| Legame chimico | Articolo | ||||
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| 2. | Tipi di legami |
In generale, un atomo tende a creare un legame con un altro atomo per migliorare il proprio stato energetico e acquisire una maggiore stabilità. Fatta eccezione per gli elementi dell’ultimo gruppo della tavola periodica – i gas nobili – che sono già perfettamente stabili e quindi per nulla reattivi, tutti gli elementi possono trarre vantaggio dalla formazione di un legame chimico. La configurazione più stabile per un atomo, infatti, consiste nell’avere l’orbitale più esterno completo, con il numero massimo di elettroni possibile.
Per gli elementi dei primi gruppi della tavola periodica, completare l’orbitale più esterno sarebbe troppo laborioso, e quindi conviene loro cedere i pochi elettroni che lo occupano per avere completo il penultimo orbitale; per gli elementi degli ultimi gruppi, invece, bastano pochi elettroni per completare l’orbitale più esterno, e la soluzione più conveniente è quella di ricevere gli elettroni mancanti da qualche atomo che ne abbia in esubero.
| 1. | Legame covalente |
Tutti questi scambi si possono realizzare appunto attraverso la formazione di un legame chimico, ad esempio di un legame covalente. Esistono due tipi di legame covalente: quello omopolare, che si realizza tra atomi dello stesso elemento, e quello eteropolare, tra atomi di elementi diversi. Il primo produce una molecola perfettamente neutra dal punto di vista elettrico, il secondo una molecola leggermente polarizzata.
Il legame covalente omopolare consiste nella condivisione di due elettroni da parte di una coppia di atomi uguali. Ciascuno dei due atomi che partecipano al legame mette a disposizione un elettrone da condividere con l’altro atomo; il “doppietto” elettronico avvolge la molecola così formata in modo che la distribuzione di carica elettrica intorno ad essa sia perfettamente simmetrica e la molecola risulti elettricamente neutra. Ad esempio, nell’idrogeno molecolare H2, ciascuno dei due atomi di idrogeno che partecipano al legame ha un solo elettrone nell’orbitale più esterno (l’unico); per completare l’orbitale, basta un secondo elettrone “preso in prestito” da un altro atomo di idrogeno. Trattandosi di atomi identici, la forza con cui ciascuno dei due nuclei attrae a sé i due elettroni di legame è la stessa per entrambi, e la molecola risulta perfettamente simmetrica.
Il legame covalente si dice polare o eteropolare se avviene tra atomi caratterizzati da una notevole differenza di elettronegatività, vale a dire, da una forte disparità nella capacità degli atomi di attirare a sé gli elettroni di legame. Come nel legame omopolare, ciascuno dei due atomi mette a disposizione un elettrone di legame, ma poi il doppietto in compartecipazione viene attratto con più forza dall’atomo più elettronegativo, e quindi la distribuzione di carica della molecola che ne deriva non è simmetrica.
Ad esempio, nell’ossido di azoto, NO, l’azoto N e l’ossigeno O possiedono valori diversi di elettronegatività, e i due elettroni di legame sono ripartiti in maniera ineguale fra gli atomi: la loro densità di carica si concentra intorno all’atomo più elettronegativo. Si genera così una molecola dotata di un polo di carica debolmente positiva e uno di carica debolmente negativa. Il legame covalente è caratteristico di sostanze che non conducono elettricità, non hanno lucentezza, duttilità, né malleabilità.
| 2. | Legami doppi e tripli |
Se il numero di doppietti elettronici condivisi tra due atomi legati non è uno, ma due o tre, si parla rispettivamente di legame doppio o triplo. Un esempio di legame doppio si trova nella molecola dell’anidride carbonica, CO2, in cui l’atomo di carbonio è unito a ciascuno dei due atomi di ossigeno con un doppio legame. Nell’azoto molecolare, N2, invece, i due atomi di azoto sono legati tra loro mediante un triplo legame. I legami doppi e tripli sono più forti dei legami covalenti singoli, e quindi più corti.
| 3. | Legame ionico |
Se il legame covalente consiste in una compartecipazione di elettroni, il legame ionico comporta invece un vero e proprio trasferimento di elettroni da un atomo all’altro. Si tratta di un legame molto forte, dato dall’attrazione elettrostatica tra due ioni di carica opposta, formati appunto in seguito al trasferimento di elettroni da un atomo all’altro. Ad esempio, nel cloruro di sodio (NaCl), il sodio (Na), appartenente al primo gruppo della tavola periodica, cede il suo elettrone più esterno a un atomo di cloro (Cl), del penultimo gruppo (VIIA o diciassettesimo), a cui manca un solo elettrone per completare l’orbitale. Si formano così il catione Na+ e l’anione Cl- che, essendo dotati di carica elettrica opposta, si attraggono con una forza data dalla formula di Coulomb.
