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| 4. | Il fenomeno terroristico in Italia |
Lo sviluppo del terrorismo in Italia avvenne sia per il ruolo del paese nello scacchiere internazionale della Guerra Fredda, sia per la crescita nell’ambito della sinistra di settori ispirati a ideologie rivoluzionarie leniniste oltre che resistenziali; tra questi movimenti riprese forza negli anni Sessanta il mito della “rivoluzione mancata” all’indomani della seconda guerra mondiale. Nel 1969, con la strage di piazza Fontana a Milano, dove una bomba piazzata in una filiale della Banca Nazionale dell’Agricoltura causò 16 morti e 87 feriti, si inaugurò in Italia quella conosciuta con il nome di “strategia della tensione”. L’Italia fu investita da una tragica ondata di attentati, con la regia di settori deviati dello stato, ambienti massonici (vedi Massoneria), servizi segreti e governi stranieri, e con la manovalanza fornita da organizzazioni neofasciste (Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, Ordine Nero, Nuclei Armati Rivoluzionari ecc.).
Lungo è l’elenco delle stragi che colpirono il paese in quegli anni. Tra le principali, oltre a quella di piazza Fontana (definita in seguito dalla stampa “strage di stato”), vanno ricordate quella di piazza della Loggia a Brescia, dove il 28 maggio 1974 persero la vita otto persone (e un centinaio rimasero ferite) per lo scoppio di un ordigno durante una manifestazione sindacale; quella del treno Italicus, l’espresso Roma-Brennero su cui, il 4 agosto 1974, un’esplosione uccise 12 passeggeri e ne ferì 50; quella della stazione ferroviaria di Bologna, dove il 2 agosto 1980 scoppiò un potentissimo ordigno collocato nella sala d’aspetto, causando 85 morti e centinaia di feriti (nello stesso anno precipitò, per cause mai chiarite, un aereo di linea al largo dell’isola di Ustica, causando la morte di 81 passeggeri e di tutti i membri dell’equipaggio); quella del treno 904, il rapido Napoli-Milano su cui, il 23 dicembre 1984, a San Benedetto Val di Sambro una bomba provocò la morte di 15 persone e il ferimento di oltre duecento.
Agli inizi degli anni Settanta settori di quella cospicua area di sinistra uscita dalle lotte studentesche e operaie del Sessantotto, spinti da una situazione politica ritenuta bloccata e temendo l’avvento di un regime autoritario, individuarono nella lotta armata contro le istituzioni dello stato l’unica via praticabile per affermare i diritti delle classi popolari. La strategia terroristica, abbracciata da una miriade di organizzazioni armate di sinistra (Brigate Rosse in primo luogo, poi Prima Linea, Nuclei Armati Proletari, Nuclei Comunisti Combattenti ecc.) e di destra, costò al paese un lacerante conflitto sociale e molte vite umane.
L’atto più eclatante di quella strategia fu il sequestro e l’uccisione, nel 1978, del leader della Democrazia Cristiana Aldo Moro; ma è lunga la sequenza delle uccisioni e dei ferimenti di uomini politici, magistrati, giornalisti, membri delle forze dell’ordine, sindacalisti, semplici cittadini.
Negli anni Ottanta la criminalità di stampo mafioso adottò tecniche terroristiche proprie del radicalismo politico, con attentati a uomini politici e sindacalisti, a membri delle forze dell’ordine (tra cui Carlo Alberto Dalla Chiesa nel 1982), a giudici (tra i quali Giovanni Falcone e Paolo Borsellino nel 1992). Nel 1993 la mafia siciliana lanciò un’inaudita sfida allo stato, colpendo con attentati la Galleria degli Uffizi e la torre dei Georgofili a Firenze (uccidendo 5 persone), il Padiglione d’arte contemporanea a Milano (causando 5 vittime), la cattedrale di San Giovanni e la chiesa di San Giorgio al Velabro a Roma (causando diversi feriti).
Oggi in Italia il fenomeno terroristico di stampo politico è del tutto marginale, sebbene nel 1999 e nel 2002 un piccolo gruppo ispirato alle Brigate Rosse tese due agguati mortali a Massimo D’Antona e Marco Biagi, consulenti del ministero del Lavoro. Negli ultimi anni diversi attentati sono stati realizzati perlopiù a scopo dimostrativo da gruppi della galassia anarchica cosiddetta “insurrezionalista”.