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Iraq
1. Introduzione

Iraq (nome ufficiale Al-jumhūriya al-‘Irāqīya, Repubblica Irachena), stato del Medio Oriente, delimitato a nord dalla Turchia, a est dall’Iran, a sud dall’Arabia Saudita, dal Kuwait e dal golfo Persico, a ovest dalla Giordania e dalla Siria. La superficie complessiva è di 438.317 km² e l’estensione costiera è di 58 km; la capitale è Baghdad.

2. Territorio

Il territorio del paese può essere diviso in tre regioni fisiche. La sezione settentrionale e nordorientale, propaggine della catena dei monti Zagros, è montuosa e ospita il Keli Haji Ibrahim (3.607 m), il picco più elevato dell’Iraq; la zona nordoccidentale è occupata dalla cosiddetta Al-Jazira (“l’Isola”), una vasta pianura di origine sedimentaria che, più a sud, lascia il posto al bassopiano alluvionale formato dalle valli dei fiumi Tigri ed Eufrate, con terreni ricchi di humus e argilla; l’estrema porzione sudorientale, bagnata dal golfo Persico, presso il confine iraniano, è piatta e paludosa, mentre a ovest dell’Eufrate i rilievi si innalzano gradualmente fino al livello del deserto siriano.

L’odierno Iraq occupa gran parte del territorio dell’antica Mesopotamia, la pianura che si estende tra i fiumi Tigri ed Eufrate, un tempo collegati tra loro da una rete di canali di irrigazione. L’idrografia del paese è del tutto dominata dai bacini di questi due fiumi che, attraversandolo da nord-ovest a sud-est, si uniscono circa 160 km a nord del golfo Persico formando lo Shatt al-Arab, che sfocia nel golfo stesso. I principali tributari del Tigri sono il Piccolo e il Grande Zab e il Diala.

1. Clima

La maggior parte del paese ha un clima continentale caratterizzato da inverni miti ed estati calde e da marcate escursioni termiche. La temperatura media in gennaio a Baghdad è di 9,4 °C, mentre nei mesi di luglio e agosto si attesta intorno ai 33 °C. A sud, nell’area presso il golfo Persico, sono state registrate alcune delle temperature più elevate del mondo, unite a un alto tasso di umidità. Le regioni maggiormente piovose si trovano nelle alteterre nordorientali, mentre più a sud raggiungono una media di 150 mm all’anno. Nelle aree desertiche prevalgono condizioni di estrema aridità.

2. Flora e fauna

La vegetazione dell’Iraq è limitata alle palme da dattero che crescono lungo i fiumi e i canali di irrigazione. La fauna selvatica include la gazzella, l’antilope, il leone, la iena, il lupo, lo sciacallo, il cinghiale e piccoli roditori, mentre per quanto riguarda l’avifauna si citano numerosi rapaci (tra i quali l’avvoltoio, la poiana, il gufo, il falco) oltre all’anatra, all’oca e alla pernice. Diffuse sono anche varie specie di rettili.

3. Problemi e tutela dell’ambiente

Tre guerre devastanti e anni di isolamento economico hanno prodotto gravi danni anche all’ambiente dell’Iraq. La guerra Iran–Iraq (1980-1988), la guerra del Golfo (1991) e l’ultima offensiva militare del 2003 che ha portato alla caduta del regime di Saddam Hussein hanno pesantemente compromesso l’habitat faunistico e inquinato il suolo e l’acqua. In questo clima sono state sostanzialmente trascurate le iniziative di conservazione ambientale.

Durante la guerra del Golfo, sono andate distrutte gran parte delle infrastrutture del paese, comprese le attrezzature impiegate nell’industria petrolifera. Sebbene, dopo la fine della guerra, siano stati ripristinati numerosi pozzi petroliferi e raffinerie, questi non sono stati dotati delle attrezzature necessarie per trattare in maniera sicura i sottoprodotti tossici della raffinazione: i rifiuti pericolosi sono stati rilasciati nell’aria o gettati nei pozzi esauriti. La situazione è ulteriormente peggiorata dopo la guerra del 2003 e la successiva lunga fase di violenze che ne è seguita.

