Terrorismo
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Terrorismo
2. Un fenomeno complesso e controverso

Negli ultimi decenni è stata prodotta una notevole mole di studi politici e giuridici sul terrorismo. In generale, si parla di terrorismo quando la violenza, finalizzata appunto a “terrorizzare”, viene esercitata da soggetti non istituzionali ed è rivolta contro obiettivi civili. Tuttavia, entrambi questi elementi non sono dirimenti e non tracciano un netto confine tra violenza terroristica e altri tipi di violenza.

Infatti, a praticare il terrorismo possono essere anche soggetti istituzionali, come l’esercito o i servizi segreti di un paese, e gli obiettivi possono essere militari. Ad esempio, in Sud America (in Argentina, in Cile, in Brasile, in Paraguay, in Messico ecc.) sono state (e in alcuni casi sono ancora) le forze armate e la polizia a ricorrere più spesso a forme di terrorismo. D’altra parte, le guerriglie nazionaliste o i movimenti resistenziali (oggi frequentemente associati al terrorismo) hanno rivolto prevalentemente le armi contro obiettivi militari, fossero questi costituiti dagli eserciti del loro stesso paese oppure da forze di occupazione straniere.

Non sono dirimenti neanche altri elementi, quali ad esempio il tipo di tecnica o di arma utilizzato (attentati, uccisioni, rapimenti, sabotaggi, dirottamenti aerei ecc.), l’efferatezza dell’atto, o la “legittimità” dell’uso della violenza. Infatti, armi e tecniche utilizzate dai terroristi non si discostano molto da quelle utilizzate dalle forze regolari e le azioni di queste ultime possono risultare efferate quanto quelle di un gruppo terroristico.

Per quanto riguarda invece la legittimità dell’uso della violenza (legittimità che è riconosciuta, ad esempio, nei casi di resistenza a una potenza straniera o di sopravvivenza), questa risente fortemente del contesto politico e diplomatico e dei rapporti tra le forze in campo. Ad esempio, può succedere che uno stato scenda a patti oppure faccia suo alleato un movimento precedentemente definito terroristico (come nel caso dell’IRA nord-irlandese oppure dell’Esercito di liberazione del Kosovo). Può succedere, al contrario, che l’attività militare di un movimento, precedentemente approvata e finanche sostenuta, venga poi definita terroristica: è il caso dei mujaheddin che combatterono in Afghanistan, che l’amministrazione statunitense sostenne e definì “freedom fighters” (combattenti della libertà) allorché contrastavano le forze sovietiche, per poi declassarli a terroristi quando rivolsero le armi contro altri obiettivi.

Il terrorismo ha assunto un ruolo centrale nel dibattito politico internazionale soprattutto in seguito agli attentati a New York e Washington dell’11 settembre 2001. Per gli Stati Uniti questo fenomeno costituisce oggi la principale minaccia al sistema democratico e all’ordine internazionale, e già all’indomani degli attentati gli USA hanno lanciato una poderosa offensiva contro l’Afghanistan, considerato il principale santuario di Al Qaeda, l’organizzazione terroristica creata da Osama Bin Laden. Le stesse Nazioni Unite hanno approvato nel 2004 una risoluzione sulla lotta al terrorismo, che condanna il ricorso a questa forma di violenza “quali che siano le motivazioni”.

Tuttavia, le Nazioni Unite non sono ancora pervenute a una definizione univoca e universalmente accettata del termine, necessaria sia per distinguere il fenomeno terroristico dalle lotte legate alla resistenza e alla sopravvivenza, sia per predisporre gli strumenti atti a contrastarlo militarmente e a perseguirlo penalmente. Non è infatti facile mettere d’accordo la comunità internazionale su questo argomento. Molti stati, tra cui le maggiori potenze (Stati Uniti, Russia e Cina), hanno fatto ricorso in passato e ricorrono tuttora a pratiche spesso difficilmente distinguibili da un atto terroristico. Al centro del dibattito in seno alle Nazioni Unite vi è anche il rispetto dei diritti umani, che spesso viene eluso dagli stati proprio in nome della lotta al terrorismo.