Omosessualità
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Omosessualità
2. Aspetti storici

L’atteggiamento nei confronti dell’omosessualità è molto cambiato nel corso dei secoli al succedersi delle culture e delle epoche: accettata nell’antica Grecia e tollerata a Roma, nelle società occidentali e cristiane l’omosessualità è stata a lungo motivo di riprovazione sociale se non di condanna penale (anche capitale, come nella Germania del Cinquecento).

Molti pregiudizi attuali sull’omosessualità sono dovuti alla classificazione che ne fece nel XIX secolo Richard von Krafft-Ebing, considerandola una malattia, una “degenerazione neuropatica ereditaria”, “aggravata” dalla masturbazione “eccessiva”. Contro tale ipotesi è stato però condotto nel 1957 uno studio divenuto classico, da cui è emerso che individui eterosessuali e omosessuali sottoposti alle stesse prove psicologiche non mostrano segni patologici idonei a differenziare i due gruppi. Sigmund Freud ipotizzò invece l’esistenza di una predisposizione innata, ma sottolineò l’importanza delle esperienze infantili (ad esempio, la perdita del genitore di sesso opposto e la conseguente difficoltà di identificazione).

Oggi molti studiosi sostengono che non vi sia un fattore genetico alla base dell’orientamento sessuale, ma ritengono che l’identità e il ruolo sessuali siano comportamenti appresi e non geneticamente determinati; studi sul patrimonio cromosomico e ormonale di soggetti omosessuali non hanno poi rilevato alcuna anomalia o differenza rispetto agli eterosessuali. In altre parole, omosessualità ed eterosessualità non possono essere differenziate su una base fisica: mentre le caratteristiche anatomiche relative alla sessualità sono stabilite alla nascita, la successiva accettazione del proprio genere sessuale dipenderebbe essenzialmente da fattori ambientali.

La classificazione internazionale delle malattie, redatta dall’Organizzazione mondiale della sanità, nel 1987 ha definitivamente escluso l’omosessualità dall’elenco dei disturbi psichici, ribadendone così il carattere non patologico.