| OLP | Articolo | ||||
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| 2. | Storia |
L’OLP fu fondata nel maggio del 1964 a Gerusalemme, su iniziativa della Lega araba e in particolare del presidente egiziano Gamal Abd el Nasser, allo scopo di riunire la resistenza palestinese e porla sotto il diretto controllo dei paesi arabi. Ispirata al panarabismo, l’OLP sosteneva la distruzione dello stato d’Israele e l’istituzione di uno stato palestinese sull’intera regione storica della Palestina.
Dopo la disfatta subita dai paesi arabi nella guerra dei Sei giorni (1967), l’OLP visse un primo, profondo mutamento; affrancatasi dalla tutela egiziana, attirò a sé i principali movimenti della resistenza palestinese, radicandosi nei territori occupati e tra i palestinesi della diaspora. Nel 1968, dopo la battaglia di Karamah (Giordania), in cui i guerriglieri di Al-Fatah (la prima e la più influente organizzazione della guerriglia palestinese) batterono le superiori forze israeliane, la leadership dell’OLP venne assunta da Yasser Arafat. Questi trasformò l’organizzazione in un’efficace strumento militare e diplomatico, portando la questione palestinese all’attenzione internazionale.
Utilizzando i campi profughi palestinesi in Giordania come basi, i guerriglieri (fedayn) dell’OLP intensificarono i loro attacchi contro Israele. Scacciata con la forza dalla Giordania nel settembre del 1970 (vedi Settembre nero), l’OLP trovò rifugio in Libano. Nel 1974 l’OLP venne riconosciuta come “unico e legittimo rappresentante dei palestinesi” dai leader arabi riuniti a Rabat (Marocco) e nello stesso anno le venne attribuito lo status di osservatore permanente alle Nazioni Unite. L’OLP fu tra i protagonisti della guerra civile scoppiata nel Libano nel 1975, schierandosi accanto alle milizie musulmane contro quelle cristiano-maronite del Partito falangista (Kataeb) di Pierre Gemayel.
Nel 1982, sotto la pressione delle truppe israeliane, l’OLP fu costretta a lasciare anche il Libano. Stabilita la propria sede a Tunisi, continuò a guidare la guerriglia contro Israele, cercando nel contempo una soluzione politica al conflitto. Nel 1988, dopo lo scoppio dell’intifada e la rinuncia della Giordania a ogni rivendicazione sulla Cisgiordania, l’OLP operò una nuova svolta nella sua strategia; decise infatti di accettare integralmente le risoluzioni 242 (1967) e 338 (1973) del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che riconoscevano il diritto alla sovranità, all’integrità territoriale e all’indipendenza politica di tutti gli stati del Medio Oriente, ivi compreso Israele, e imponevano a quest’ultimo il ritiro dai territori occupati a partire dalla guerra dei Sei giorni. Riconoscendo, sebbene non ufficialmente, lo stato israeliano, l’OLP proclamò al contempo la costituzione di uno stato palestinese indipendente, con Gerusalemme capitale, dichiarandosi disposta a partecipare a una conferenza di pace.
Nel nuovo quadro politico determinatosi in seguito alla guerra del Golfo (1991), l’OLP avviò a Oslo negoziati segreti con Israele; il 13 settembre del 1993, Arafat e il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin siglarono a Washington, sotto il patrocinio del presidente statunitense Bill Clinton, un accordo di pace che prevedeva una relativa autonomia palestinese nei Territori occupati da Israele. Nel maggio del 1994 l’OLP divenne la componente centrale dell’Autorità nazionale palestinese (ANP), di cui assunse la presidenza il suo leader Yasser Arafat.
Nei successivi sviluppi del conflitto israelo-palestinese, entrato in crisi già dopo l’assassinio di Rabin (1995) e intensificatosi dopo lo scoppio della seconda intifada (2000), l’OLP perse molto della sua influenza sulla popolazione palestinese, riuscendo a restare saldamente al comando dell’ANP solo grazie al prestigio di Arafat. Alla morte di questi (2004), l’organizzazione è passata sotto la guida di Mahmud Abbas (Abu Mazen), tra i principali collaboratori di Arafat sin dalla fondazione di Al-Fatah.