo-umido, con temperature medie di circa 27 °C nella depressione centrale e punte estreme in febbraio, il mese più caldo in assoluto; sopra i 1.500 m la media scende a 19 °C. Le precipitazioni raggiungono una media annua di 1.520 mm al nord e 1.270 mm al sud, con frequenze abbondanti, tra aprile e novembre, a nord dell’equatore e, tra ottobre e maggio, a sud.

2. Flora e fauna

Ricca e molto diversificata si presenta la vegetazione: la palma da olio e l’albero della gomma sono molto diffusi, così come il banano e la palma da cocco. Numerose sono le specie dal legname pregiato, tra cui teak, ebano, cedro africano, mogano, iroko.

Particolarmente varia e abbondante è la fauna, tra cui si annovera il leone, l’elefante, il leopardo, lo scimpanzé, il gorilla, la giraffa, l’ippopotamo, la zebra, il bufalo e varie specie di rettili e di uccelli; numerosissimi gli insetti, molti dei quali portatori di malattie endemiche, come la mosca tse-tse e la zanzara Anopheles, che trasmette la malaria.

3. Risorse naturali

La Repubblica Democratica del Congo possiede ingenti risorse minerarie, soprattutto giacimenti di cobalto, rame, uranio, oro e diamanti. La presenza di varie zone climatiche permette una produzione agricola estremamente diversificata, con estensive risorse forestali. Il fiume Congo e i suoi affluenti formano una vasta rete navigabile, che costituisce un notevole potenziale idroelettrico.

4. Problemi e tutela dell’ambiente

La deforestazione rappresenta il principale problema ambientale del paese; la foresta pluviale tropicale copre il 57% (2005) della superficie del paese, ma la deforestazione procede a un tasso annuo dell’1% circa. Nel 1994 l’arrivo dei profughi dal Ruanda, scampati alla guerra civile, ha intensificato il deterioramento ambientale nella parte orientale del paese.

Grazie alla grande estensione delle foreste la biodiversità in questo paese è molto ricca. In tutto sono note 450 specie di mammiferi, di cui 29 (2004) in via d’estinzione. Delle 929 specie di uccelli conosciute, 30 (2004) sono minacciate.

Il paese possiede grandi parchi nazionali che sono stati creati in primo luogo per proteggere le specie da caccia grossa; di questi, cinque sono stati designati World Heritage Sites (luoghi patrimonio dell'umanità): i parchi nazionali di Virunga, di Kahuzi-Biega, di Garamba, di Salonga e la Riserva faunistica degli okapi. Esistono anche santuari faunistici, speciali riserve di caccia e tre Riserve della biosfera che fanno parte del programma UNESCO MAB (Man and the Biosphere, l’uomo e la biosfera). Le aree protette costituiscono il 8,2% (2007) del territorio nazionale.

La Repubblica Democratica del Congo ha ratificato la World Heritage Convention, la Convenzione sul Diritto del mare e il Trattato per il Legname Tropicale del 1983 e del 1994, oltre ad altri accordi internazionali riguardanti la biodiversità, il cambiamento del clima, le specie in via d’estinzione, lo scarico dei rifiuti in mare, l’abolizione dei test nucleari e la protezione dell’ozonosfera.

3. Popolazione

Con uno dei tassi di crescita demografica più alti di tutta l’Africa, la Repubblica Democratica del Congo ha una popolazione di 68.008.922 abitanti (2008), con una densità media di 30 unità per km², distribuiti soprattutto lungo il basso corso del fiume Congo e nelle alteterre orientali. La speranza di vita nel 2008 era di 57,6 anni.

La popolazione del paese, residente in centri urbani solo per il 33% (2005), comprende più di 200 gruppi etnici, per l’80% di lingua bantu. Gruppi di origine sudanese vivono al nord; nilotici, pigmei e altre etnie sono presenti in varie zone del paese. I più numerosi sono i kuba, i bakongo, i mongo (tutti bantu) e i mangbetu-sandé (camitici). La presenza europea, piuttosto folta anche dopo l’indipendenza, è attualmente trascurabile.

