| Scrittura cuneiforme | Articolo | ||||
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| 3. | La decifrazione |
Nessuno dei viaggiatori antichi che rinvennero iscrizioni cuneiformi, specialmente tra le rovine di Persepoli in Iran, fu capace di fornirne un'interpretazione. Un viaggiatore italiano, Pietro della Valle, scoprì nel 1621 un'iscrizione di 413 righe, disposte in tre serie parallele, su una parete rocciosa a Behistun, nell'Iran occidentale. Solo tra il 1761 il 1767 il tedesco Carsten Niebuhr intuì che le tre serie di iscrizioni, volute da Dario I, re di Persia, riproducevano lo stesso testo in tre differenti scritture: cuneiforme persiana, elamitica e babilonese, i tre sistemi di scrittura usati dalla dinastia achemenide per diffondere i decreti fra le tre popolazioni soggette.
La prima iscrizione decifrata fu quella in scrittura cuneiforme persiana: si identificarono parecchi segni e gradualmente si riuscì a decifrare la maggior parte del sistema, cosicché si poté interpretare il testo di Behistun nel 1846. Il compito di decifrare la cuneiforme persiana fu facilitato dalla conoscenza del pahlavi, una varietà più recente della lingua persiana. Il persiano ha il sistema di cuneiforme più semplice: corrisponde a una fase evolutiva recente e presenta 36 caratteri, quasi totalmente alfabetici, talvolta utilizzati anche per alcune sillabe semplici e con un segno per la divisione delle parole. L'uso della scrittura cuneiforme persiana fu limitato al periodo che va dall'iscrizione di Ciro il Grande a Pasargade a quella di Artaserse III a Persepoli.
In seconda posizione nelle iscrizioni trilingui dei re achemenidi appare la cuneiforme elamitica: il fatto che lo stesso testo sia ripetuto parola per parola in ogni versione si rivelò di grande importanza per la conoscenza della lingua elamitica. Il sistema elamitico contiene 96 segni sillabici, 16 logogrammi e 5 determinativi; la lettura dei caratteri è generalmente piuttosto semplice, anche se l'interpretazione di alcune parole non è ancora del tutto sicura.
Per la decifrazione della versione babilonese del testo di Behistun fu di particolare aiuto la somiglianza della lingua con altri più conosciuti idiomi semitici. Ora è certo che la cuneiforme persiana era utilizzata già duemila anni prima dell'iscrizione di Behistun, e molti documenti assai antichi in questi caratteri sono stati rinvenuti a Babilonia, Ninive e altre località nei pressi del Tigri e dell'Eufrate. La cuneiforme babilonese si trova incisa su sigilli, cilindri, obelischi, statue e mura di palazzi e compare su tavolette di argilla, che misurano dai 23 × 15 cm ad appena 2,5 cm2. I caratteri sono spesso molto minuti e alcune fra le tavolette più piccole riportano fino a sei righe, che possono essere lette solo con l'ausilio di una lente di ingrandimento.
Fino a quando non vennero rinvenute antiche iscrizioni pittografiche, non fu possibile provare definitivamente che i caratteri cuneiformi erano originariamente dei pittogrammi. La teoria fu definitivamente dimostrata nel 1913 dall'orientalista statunitense G.A. Barton in un saggio che presentava una raccolta di circa trecento pittogrammi scoperti in antiche iscrizioni cuneiformi e ne delineava lo sviluppo: secondo Barton, i caratteri originali prendevano a modello il corpo umano e le sue parti, nonché animali, alberi, corpi celesti e ambienti naturali, edifici, barche, utensili e strumenti, suppellettili e mobili, armi, vestiario, oggetti di culto. Gli scavi condotti da archeologi tedeschi dal 1928 al 1931 a Uruk, nella zona dell'attuale Warka in Iraq, portarono infine alla luce i più antichi esempi di scrittura pittografica su tavolette d'argilla.
La decifrazione della scrittura cuneiforme ha enormemente contribuito alla conoscenza delle antiche civiltà mesopotamiche e del Medio Oriente in generale. Il codice di Hammurabi, ad esempio, è uno dei più importanti documenti dell'antichità precristiana, mentre molte tavolette sono servite a far luce su vari aspetti della storia dell'antico Egitto.