Metrica
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Metrica
2. Le unità metriche

Fra il VII e il III secolo a.C., nell’ambito della letteratura greca, la poesia conquistò una crescente autonomia, emancipandosi dal rito e, sia pure con grande lentezza, anche dalla musica, fino a distinguersi chiaramente come una forma autonoma di discorso letterario, capace di misurarsi con qualsiasi contenuto e dotata di una normativa codificata. In linea di massima, se per comporre testi in prosa è sufficiente seguire le regole della grammatica, per comporre testi poetici è necessario tenere conto anche di altri aspetti del linguaggio: la disposizione degli accenti, il numero delle sillabe, il tipo di suoni presenti nelle parole usate, le pause (che orientano il tempo della lettura o della pronuncia).

L’unità di base del discorso poetico è il verso, la cui fine, nei testi a stampa moderni, coincide con l’a-capo. Fino al XV secolo però i testi poetici venivano scritti di seguito: erano le rime e altre caratteristiche formali a permettere (in genere senza possibilità di equivoco) il riconoscimento dei versi.

In generale, la metrica studia e definisce proprio quegli aspetti formali che costruiscono le unità metriche (i versi anzitutto, ma anche le unità più piccole o più grandi del verso) e che rendono il discorso poetico sostanzialmente diverso dal discorso in prosa. Tali aspetti, e le regole che li organizzano, variano a seconda della lingua in cui il poeta scrive: la metrica classica greco-latina, ad esempio, si fondava sulla distinzione tra sillabe lunghe e sillabe brevi; l’italiano invece, che non riconosce più la lunghezza – o quantità – delle sillabe, fonda il suo sistema metrico sull’alternanza di sillabe accentate (toniche) e non accentate (atone).