| 4. | Legame metallico |
Si definisce metallico il legame fra metalli. Negli atomi di elementi metallici, gli elettroni più esterni sono assai debolmente legati al nucleo. Così, in un solido metallico, i nuclei degli atomi occupano posizioni fisse formando il reticolo cristallino, mentre gli elettroni più esterni non rimangono legati ai rispettivi nuclei, ma si muovono liberamente nel solido; il legame consiste sostanzialmente nell’attrazione elettrostatica tra la carica positiva dei nuclei e la carica negativa della “nube elettronica”. La mobilità degli elettroni di un solido metallico sono responsabili delle proprietà di conducibilità elettrica e termica, di lucentezza, di malleabilità e di duttilità proprie dei metalli.
| 5. | Legame dativo |
Nel caso del legame dativo (detto anche covalente dativo), i due elettroni di legame provengono da uno solo dei due atomi impegnati nel legame (atomo “donatore”), e vanno a riempire un orbitale disponibile dell’altro atomo (detto “accettore”). Questo tipo di legame viene spesso rappresentato, nella formula di struttura della molecola,con una freccina con la punta diretta verso l’atomo accettore. Il legame dativo si osserva, ad esempio, nella molecola dell’acido solforico, H2SO4: l’atomo di zolfo cede due elettroni rispettivamente a due atomi di ossigeno (quindi, la molecola contiene due legami dativi). Con gli altri due rimanenti atomi di ossigeno, lo zolfo stabilisce invece due legami covalenti.
Un legame dativo è alla base anche della struttura dello ione ammonio NH4+. L’azoto di una molecola di ammoniaca NH3 può infatti cedere due elettroni del suo orbitale più esterno a uno ione idrogeno H+ (in pratica è un protone).
| 6. | Legame idrogeno |
Il legame idrogeno (chiamato anche legame a idrogeno) si realizza quando un atomo di idrogeno, legato per mezzo di un legame covalente a un atomo molto elettronegativo (come O, N, F), forma un altro legame debole con un altro atomo elettronegativo che abbia una coppia di elettroni non condivisi. Questo legame, di natura elettrostatica, è notevolmente più debole dei normali legami covalenti, e si considera un tipo di forza intermolecolare: ciononostante ha un’enorme importanza. Ad esempio, è responsabile dell’alto punto di ebollizione dell’acqua e dell’alto grado di viscosità della glicerina. Modifica la coesione di determinati cristalli, in particolare nel ghiaccio, e di fatto contribuisce a determinare il grado di massima stabilità di molte grandi molecole di importanza biologica.
| 7. | Ponte disolfuro |
Un ponte disolfuro (o legame disolfuro) è un legame covalente che si stabilisce tra due gruppi sulfidrilici (-SH) di due molecole. I due gruppi per una reazione di ossidazione si uniscono formando –S-S- con liberazione di una molecola di acqua. I ponti disolfuro sono assai comuni nelle proteine, nelle quali si instaura tra molecole di cisteina (un amminoacido che nel suo gruppo R contiene zolfo).
Se nella catena di amminoacidi che costituisce la struttura primaria di una proteina si forma un legame zolfo-zolfo (-S-S-) tra due cisteine, situate in punti diversi della catena, questa si ripiega e forma un’ansa; quanto maggiore è il numero dei ponti disolfuro, tanto più la proteina risulterà ripiegata in una complessa struttura tridimensionale. I ponti disolfuro possono anche essere intermolecolari, cioè impegnare amminoacidi di catene diverse, e contribuiscono così a collegare le diverse subunità di una stessa proteina. Questo tipo di legame, quindi, ha un ruolo cruciale nella maturazione di molte proteine e nella attivazione.
Si è osservato che i ponti disolfuro rendono le proteine più stabili, rendendone più difficile la degradazione. Per questo motivo, è possibile intervenire artificialmente su proteine in modo da stabilire nella loro struttura un maggior numero di ponti e ottenere molecole termostabili, adatte ad esempio a particolari reazioni di catalisi (tuttavia, temperature eccessivamente elevate rompono i legami –S-S-).
Il fenomeno della formazione di ponti disolfuro è sfruttato anche nel processo di vulcanizzazione della gomma. È interessante rilevare che anche in tossine proteiche presenti nel veleno di alcuni serpenti sono stati identificati molti legami disolfuro che, evidentemente, hanno la funzione di rendere la tossina più “resistente” ai sistemi difensivi del corpo della preda.