1. Lingua e religione

Il francese è la lingua ufficiale, ma nel paese si parlano più di duecento dialetti e quattro lingue: lo swahili nell’est, il kikongo nell’area tra la capitale e la costa, lo tshiluba al sud, il lingala lungo il fiume Congo (vedi Lingue africane).

Circa il 75% della popolazione è cristiana, soprattutto di fede cattolica, ma numerosi sono anche i protestanti; diffusi sono i culti animisti e le forme di sincretismo religioso.

2. Istruzione e cultura

L’istruzione è obbligatoria dai 6 ai 14 anni di età; il tasso di alfabetizzazione della popolazione adulta raggiunge l’89,8% (2005). Kinshasa, Lubumbashi e Kisangani sono sedi universitarie e dei principali musei del paese.

Per approfondimenti sull’arte e l’architettura della Repubblica Democratica del Congo, vedi Arte africana.

4. Divisioni amministrative e città principali

In seguito alla riforma costituzionale del 2006, il paese è suddiviso in 25 regioni amministrative: Congo Centrale, Equateur, Ituri, Kasaï, Kasaï Orientale, Alto Katanga, Kivu Meridionale, Kivu Settentrionale, Kwango, Kwilu, Alto Lomami, Lomami, Lualaba, Lulua, Mai-Ndombe, Maniema, Mongala, Sankuru, Tanganyika, Tshopo, Tshuapa, Ubangi Meridionale, Ubangi Settentrionale, Alto Uele, Basso Uele. Capitale e città principale è Kinshasa (già Léopoldville;), che ha anche lo status di provincia. Altri centri importanti sono Lubumbashi (già Elisabethville), capoluogo del Katanga, Mbuji-Mayi (già Bakwanga), capoluogo del Kasai Orientale, e Kisangani (già Stanleyville), centro fluviale dell’interno e capoluogo dello Tshopo. Tra le città minori si annoverano Bukavu (capoluogo del Kivu Meridionale), Matadi (capoluogo del Congo Centrale), Mbandaka (capoluogo dell’Equateur) e Boma, capitale del paese fino agli anni Venti del Novecento.

5. Economia

Estese risorse agricole, minerarie ed energetiche fanno della Repubblica Democratica del Congo uno dei paesi potenzialmente più ricchi dell’Africa. La situazione economica del paese è tuttavia disastrosa. A ciò hanno contribuito diversi fattori: la guerra civile che seguì all’indipendenza, la politica economica incoerente e l’estesa corruzione che caratterizzarono il regime di Mobutu, la nuova guerra civile scoppiata negli anni Novanta, che ha visto l’intervento di quasi tutti gli eserciti della regione e un esteso saccheggio delle risorse del paese.

Nel 2006 il prodotto interno lordo era di 8.543 milioni di dollari USA, pari a un PIL pro capite di 140,90 dollari. Nel 1994 la Banca mondiale dichiarò il paese insolvente e la Repubblica Democratica del Congo fu estromessa dal Fondo monetario internazionale. Dopo l’iperinflazione dei primi anni Novanta, caratterizzata da punte del 4.000%, negli ultimi anni il tasso d’inflazione si è mantenuto elevato, superando anche il 2.000%.

1. Agricoltura e allevamento

Il 68% della forza lavoro è impiegato nell’agricoltura, settore che fornisce il 45,7% del PIL. Vaste aree del bacino del Congo sono fertili, ma solo il 3,4% (2003) del territorio viene coltivato. I prodotti principali sono batata, manioca, canna da zucchero, mais, miglio, banane, arachidi, riso, caffè, semi e fibra di cotone, caucciù. Il rendimento del settore è notevolmente sceso dopo la nazionalizzazione, negli anni Settanta del Novecento, delle imprese controllate dai bianchi.

L’allevamento di bovini, caprini, ovini, suini e pollame è praticato nelle zone più elevate, meno infestate dalla mosca tse-tse. Il patrimonio forestale è poco sfruttato e modesta è la pesca, finalizzata ai consumi interni.