L’ONU stima che in Iraq siano tuttora sepolte 10 milioni di mine terrestri. Le mine rappresentano una minaccia continua per la popolazione umana e animale del paese.

La produttività del terreno coltivabile dell’Iraq è in calo a causa della salinizzazione del suolo, provocata da un drenaggio insufficiente e dalle pratiche di irrigazione per saturazione. L’8,1% (2003) dell'Iraq è irrigato sufficientemente e il 13,1% (2003) del territorio è coltivabile. I progetti governativi di regolamentazione delle acque hanno distrutto gli habitat delle zone umide nell’Iraq orientale, deviando o inaridendo corsi d’acqua affluenti che in precedenza irrigavano queste zone.

Il paese ha aderito alla Convenzione sui World Heritage Site (Siti patrimonio dell’umanità); due sono i siti iscritti, le antiche città di Hatra (dal 1985) e di Ashur (dal 2003). L’Iraq ha ratificato la Convenzione sul Diritto del mare e un accordo sull’abolizione dei test nucleari.

3. Popolazione

Il paese ha una popolazione di 27.499.638 abitanti (2007), perlopiù concentrati nelle aree centrali, presso i sistemi fluviali. La densità media è di 64 unità per km² e il tasso di urbanizzazione raggiunge il 67% (2003). L’80% della popolazione è composto da arabi, mentre i curdi, che occupano le alteterre settentrionali, ne costituiscono il 15%; tra gli altri gruppi etnici si citano caldei, turkmeni, assiri e iraniani. Nelle aree rurali, la vita si svolge ancora all’interno di comunità tribali nomadi o seminomadi, dedite in prevalenza alla pastorizia e all’allevamento di cammelli, cavalli e pecore.

1. Lingua e religione

La lingua ufficiale è l’arabo, mentre il curdo e altri dialetti sono diffusi tra le minoranze.

Più del 95% degli iracheni è musulmano, diviso in sciiti (più del 60%), presenti perlopiù nelle zone centrali e meridionali, e sunniti, che popolano soprattutto il nord. Il paese ospita, inoltre, alcune città sante sciite, come An-Najaf e Kerbala. La piccola percentuale di cristiani si compone di cattolici (soprattutto di rito caldeo, ma anche latino, siro e armeno), iazidi e mandei (vedi Cattolicesimo orientale). A Baghdad è inoltre presente una piccola comunità di ebrei.

2. Istruzione e cultura

Nonostante l’istruzione primaria sia gratuita e obbligatoria, gran parte della popolazione insediata nelle aree rurali non frequenta la scuola e il tasso di alfabetizzazione della popolazione adulta raggiunge solo il 41,1% (2005). Le università sono sette, di cui tre a Baghdad, che ospita la maggior parte delle istituzioni culturali del paese, come il Museo iracheno, contenente reperti delle antiche civiltà mesopotamiche. Altro museo di rilievo è il Museo di Babilonia, incentrato su ritrovamenti provenienti dall’omonima città.

L’impronta culturale araba pervade oggi pressoché ogni aspetto della vita degli iracheni, sebbene molto tempo prima dell’avvento dell’Islam (VII secolo) l’area nota come Mesopotamia sia stata il centro delle civiltà babilonese e assira. Tale influenza è ben visibile anche in molti dei monumenti sopravvissuti, come la moschea di Al-Kazimayn, il Palazzo degli Abbasidi e la Grande Moschea di Samarra.

4. Divisioni amministrative e città principali

Dalla riforma amministrativa del 1976 l’Iraq è diviso in 18 governatorati, tre dei quali formano una regione autonoma curda (Kurdistan iracheno). Dopo il crollo del regime di Saddam Hussein (2003) i curdi rivendicano l’unione di altri tre governatorati alla regione autonoma. Baghdad è la capitale e la città principale del paese; tra gli altri centri di rilievo si annoverano Bassora (Al Başrah), il nodo marittimo del paese, e Mosul (Al Mawşil).

