| Goldoni, Carlo | Articolo | ||||
| Per stampare le informazioni, scegliere Stampa dal menu File. | |||||
| 3. | Le opere maggiori |
Durante il soggiorno toscano la produzione goldoniana subì una pausa; un momento felice fu l’incontro con Antonio Sacchi, il grande Truffaldino – una maschera dai connotati simili a quelli di Arlecchino – che gli suggerì la composizione di uno dei suoi capolavori, il Servitore di due padroni (1745, rielaborato nel 1753). Dopo il ritorno a Venezia, nel 1748, Goldoni cominciò la collaborazione con Girolamo Medebach presso il teatro Sant’Angelo. In questo periodo avviò il tentativo di rinnovare le forme espressive del teatro settecentesco, attingendo alla realtà quotidiana e a caratteri, passioni, atteggiamenti e comportamenti degli uomini per trasferirli sul palcoscenico; il tutto avveniva non più seguendo l’effetto estemporaneo dell’improvvisazione, ma secondo precise regole di rappresentazione scenica.
Questo tentativo trovò realizzazione nella sfida delle “sedici commedie nuove” composte nella stagione 1750-51 e introdotte da Il teatro comico, una sorta di manifesto della sua riforma. Tra le più famose figurano, in lingua e in dialetto, Le femmine puntigliose, La bottega del caffè, Il bugiardo, I pettegolezzi delle donne. La collaborazione con il Sant’Angelo si chiuse nel 1753 con un altro capolavoro, La locandiera (1753), che segnò il definitivo superamento della Commedia dell’Arte con la messa in scena di caratteri del tutto autonomi e indipendenti dalla fissità delle maschere.
Dopo il successo della Locandiera, Goldoni sottoscrisse un contratto triennale con il teatro San Luca, conoscendo però un periodo di crisi artistica che culminò con la produzione di commedie mediocri, povere dal punto di vista sia del carattere sia dell’ambiente. È proprio ricorrendo all’ambiente del popolo veneziano che Goldoni ritrovò le forme di caratterizzazione dei personaggi e dell’azione alla base delle felici commedie dialettali in versi della stagione 1755-56, Le massere, Le donne de casa soa e Il campiello, nelle quali il colore dialettale del popolo crea un’originalissima coralità scenica. Dopo una breve pausa romana, Goldoni tornò a Venezia per avviare un’altra fertile stagione, a cominciare da Gli innamorati, messo in scena al San Luca nel 1759.
Dal 1760 al 1762 scrisse i suoi capolavori “veneziani”, in cui l’osservazione della società e dei caratteri si tinge di arguzia e di ironia senza mai scadere nella farsa, la scelta dell’italiano o del dialetto connota socialmente i personaggi e il linguaggio acquista una concretezza inedita nel panorama letterario e teatrale del tempo. Vita reale (mondo) e rappresentazione scenica (teatro) si fondono alla perfezione nell’ambiente veneziano, sia esso quello della borghesia mercantile di I rusteghi, La casa nova, Sior Todero Brontòlon, la Trilogia della villeggiatura (Le smanie della villeggiatura, Le avventure della villeggiatura, Il ritorno dalla villeggiatura), o quello popolare di Le baruffe chiozzotte.
Invitato a dirigere la Comédie Italienne a Parigi, Goldoni si congedò dalla sua città con un commosso addio metaforico, Una delle ultime sere di Carnovale (1762).