2. Risorse minerarie e industria

La ricchezza del paese si fonda principalmente sulle risorse minerarie, soprattutto cobalto e diamanti (per uso industriale), rame e rottami di ferro; vengono estratti inoltre uranio, stagno, oro, argento, zinco, manganese, tungsteno e cadmio. I giacimenti di petrolio scoperti al largo della costa vengono sfruttati, con piattaforme off-shore, dal 1975. L’industria è monopolizzata dal settore di trasformazione dei prodotti minerari: derivati del petrolio, cemento e acido solforico. Vi sono inoltre manifatture di tabacco, di prodotti alimentari, birra, calzature, tessili. Il comparto industriale impiega il 13% della popolazione attiva, fornendo il 27,7% (2006) del PIL annuo.

3. Commercio e finanza

Il rame rappresenta la principale voce delle esportazioni e copre il 47,3% del volume totale degli scambi, seguito da diamanti (di cui il paese è il secondo produttore mondiale), cobalto (primo produttore mondiale), petrolio e caffè. Nel 2000 il valore totale delle esportazioni fu di 580 milioni di $ USA, a fronte di importazioni per 396 milioni di $ USA. Occorre tuttavia tener presente che, a causa della disorganizzazione delle istituzioni del paese e dello scarso controllo che il governo centrale ha sul territorio e sulle risorse, le statistiche ufficiali sono poco attendibili. Una grande parte delle risorse minerarie e forestali del paese sono attualmente sotto il controllo di eserciti stranieri e di milizie guerrigliere. I maggiori partner commerciali della Repubblica Democratica del Congo sono Belgio, Stati Uniti, Germania, Francia e Italia.

Il nuovo zaire, che sostituì il vecchio zaire dopo la pesante crisi economica sfociata, agli inizi degli anni Novanta, in una crescita del tasso d’inflazione al 4.000%, è stato ribattezzato franco congolese dopo la caduta del regime di Mobutu (1997).

4. Trasporti e vie di comunicazione

Con 3.641 km di rete ferroviaria sono garantite le comunicazioni all’interno del paese e il collegamento con il porto di Benguela in Angola e con altri centri a est e a sud. La rete stradale, che si estende per 153.497 km, versa in condizioni precarie, contribuendo al declino delle attività agricole e commerciali. Le acque interne, soprattutto fluviali, sopperiscono in parte alla carenza di strade e ferrovie; i tratti navigabili ammontano a 13.700 km. Il Congo è navigabile dalla foce a Matadi (134 km), da dove, per arrivare a Kinshasa, si procede per ferrovia; dalla capitale il fiume è navigabile per altri 1.600 km. I porti principali sono Matadi e Boma, lungo il basso Congo, e Banana, alla foce. Nel paese ci sono cinque aeroporti internazionali e una compagnia di bandiera.

6. Ordinamento dello stato

Già colonia belga con il nome di Congo Belga, il paese proclamò l’indipendenza il 30 giugno del 1960 ma il primo governo legittimo, guidato da Patrice Lumumba, fu travolto dallo scoppio della guerra civile e abbattuto nell’arco di poche settimane. Dal 1965 il paese fu sottoposto a un regime dittatoriale a partito unico e nel 1971 fu ribattezzato Zaire. Assunto il nome attuale nel 1997, il Congo è in seguito precipitato in una guerra civile che ha visto la partecipazione degli eserciti di diversi paesi della regione. Alla fine del 2002 sono iniziate complesse trattative che hanno portato al ritiro di gran parte delle forze straniere, all’adozione di una Costituzione di transizione e a un governo di unità nazionale.

La nuova Costituzione, entrata in vigore nel febbraio 2006, prevede un sistema semipresidenziale fortemente decentralizzato, in cui le province godono di ampia autonomia. Il presidente, eletto ogni cinque anni a suffragio universale, nomina il primo ministro e, su proposta di quest’ultimo, i ministri. Il Parlamento si compone di un’Assemblea nazionale di 500 membri e di un Senato di 120 membri, rinnovati ogni cinque anni a suffragio universale. Al vertice del sistema giudiziario vi sono una Corte costituzionale e una Corte d’appello. È in vigore la pena di morte.

