Riforma protestante
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Riforma protestante
2. Le origini della Riforma

Sin dalla rinascita del Sacro romano impero con Ottone I di Sassonia nel 962, papi e imperatori furono coinvolti in una continua lotta per la supremazia, che creò tra Roma e l’impero germanico un aspro antagonismo, aggravato nei secoli XIV e XV dallo sviluppo del sentimento nazionalista tedesco e dal diffondersi, in numerosi paesi europei, di un forte scontento per il sistema delle decime e la corruzione ecclesiastica.

Nel XIV secolo il riformatore inglese John Wycliffe attaccò direttamente il papato, sia criticando il commercio delle indulgenze, i pellegrinaggi e il culto smodato dei santi, sia denunciando la corruzione delle gerarchie ecclesiastiche. Il suo insegnamento si diffuse in Boemia, dove trovò un forte sostenitore in Jan Hus, la cui condanna al rogo per eresia nel 1415 scatenò le guerre hussite.

In precedenza, la cosiddetta cattività avignonese dei papi e il Grande Scisma (vedi Scisma) avevano già gravemente minato l’autorità della Chiesa, divisa al suo interno tra sostenitori dell’uno o dell’altro papa. Le autorità ecclesiastiche riconoscevano la necessità di una riforma, che venne infatti discussa al Concilio di Costanza dal 1414 al 1418, senza però determinare mutamenti decisivi.

L’Umanesimo, la riscoperta della cultura classica, la nascita della filologia e l’esaltazione dei valori mondani, fenomeni che ebbero inizio in Italia nel XV secolo, soppiantarono lo strapotere della filosofia scolastica nelle università e nelle istituzioni culturali europee, privando le autorità ecclesiastiche del monopolio del sapere. L’invenzione della stampa a caratteri mobili (vedi Stampa) accrebbe notevolmente la circolazione di libri e idee in Europa. Umanisti come Erasmo da Rotterdam in Olanda, Tommaso Moro in Inghilterra, Johann Reuchlin in Germania e Jacques Lefèvre d’Etaples in Francia formularono nuovi approcci esegetici alle Scritture.