| Varicella | Articolo | ||||
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| 2. | Il dibattito sulla vaccinazione |
Se per alcune malattie infantili, come la pertosse, in Italia è stata resa obbligatoria la vaccinazione, e di altre, come il morbillo, la vaccinazione è facoltativa, nel caso della varicella ancora si discute dell’opportunità di somministrare il vaccino a fasce di popolazione più o meno ampie. L’Italia è l’unico paese europeo che ha deciso di introdurre il vaccino, a base di virus vivi attenuati (2002), allineandosi così alla posizione degli Stati Uniti, in cui la profilassi antivaricella è in vigore dal 1985. La vaccinazione finora è stata consigliata solo ai bambini e agli adulti immunodepressi (ad esempio, alle persone che seguono cicli di chemioterapia).
Le perplessità rispetto a una estensione della vaccinazione dipendono dal fatto che la varicella è, tra le malattie infantili, quella meno grave, per la quale cioè si rileva la minore mortalità: 1,2-2,6 casi letali su 100.000 contro i 30-10 per il morbillo, i 300 casi nel caso della pertosse e i 10-30 casi per quanto riguarda gli orecchioni (parotite). Negli adulti invece la varicella produce, rispetto ai bambini, molti più casi di encefalite (7 volte in più), la mortalità cresce fino a 25 volte, così come la necessità di ricovero ospedaliero. Gli esperti dell’Istituto Superiore di Sanità sembrano concordare sul fatto che, se si vaccinasse meno del 70-80% dei nuovi nati, vi sarebbe il rischio di incremento dei casi negli adulti, con conseguente aumento della mortalità e delle complicazioni; d’altra parte, la possibilità di garantire una copertura vaccinale ben più ampia nei bambini sembra remota. Una soluzione sembrerebbe allora quella di vaccinare i ragazzi di 12 anni, ma non i bambini; questa strategia eviterebbe il rischio di aumento dei casi fra gli adulti. A seguito del dibattito svoltosi nel febbraio 2005, l’orientamento è comunque rimasto quello di raccomandare il vaccino agli adolescenti a rischio di contagio, oltre che ai soggetti immunodepressi.