7. Storia

La regione è una delle più antiche aree di popolamento africano, come testimonia il rinvenimento di utensili di pietra, tra i laghi Alberto ed Edoardo, risalenti a 2 milioni di anni fa. Agli albori della nostra era si insediarono nella regione diverse popolazioni, soprattutto pigmee e bantu. Queste ultime si stabilirono nella zona costiera e sugli altipiani orientali e meridionali, costituendovi piccoli stati. Intorno al XIV secolo, in una vasta area che si estendeva dall’Angola al Gabon, nacque un forte stato bantu, il regno del Kongo.

I primi europei a entrare in contatto con il regno del Kongo furono gli esploratori portoghesi guidati da Diogo Cão, che nel 1482 raggiunsero la foce del fiume Congo. Nel 1489 una rappresentanza di bantu fu inviata presso il sovrano portoghese; nel 1490 un gruppo di missionari francescani e di commercianti portoghesi si insediò nella regione. Alfonso, figlio del primo re bantu convertitosi al cristianesimo, tentò di imporre ai suoi sudditi la nuova religione, incontrando una violenta opposizione. In seguito il regno si indebolì fino a sgretolarsi e i portoghesi trasferirono le loro colonie verso l’Angola, dove la cristianizzazione e la tratta degli schiavi incontravano meno resistenze.

Nel XVI secolo tra i luba, nel sud del paese, nacque l’impero lunda, che beneficiò dello sviluppo dei commerci tra gli oceani Atlantico e Indiano. Nel secolo seguente l’impero lunda entrò in crisi, dividendosi in piccoli regni. La tratta dei neri, già praticata nelle zone costiere dal XVI secolo, si espanse verso l’interno, nel Kasai e nel Katanga; nel XIX secolo si allargò ai territori settentrionali, favorendo i guerrieri zande originari del Sudan. Fino alla metà dell’Ottocento l’interno del paese non conobbe la colonizzazione europea, che continuò a operare con grandi empori sulla costa.

1. L’esplorazione del territorio

L’interesse europeo nei confronti del continente africano, ricco di ingenti risorse naturali, venne stimolato dai resoconti degli esploratori, in particolare di Henry Morton Stanley, che tra il 1874 e il 1877 visitò le regioni interne del Congo. Nel 1876 Leopoldo II del Belgio fondò l’Associazione internazionale africana e un Comitato di studi dell’Alto Congo, che si sarebbe poi trasformato nell’Associazione internazionale del Congo. Su mandato dell’associazione, Stanley tornò nella regione per stabilire relazioni commerciali e diplomatiche con i capi locali. Con il sostegno di Tippo Tip, un avventuriero schiavista swahili, l’esploratore fondò diversi empori, tra cui Stanleyville (oggi Kisangani) e Léopoldville (oggi Kinshasa).

Le pretese territoriali di altre nazioni sull’Africa equatoriale, in particolare di Portogallo e Francia, portarono alla convocazione della conferenza di Berlino (1884-1885), che riconobbe i diritti dell’Associazione internazionale del Congo e portò alla creazione di uno stato indipendente (Stato libero del Congo), dotandolo di uno sbocco sul mare. Il nuovo stato venne posto sotto la sovranità personale di Leopoldo II nel luglio del 1885.

2. La colonizzazione belga

Nel 1887 il Belgio avviò un sistema di sfruttamento delle risorse agricole che prevedeva la prestazione gratuita di lavoro da parte della popolazione locale in grandi piantagioni di caucciù, cotone e cacao. Tale sistema schiavistico sollevò la protesta internazionale e nel 1904 Leopoldo II fu costretto a istituire una commissione d’inchiesta il cui resoconto rivelò gli abusi cui erano sottoposte le popolazioni locali. Il re si fece allora garante di alcune riforme, che tuttavia non cambiarono di molto le condizioni della popolazione congolese, anzi accelerarono la colonizzazione del paese. Nel 1908 il Parlamento belga votò l’annessione del Congo, denominato in seguito Congo Belga.

