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Verso

Verso Unità fondamentale del testo poetico. Come dice l'etimologia (il termine deriva dal latino versus, participio passato di vertere, 'volgersi', 'andare a capo'), l'elemento essenziale che la caratterizza è l'andare a capo. La scansione su cui si regge il discorso in versi è solo formale, cioè indipendente dalla struttura sintattica; il verso è un segmento di discorso organizzato in base a una struttura metrica e a una sequenza ritmica variabile. Nel caso del verso libero manca la struttura metrica e diventa fondamentale la sequenza ritmica variabile, che tuttavia, data la sua natura estremamente soggettiva, va segnalata incolonnando i versi. Nel verso tradizionale (non libero) c'è un modello ritmico che regola la distribuzione degli accenti all'interno del metro.

Nella tradizione metrica italiana l'endecasillabo è il verso più importante e più lungo. Ci sono però anche i versi doppi, con una cesura (indicata graficamente con //) che separa i due membri uguali: il dodecasillabo o doppio senario ('d'un volgo disperso // che nome non ha', Alessandro Manzoni, Adelchi); l'alessandrino o martelliano o doppio settenario ('Sui campi di Marengo // batte la luna; fosco', Giosue Carducci, Sui campi di Marengo); il doppio ottonario ('Da quel verde mestamente // pertinace tra le foglie', Carducci, Presso una certosa). Il Novecento ha proposto versi di tredici sillabe con Cesare Pavese ('È un gigante che passa volgendosi appena', Balletto), o di sedici con Riccardo Bacchelli. Oltre all'endecasillabo, la tradizione presenta il decasillabo ('Soffermati sull'arida sponda', Manzoni, Marzo 1821); il novenario, prediletto da Pascoli ('Nascondi le cose lontane', Nebbia); l'ottonario ('Sul castello di Verona', Carducci, La leggenda di Teodorico); il settenario, il più importante dopo l'endecasillabo; il senario ('Dolci miei sospiri', Gabriello Chiabrera); il quinario, usato nel Duecento per la canzone prima che si affermassero il settenario e l'endecasillabo; il quadrisillabo e il trisillabo, utilizzati in combinazione con altri versi. I versi imparisillabi, per la mobilità degli accenti, hanno avuto molta più fortuna dei parisillabi.