Religione
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Religione
2. Religioni primitive

Carattere principale delle religioni primitive, ormai scomparse nel mondo occidentale, è l'assenza di una netta separazione tra mondo spirituale e mondo naturale, tra coscienza e mondo circostante. Il filosofo francese Lucien Lévy-Bruhl denominò questa assenza di confine partecipation mystique, concependola come il sentimento di fusione tra l'organismo umano e il suo ambiente.

Calato in questo scenario, in cui il mondo intero risulta pervaso di forze 'mentali' o 'spirituali', l'individuo, secondo Rudolf Otto, è costantemente a contatto con il mistero del 'numinoso'.

1. Atmosfera numinosa

Fondamentalmente connessa con la totalità della natura in ogni suo aspetto, l'atmosfera numinosa è, ad esempio, ben rappresentata nello scintoismo, la religione giapponese tradizionale che non ha elaborato una professione di fede né ha formalizzato dottrine religiose, esprimendo l'originario stupore, rispetto e timore per l'esistente. Questo approccio all'esperienza del sacro implica che il tutto venga personificato in uno spirito dalle caratteristiche umane e dotato di una vita autonoma, misteriosa e imprevedibile.

Ovviamente alcuni fenomeni naturali e luoghi di particolare stranezza o bellezza paiono più densi di atmosfera numinosa. Così anche le qualità o gli aspetti di questa atmosfera possono essere più o meno intensi. Gli antropologi utilizzano comunemente le parole polinesiane mana e tabù per indicare l'aspetto positivo e negativo del numinoso: quando si rivela come mana, il numinoso è potente ed efficace; come tabù, invece, è qualcosa di indefinibile e impossibile da avvicinare, in virtù del timore che ispira.

2. Rito

Il rito, che ricopre un ruolo fondamentale nelle culture primitive, è il tentativo di porsi in armonia con il ciclo naturale, celebrando eventi fondamentali come il quotidiano sorgere e tramontare del sole, il mutare delle stagioni, il variare delle fasi lunari, la semina annuale e il raccolto. Inoltre il rito è un atto sacro, una filiazione diretta delle grandi figurazioni mitologiche che in queste culture esercitano una funzione simile a quella delle dottrine religiose per l'Occidente. Il rito proprio delle religioni primitive si potrebbe considerare come una forma artistica volta a esprimere e a celebrare la partecipazione dell'umanità alle vicende dell'universo e degli dei.

Nelle culture in cui prevale questa percezione del mondo, le pratiche quotidiane sono così intrise di religiosità che risulta impossibile distinguervi il sacro dal profano.

3. Mito

Le culture primitive non hanno elaborato una dottrina religiosa o un sistema di nozioni volto a definire la natura del numinoso: lo 'spirito' rimane una percezione piuttosto che un'idea e il suo linguaggio più appropriato non consiste di concetti, bensì di immagini. Così, in luogo della dottrina religiosa, si trova il mito, un complesso asistematico di narrazioni orali tramandate di generazione in generazione, che offrono una rappresentazione significativa dell'universo. Secondo le prime interpretazioni antropologiche del mito, come quella dell'antropologo britannico James George Frazer, gli dei e gli eroi mitologici personificano i corpi celesti, gli elementi o i cosiddetti 'spiriti dei raccolti': i miti sono spiegazioni ingenue delle vicende naturali. Dal canto suo, lo psichiatra Carl Gustav Jung sostenne che i miti si fondano su sogni e fantasie che conferiscono espressione concreta a processi psicologici inconsci. Secondo Jung, esiste un inconscio collettivo che possiede una struttura quasi analoga presso tutti i popoli; questa uniformità spiega le sorprendenti analogie mitologiche presenti in culture che non sono mai entrate in relazione tra loro. Questi processi inconsci modellano la crescita mentale e spirituale; l'immaginario mitico e la sua rappresentazione nel rito formano una sorta di sapienza che guida la vita. Così, ad esempio, la danza tribale per il sorgere del sole fa percepire ai membri della comunità che essi stanno svolgendo un ruolo significativo nella vita dell'intero universo.

A sua volta, lo studioso singalese Ananda Coomaraswamy definì nei suoi studi sulle culture indiana e indonesiana i grandi temi mitici come parabole metastoriche, conoscenza intuitiva della natura e del destino umani, da sempre disponibile per quanti desiderano sinceramente sondarne la profondità.