Durante la prima guerra mondiale le truppe congolesi combatterono con gli Alleati in Africa, conquistando una parte del Tanganica e la colonia tedesca del Ruanda-Urundi, che la Società delle Nazioni affidò in mandato al Belgio nel 1919.

Nel corso della seconda guerra mondiale venne potenziata l’attività industriale ed estrattiva, soprattutto dell’uranio, utilizzato nella fabbricazione delle prime bombe atomiche. Nell’esperienza bellica il paese acquistò anche una maggiore coscienza del proprio ruolo e la crescita delle istanze anticolonialiste nei paesi asiatici e africani determinò la comparsa di movimenti indipendentisti che in un primo momento il Belgio tentò di contrastare con la concessione di alcune riforme, in particolare nel settore agricolo e dell’insegnamento. Nacque così una nuova classe, detta degli “evoluti”, che si confrontò con la cultura occidentale, assorbendola. Nel 1955, di fronte alla crescita delle rivendicazioni indipendentiste, Baldovino I lanciò la proposta di una comunità belga-congolese.

3. L’indipendenza

L’8 dicembre del 1957 la popolazione nera partecipò per la prima volta all’elezione dei consigli cittadini e i suoi rappresentanti ottennero la maggioranza dei seggi. Dopo gli scontri che ebbero luogo a Léopoldville (l’attuale Kinshasa) nel 1959, in seguito a una manifestazione nazionalista, il governo belga e rappresentanti congolesi si incontrarono a Bruxelles per stabilire le modalità della concessione dell’indipendenza. Tuttavia, tra i leader politici congolesi non vi era identità di vedute: mentre il Movimento nazionale congolese di Patrice Lumumba sosteneva la costituzione di uno stato unitario, al di là delle differenze etniche e regionali, l’Abako (l’Associazione dei bakongo) e il Conakat (la Confederazione delle associazioni katanghesi) sostenevano la creazione di una confederazione.

Le elezioni del maggio 1960 diedero la maggioranza al Movimento nazionale congolese; Lumumba assunse la guida del governo, cedendo la presidenza al leader dell’Abako Joseph Kasavubu. La Repubblica indipendente del Congo fu proclamata il 30 giugno del 1960.

4. La secessione del Katanga e l’assassinio di Lumumba

Il periodo che seguì l’indipendenza fu caratterizzato da violenti scontri originati da conflitti etnici e politici, nonché dall’intervento non disinteressato delle imprese straniere che sfruttavano le risorse del paese. Proprio grazie al sostegno di una compagnia belga (l’Union minière), l’11 luglio 1960 Moïse Ciombe, il leader del Conakat, proclamò la secessione della provincia del Katanga, ricchissima di giacimenti minerari, e chiese l’aiuto militare belga. Il rafforzamento delle truppe di Bruxelles, giustificato con il pretesto di tutelare i cittadini belgi, fu visto dai congolesi come il tentativo di conservare la tutela politica e soprattutto economica sullo stato africano e provocò il dilagare di una cruentissima guerra civile.

Dietro richiesta di Lumumba, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite autorizzò il segretario generale Dag Hammarskjöld a inviare una forza militare di interposizione e chiese il ritiro delle truppe belghe. In una situazione fortemente critica, Lumumba si rivolse anche all’Unione Sovietica e l’arrivo in Congo di tecnici e consiglieri russi causò ulteriori tensioni interne e internazionali. Il 5 settembre 1960 Kasavubu destituì Patrice Lumumba e il 13 le forze dell’ONU si ritirarono, mentre l’esercito congolese, guidato dal colonnello Joseph-Désiré Mobutu, sostenitore di Kasavubu, assumeva il controllo del paese.

Il 29 settembre il presidente Kasavubu affidò il governo a Mobutu, il quale imprigionò Lumumba e lo consegnò a Ciombe. Nel mese di febbraio 1961 Kasavubu sostituì il governo provvisorio di Mobutu con un nuovo governo, composto dai membri anziani del Parlamento e guidato da Joseph Ileo; Lumumba fu assassinato, in circostanze mai del tutto chiarite, in gennaio.

