Eutanasia
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Eutanasia
4. Questioni mediche

La classe medica è da sempre al centro delle controversie riguardanti l'eutanasia. I governi, i gruppi religiosi e gli stessi medici concordano sul fatto che i professionisti della salute non debbano necessariamente utilizzare 'misure straordinarie' per prolungare la vita alle persone che soffrono di malattie terminali, e che la decisione se utilizzare o meno mezzi straordinari dovrebbe spettare alla famiglia del paziente; tuttavia è proprio la labilità del confine fra misura ordinaria o straordinaria a rendere difficile la valutazione. Ausili della tecnologia moderna come i respiratori artificiali, che rendono oggi possibile mantenere in vita le persone anche quando il coma è irreversibile e le funzioni cerebrali appaiono irrimediabilmente compromesse, possono infatti essere ritenuti da un medico una misura ordinaria (perché vista nell'ottica del progresso scientifico) e da un familiare una misura straordinaria (ma può accadere anche il contrario). A giudizio dei sostenitori dell'eutanasia, prolungare la vita di una persona significa in casi come questi infliggere ulteriori sofferenze fisiche o deperimenti organici dai quali potrebbe anche non essere possibile riprendersi, provocando una grande sofferenza ai familiari del paziente e causando una notevole spesa per il servizio sanitario (fattore di cui bisogna purtroppo tenere sempre più conto). Coloro che sono contrari ritengono invece che esista un reale pericolo di abuso dell'eutanasia, da parte dei medici che, a causa del crescente successo della medicina nel trapianto di organi, potrebbero violare i diritti del donatore morente per preservare in condizioni ottimali gli organi da espiantare.

Per regolamentare aree così delicate e complesse della vita umana sono in corso di elaborazione nuove definizioni giuridiche e professionali di morte e di responsabilità medica in relazione a essa. Fra queste, la più importante è per ora quella di 'morte cerebrale' (cessazione dell'attività elettrica del cervello), il preludio irreversibile della morte dell'individuo, riconosciuta nella maggior parte dei paesi come il momento in cui cessare, con il consenso della famiglia, le cure che tengono in vita l'individuo stesso.