Pinochet Ugarte, Augusto
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Pinochet Ugarte, Augusto
2. Gli anni del potere

Nominato “capo supremo della nazione” nel giugno del 1974 e “presidente” nello stesso anno, Pinochet instaurò un regime autoritario e violento, proibendo qualsiasi tipo di associazione politica e sindacale. Richiamandosi ai “principi cristiani” e alla “civiltà occidentale”, lanciò una sanguinosa campagna di arresti, rapimenti, torture, uccidendo alcune migliaia di oppositori politici, sindacalisti, intellettuali e artisti (tra cui il cantante Victor Jara), ma anche semplici cittadini, occultandone i corpi in fosse comuni.

Effettuò nel contempo una profonda epurazione di tutti gli apparati dello stato, spingendo all’esilio più di un milione di persone. Agitando la “minaccia marxista”, con altri regimi dittatoriali del Sud America e con l’appoggio della CIA avviò il cosiddetto “piano Condor”, rivolto a colpire gli oppositori ovunque si trovassero, in patria o all’estero. Sul piano economico Pinochet si affidò a consulenti della scuola di Milton Friedman (i cosiddetti “Chicago Boys”), trasformando il paese in un laboratorio per le più sfrenate politiche neoliberiste.

Nel 1980, nell’intento di dare al suo regime una facciata di legalità e di sopire le critiche internazionali, fece approvare una nuova Costituzione, in base alla quale venne confermato per otto anni alla presidenza dello stato, impegnandosi a indire un referendum al termine del mandato. Scampato a un attentato nel 1986, Pinochet irrigidì ulteriormente il suo regime, non riuscendo tuttavia a frenare il malcontento e la crescita delle opposizioni. Clamorosamente sconfitto nel referendum del 1988, fu costretto a indire elezioni libere, che nel dicembre dell’anno successivo videro il trionfo del candidato delle opposizioni Patricio Aylwin.

Prima di lasciare il potere, Pinochet impose tuttavia una modifica alla Costituzione, garantendosi l’impunità e stabilendo una pesante ipoteca politica sul futuro del paese; conservò infatti per sé un seggio di senatore a vita e il comando delle forze armate, cui rinunziò solo nel marzo del 1998.