5. La mediazione dell’ONU

I tentativi di ricerca di una soluzione politica della crisi naufragarono di fronte alle tensioni etniche e politiche ma anche alle ingerenze e agli interessi delle compagnie belghe. Il 21 febbraio del 1961 il Consiglio di sicurezza dell’ONU autorizzò l’uso della forza per scongiurare l’estendersi della guerra civile. A settembre il segretario generale dell’ONU Hammarskjöld perse la vita in un incidente aereo (causato probabilmente da un attentato) mentre cercava ancora di negoziare un cessate il fuoco.

Nel dicembre del 1962 le forze dell’ONU si mossero contro il Katanga, conquistando Elisabethville (l’attuale Lubumbashi). Moïse Ciombe si arrese nel gennaio del 1963 e in seguito ottenne l’amnistia per sé e per le sue milizie. Alcuni mesi dopo, Cyrille Adoula formò un nuovo governo, ma il conflitto continuò a funestare il paese e nel giugno del 1964 Adoula si dimise. Venne allora adottata una nuova Costituzione e venne formato un nuovo governo guidato dallo stesso Ciombe.

La ribellione dei seguaci di Lumumba proseguì nell’est del paese, dove Pierre Mulele e Gaston Soumaliot nell’agosto del 1964 presero il controllo di Stanleyville (l’odierna Kisangani), da dove vennero sgomberati dai paracadutisti belgi alla fine di novembre. La resistenza “mulelista” si riaccese più volte fino al 1968 e anche negli anni seguenti gruppi di guerriglieri furono attivi ai confini della Tanzania.

6. Il regime di Mobutu

Nel 1965 Mobutu depose Kasavubu e prese il potere. Nel 1966 istituì un regime autoritario di tipo presidenziale e l’anno seguente impose una nuova Costituzione. Il suo partito, il Movimento popolare della rivoluzione (MPR), divenne l’unico partito legale del paese e fu definito “istituzione suprema della Repubblica”. Nel 1970 Mobutu fu confermato presidente per sette anni e avviò un ampio programma di africanizzazione, in seguito al quale nel 1971 il nome del paese mutò in Zaire; vennero anche nazionalizzate le imprese straniere, a cominciare da quelle operanti nel settore minerario.

L’ambizioso programma di sviluppo lanciato da Mobutu non diede risultati soddisfacenti e lo Zaire rimase dipendente dai proventi derivanti dalle esportazioni del rame. Negli anni Settanta il calo del prezzo del rame sui mercati internazionali provocò l’aumento vertiginoso del debito estero, che nel 1980 superò i quattro milioni di dollari. Nel 1976 Mobutu riammise le imprese straniere. Nonostante la cattiva fama del suo regime, Mobutu conservò strette relazioni con il Belgio e con la Francia, la quale, insieme con il Marocco, intervenne nel 1977 e nel 1978 per reprimere i nuovi tentativi separatisti del Katanga (rinominato Shaba), i cui ribelli erano sostenuti dall’Angola.

7. La crisi del regime

La corruzione diffusa a tutti i livelli e il saccheggio delle ricchezze del paese (per cui il regime di Mobutu venne sarcasticamente definito una “cleptocrazia”) aggravarono la crisi economica, che raggiunse, agli inizi degli anni Novanta, il suo culmine. Pressato dall’opposizione interna e dalla diplomazia internazionale, nel 1990 il dittatore annunciò l’imminente ripristino delle libertà politiche e nel 1991 legalizzò i partiti di opposizione. Il regime di Mobutu volgeva però al suo termine; lo stesso esercito vide tra il 1991 e il 1993 la diserzione di molti reparti, che si rifugiarono nelle foreste dedicandosi al saccheggio.

