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Pinochet Ugarte, Augusto
1. Introduzione

Pinochet Ugarte, Augusto (Valparaíso 1915 – Santiago 2006), generale e presidente del Cile (1974-1990).

Entrato nella Scuola di fanteria a diciotto anni, compì una brillante carriera nell’esercito cileno diventando nel 1971 membro del comando supremo dell’esercito. Pinochet si mantenne apparentemente ai margini della violenta offensiva politica cui venne sottoposto, sin dal suo insediamento nel 1970, il governo riformista di Salvador Allende, conquistandosi una fama di legalista.

Nella fase più acuta dello scontro, seguita al tentativo di golpe (colpo di stato) del giugno 1973, venne perciò chiamato da Allende a sostituire al comando delle forze armate il generale Carlos Prats, il quale, oppostosi al colpo di stato, era stato costretto alle dimissioni dai rabbiosi attacchi delle destre. L’11 settembre dello stesso anno, Pinochet fu invece l’artefice della sollevazione dei militari, sostenuta dagli Stati Uniti, che portò alla destituzione e alla morte di Allende.

2. Gli anni del potere

Nominato “capo supremo della nazione” nel giugno del 1974 e “presidente” nello stesso anno, Pinochet instaurò un regime autoritario e violento, proibendo qualsiasi tipo di associazione politica e sindacale. Richiamandosi ai “principi cristiani” e alla “civiltà occidentale”, lanciò una sanguinosa campagna di arresti, rapimenti, torture, uccidendo alcune migliaia di oppositori politici, sindacalisti, intellettuali e artisti (tra cui il cantante Victor Jara), ma anche semplici cittadini, occultandone i corpi in fosse comuni.

Effettuò nel contempo una profonda epurazione di tutti gli apparati dello stato, spingendo all’esilio più di un milione di persone. Agitando la “minaccia marxista”, con altri regimi dittatoriali del Sud America e con l’appoggio della CIA avviò il cosiddetto “piano Condor”, rivolto a colpire gli oppositori ovunque si trovassero, in patria o all’estero. Sul piano economico Pinochet si affidò a consulenti della scuola di Milton Friedman (i cosiddetti “Chicago Boys”), trasformando il paese in un laboratorio per le più sfrenate politiche neoliberiste.

Nel 1980, nell’intento di dare al suo regime una facciata di legalità e di sopire le critiche internazionali, fece approvare una nuova Costituzione, in base alla quale venne confermato per otto anni alla presidenza dello stato, impegnandosi a indire un referendum al termine del mandato. Scampato a un attentato nel 1986, Pinochet irrigidì ulteriormente il suo regime, non riuscendo tuttavia a frenare il malcontento e la crescita delle opposizioni. Clamorosamente sconfitto nel referendum del 1988, fu costretto a indire elezioni libere, che nel dicembre dell’anno successivo videro il trionfo del candidato delle opposizioni Patricio Aylwin.

Prima di lasciare il potere, Pinochet impose tuttavia una modifica alla Costituzione, garantendosi l’impunità e stabilendo una pesante ipoteca politica sul futuro del paese; conservò infatti per sé un seggio di senatore a vita e il comando delle forze armate, cui rinunziò solo nel marzo del 1998.

3. Il declino e l’emarginazione

I cambiamenti avvenuti negli anni Novanta nel quadro politico internazionale indebolirono tuttavia il ruolo dell’ex dittatore. Nell’ottobre del 1998, durante un soggiorno a Londra, fu arrestato su richiesta della magistratura spagnola con l’accusa di genocidio per i crimini perpetrati durante il suo governo in coordinamento con le autorità militari e i servizi segreti cileni. Dopo una lunga schermaglia giuridico-diplomatica, Pinochet poté tornare in Cile solo nel marzo del 2000, grazie a una contestatissima decisione del ministro degli Interni britannico, ufficialmente dettata da considerazioni umanitarie.

Da allora fu però la magistratura cilena, a sua volta affrancatasi dal soffocante controllo del regime e rinnovatasi nei ranghi, ad avviare indagini sui crimini commessi durante la dittatura. Privato dell’immunità parlamentare, Pinochet fu coinvolto in varie inchieste e posto agli arresti domiciliari con la grave accusa di aver personalmente ordinato almeno 18 sequestri di persona e 57 omicidi nel corso della cosiddetta “carovana della morte”, un’operazione di repressione legata al piano Condor e lanciata, all’indomani del colpo di stato del 1973, contro importanti esponenti dell’opposizione, spesso raggiunti nell’esilio dalla violenza dei sicari dell’ex dittatore.

Nel 2001 Pinochet riuscì a evitare il giudizio, dopo una lunga battaglia legale, adducendo l’“infermità mentale”. Nuove inchieste portarono in seguito alla luce vicende di corruzione, ruberie, traffici di armi e droga riguardanti l’ex dittatore e i membri della sua famiglia, di cui si scoprirono decine di ricchi conti bancari all’estero. L’iniziativa della magistratura cilena, oltre che infliggere all’ex dittatore svariati periodi di arresti domiciliari, ne compromise anche, definitivamente, l’immagine abilmente costruita di irreprensibile statista, spingendo infine gli stessi sostenitori ad abbandonarlo alla sua sorte.