Sikh
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2. Da Nanak al Khalsa

Il desiderio di conciliare induismo e Islam, che già in quell'epoca convivevano faticosamente fra continue tensioni, in questa come in altre terre del subcontinente indiano, ispirò l'opera di Nanak, mistico iniziato fin dalla giovinezza alle pratiche degli asceti indù e musulmani e particolarmente affascinato dalla predicazione di Khabir (1440-1518), fine poeta e figura di spicco in questo contesto di diffusa spiritualità. Nanak condivise l'ideale di religiosità interiore di Khabir, nemica di ogni formalismo e fedele a una concezione monoteistica, ma pronta a recepire, in una prospettiva universalistica, gli aspetti più puri di ogni altra tradizione religiosa.

Sottolineando il valore del monoteismo islamico senza dimenticare gli orientamenti fondamentali delle correnti devozionali dell'induismo, in particolare della bhakti, Nanak invitò i suoi discepoli a cogliere nell'unità dell'unico Dio la realizzazione dell'aspirazione tipicamente indiana alla ricerca di una realtà più profonda di quella dell'esperienza; una realtà che gli uomini, presi dal vortice delle loro azioni, non riescono a percepire nell'infinito scorrere del tempo e nel ciclo infinito delle rinascite (il samsara): Dio, pura essenza spirituale, può liberare da questo destino inesorabile (il karma) qualsiasi fedele che, senza distinzione confessionale o di casta e libero da atti formali di culto, conduca una vita di perfezione etica e di devozione interiore. La via regia è costituita dall'esempio del guru ('maestro'), capo della comunità e garante della sua indipendenza da ogni autorità. Con il passare degli anni i sikh acquisirono un'identità sempre più spiccata, ponendosi come una vera e propria setta organizzata secondo una struttura rigida, in un processo che avrebbe condotto a un progressivo allontanamento dall'ideale mistico e pacifista del fondatore, fino alla svolta decisamente militarista imposta al movimento dal decimo guru, Gobind Singh (1666-1708).

Sotto la sua guida, infatti, la comunità riconobbe espressamente l'attività bellica come suo fine precipuo, organizzandosi intorno a un nucleo di guerrieri scelti, una sorta di 'confraternita dei puri' detta Khalsa. I membri del Khalsa, assumendo l'appellativo di singh, 'leone', sancirono un mutuo vincolo di unità simboleggiato dall'uso comune di cinque segni distintivi, ovvero i capelli lunghi raccolti in un caratteristico turbante, il pettine, un braccialetto di ferro, i pantaloni al ginocchio e un piccolo pugnale conservato fra i capelli. Si entra a far parte del Khalsa, tuttora ambito privilegiato per la pratica della fede sikh, attraverso un significativo rito di iniziazione: professando solennemente la disponibilità a sacrificare la propria vita per gli ideali della fede, il guerriero è segnato con una sorta di 'battesimo dell'immortalità', attraverso una sostanza, detta amrt, 'ambrosia' o 'liquido di immortalità', che è ottenuta sciogliendo zucchero nell'acqua con un pugnale e che viene spruzzata, alla presenza di almeno cinque sikh di provata fedeltà, sui capelli e sul corpo del giovane adepto, per infondergli coraggio e propiziargli, con l'invulnerabilità in battaglia, anche l'immortalità.

Con Gobind Singh si interrompe la catena di successione dei guru, in seguito alla sua decisione di proclamare come guru per l'eternità il libro sacro, noto come Guru Granth Sahib, che raccoglie gli scritti di argomento sacro, redatti soprattutto in forma poetica – la sezione più antica, japji, risale allo stesso Nanak – dai dieci maestri supremi e codificati in una versione canonica dal quinto guru Arjun Dev (1563-1606). Arjun Dev diede pure avvio alla costruzione, ad Amritsar, di quello che diverrà il più sacro fra i luoghi di culto dei sikh, il sontuoso Tempio d'Oro di Harimandir, che sorge in mezzo a un lago e custodisce, nel suo angolo più suggestivo, il manoscritto originale del libro sacro venerato dai fedeli.