Nel corso dei due anni seguenti il conflitto tra il dittatore e le opposizioni fu continuo e una Conferenza nazionale, nominata per redigere una nuova Costituzione, fu sistematicamente osteggiata da Mobutu. Nel gennaio del 1994 la Conferenza nazionale e l’Assemblea nazionale, favorevole a Mobutu, formarono un Parlamento di transizione che fissò una scadenza di 15 mesi entro cui svolgere un referendum costituzionale e libere elezioni.

Nel giugno del 1994 Joseph Kengo Wa Dondo fu eletto primo ministro: il governo da lui nominato vedeva una partecipazione paritaria di membri dell’opposizione e membri del partito del presidente. Il clima di instabilità indusse tuttavia a posticipare le elezioni, in un primo tempo pianificate per il luglio 1995, di due anni. Alla critica situazione interna si aggiunse, nell’aprile 1994, il conflitto etnico scoppiato nel vicino Ruanda, che provocò l’esodo di più di un milione di profughi hutu verso il paese.

8. La caduta di Mobutu

Lo Zaire, con le sue immense risorse minerarie, si ritrovò al centro di un conflitto economico e strategico tra la Francia e gli Stati Uniti: fino all’ultimo Parigi accordò il proprio sostegno al presidente Mobutu e al suo regime; l’amministrazione americana, al contrario, appoggiò più o meno apertamente le forze di opposizione.

La situazione si complicò nel 1996, quando le milizie tutsi banyamulenge (pastori-guerrieri insediatisi nel Kivu negli anni Trenta) che avevano combattuto in Ruanda nei ranghi del Fronte patriottico ruandese, rientrarono nello Zaire per opporsi all’estensione delle colture da esportazione sui loro pascoli. Con i banyamulenge entrarono nel paese le truppe regolari ruandesi, intenzionate a sradicare la guerriglia che gli hutu lanciavano dai campi profughi in Zaire e a impossessarsi delle risorse zairesi.

Nell’ottobre 1996 le truppe dell’Alleanza delle forze democratiche per la liberazione del Congo-Zaire, guidate da un veterano della ribellione “mulelista”, Laurent-Désiré Kabila, e sostenute dal Ruanda, dall’Uganda e dall’Angola, attaccarono i campi profughi di Bukavu. Partiti dalla frontiera nordorientale, nelle settimane successive i ribelli avanzarono verso l’ovest e il sud, senza incontrare una significativa resistenza. Dopo aver conquistato la ricca provincia mineraria dello Shaba, nel corso dei primi mesi del 1997 Kabila continuò la sua avanzata verso la capitale, chiedendo la resa incondizionata di Mobutu.

Nell’aprile 1997 Mobutu propose la formazione di un governo allargato a tutte le forze di opposizione, compresi i ribelli di Kabila, e si intensificarono i tentativi di mediazione dell’ONU, degli Stati Uniti e del Sudafrica. Il 4 maggio Mobutu e Kabila si incontrarono su una nave della marina sudafricana, senza però giungere ad alcun accordo.

9. La “guerra mondiale africana”

Il 18 maggio 1997 i ribelli conquistarono la capitale Kinshasa, abbandonata pochi giorni prima da Mobutu e da quello che rimaneva del suo esercito. Kabila si autoproclamò presidente del paese, cambiandone il nome in Repubblica Democratica del Congo. Mobutu si rifugiò in Marocco, dove morì lo stesso anno. Kabila concentrò tutti i poteri nelle proprie mani, promettendo l’istituzione di un governo di salvezza nazionale e di un’Assemblea costituente, e le elezioni legislative per il 1999. Il nuovo regime si scontrò presto con i vecchi oppositori di Mobutu, lasciati privi di potere, e si appoggiò sulle popolazioni dell’est del paese e sul Katanga in particolare, di cui era originario Kabila. Questi rifiutò le inchieste delle Nazioni Unite sulla scomparsa, avvenuta durante la sua avanzata, di 200.000 hutu, probabilmente massacrati dalle truppe banyamulenge e ruandesi. Agli inizi del 1998 l’ONU pubblicò un rapporto in cui la neonata repubblica e il Ruanda furono accusati di crimini contro l’umanità.

Preceduta da lotte interne e dal deterioramento delle relazioni con il Ruanda, in agosto scoppiò la rivolta dei tutsi banyamulenge che, appoggiati da Ruanda e Uganda, conquistarono il Kivu e sferrarono un attacco contro l’esercito di Kabila. Questi evitò la disfatta solo grazie all’intervento delle truppe del Ciad, della Namibia, del Sudan, dello Zimbabwe e soprattutto dell’Angola, interessata a sradicare i santuari che l’UNITA di Jonas Savimbi aveva impiantato in Zaire. Riunitisi nel Raggruppamento congolese per la democrazia (RCD), i ribelli e gli eserciti loro alleati stabilirono tuttavia il controllo su intere province del nord del paese. Per l’elevato numero dei paesi coinvolti e l’alto numero di vittime militari e civili, il conflitto venne definito “guerra mondiale africana”.

Nella primavera del 1999 gli scontri ripresero con forza. In luglio i rappresentanti dei paesi coinvolti nel conflitto si incontrarono a Lusaka, dove stabilirono un cessate il fuoco al quale, in settembre, aderì anche l’RCD. L’accordo, che prevedeva il dispiegamento delle truppe di una missione delle Nazioni Unite (MONUC), non fu mai applicato. Nell’aprile 2000 fu raggiunta una nuova tregua, ma nonostante i ripetuti tentativi di mediazione attuati dalla UA (Unione Africana) e da diversi esponenti politici del continente (tra cui Nelson Mandela), il conflitto continuò a divampare.

In una situazione di assoluto stallo, nel gennaio 2001 Laurent-Désiré Kabila fu ucciso in una congiura di palazzo. Pochi giorni dopo, una sessione straordinaria del Parlamento nominò alla presidenza del paese il figlio di Kabila, Joseph, un ufficiale formatosi all’estero tra l’Uganda, la Tanzania e la Cina.

Dopo un infruttuoso negoziato svoltosi ad Addis Abeba (ottobre 2001), nel febbraio 2002 i rappresentanti del governo di Joseph Kabila e di alcune forze dell’opposizione si ritrovarono a Sun City, in Sudafrica, per discutere uno “schema di transizione” proposto dal presidente sudafricano Thabo Mbeki. Dopo l’accordo firmato ad aprile tra il governo di Kinshasa e il Movimento di liberazione del Congo di Jean-Pierre Mbemba, iniziò il ritiro delle truppe ruandesi e ugandesi. Le trattative sfociarono infine nella promulgazione di una Costituzione transitoria nell’aprile 2003 e nella formazione, ad agosto, di un governo di unità nazionale, in cui Kabila venne affiancato, in veste di vicepresidenti, dai leader delle quattro principali forze delle opposizioni. Dopo cinque anni ebbe così fine la “guerra mondiale africana”, che secondo diverse stime causò più di tre milioni di morti.

10. Nuova Costituzione

Nel febbraio del 2006, dopo lo svolgimento di un referendum, entrò in vigore una nuova Costituzione che attribuì importanti competenze alle province, aumentate a venticinque. Le elezioni presidenziali, che si svolsero in due turni tra luglio e ottobre accompagnandosi a gravi violenze, videro prevalere il presidente Kabila su Jean-Pierre Mbemba.

Nel febbraio 2007 si insediò il governo presieduto da Antoine Gizenga del Partito lumumbista unificato, comprendente ben 59 dicasteri. A marzo si riaccesero gli scontri tra le milizie di Kabila e Mbemba, protraendosi fino ad aprile, quando Mbemba, accusato di alto tradimento, fu costretto a lasciare il paese e a rifugiarsi in Portogallo.

11. Sviluppi recenti

Le difficoltà di realizzare la reintegrazione dei combattenti prevista dagli accordi di Sun City solleva molte tensioni nel paese. Ad agosto, nel Kivu Settentrionale, scoppia una ribellione tra i militari guidata dal generale Nkunda. Nel gennaio 2008 iniziano le trattative tra le forze governative e i militari ribelli.