5. Economia

Profondamente destabilizzata e indebolita dagli otto anni di guerra contro l’Iran negli anni Ottanta, dalle estese distruzioni subite nella guerra del Golfo e dal pesante embargo imposto in seguito dall’Organizzazione delle Nazioni Unite negli anni Novanta, dalle ulteriori distruzioni provocate dall’offensiva militare americano-britannica nel 2003, l’economia irachena è lungi dal poter essere indagata con affidabilità. I dati di cui si dispone sono pochi, lacunosi e spesso datati. Il prodotto interno lordo riferito al 2003 riporta 12.602.493.000 $ USA; nel 1994 era di circa 17 miliardi di dollari, mentre nel 1980 era di 52,7 miliardi di dollari. Tra il 1985 e il 2003 il tasso di crescita annuale è stato costantemente negativo. Il debito estero iracheno era nel 1999 pari a 130 miliardi di dollari (contro i 90 miliardi del 1994). Nel 1997 l’inflazione si attestava intorno al 45%, e negli anni precedenti aveva avuto picchi anche più alti.

L’Iraq vive quindi da molti anni una gravissima crisi economica, oltre che politica, che comporta enormi sacrifici per la sua popolazione. Molti beni sono razionati, in particolare gli alimenti, i medicinali e l’energia elettrica, e le distruzioni delle guerre e la mancanza di manutenzione agli impianti rendono difficili gli approvvigionamenti di acqua potabile, con gravi conseguenze sanitarie. Si è pertanto sviluppato un vasto mercato nero, alimentato dalle merci importate aggirando l’embargo dai paesi vicini e soprattutto dalla Giordania.

Il quadro economico di seguito illustrato si riferisce alla situazione precedente all’intervento militare statunitense-britannico del marzo 2003 e alla caduta del regime di Saddam Hussein.

1. Agricoltura e pesca

L’Iraq è principalmente un paese agricolo; il 13,8% (2003) della terra è coltivato, sebbene sia stimato che ben il 50% del totale sia arabile; il comparto agricolo occupa il 16% (1990) della forza lavoro. La maggior parte dei raccolti viene prodotta nella regione del Tigri e dell’Eufrate la quale, già molto fertile, è stata altresì oggetto di progetti di irrigazione e di controllo delle inondazioni. Le colture principali sono cereali (grano, orzo e riso), datteri (di cui il paese è il maggior esportatore mondiale), olive e frutta (mele, fichi, uva, arance, pere). L’allevamento è importante per le tribù nomadi e seminomadi, e si basa perlopiù su ovini, bovini e caprini. La pesca ha scarso rilievo, se non per le popolazioni che vivono lungo i corsi d’acqua.

2. Risorse minerarie e industria

La risorsa naturale più importante dell’Iraq è il petrolio, i cui giacimenti si trovano in tre regioni principali: nei dintorni del golfo Persico, presso Bassora; nella zona centrosettentrionale, vicino a Mosul e Kirkuk; e non lontano dal confine iraniano, ove sorge Khanaqin. Sono stati rinvenuti, inoltre, piccoli depositi di altri minerali, principalmente di ferro, oro, piombo, rame, argento, platino e zinco, fosfati, carbone, zolfo, sale e gesso.

L’industria petrolifera, nazionalizzata a partire dal 1972 e devastata dai recenti conflitti in cui è stato coinvolto il paese, opera con raffinerie a Bassora, Haditha, Khanaqin, Kirkuk e Baghdad, dove è situato anche un impianto di gas naturale.

Se si eccettuano i prodotti derivati dal petrolio e dal gas naturale, il settore manifatturiero, incentrato perlopiù a Baghdad, non è particolarmente sviluppato. La produzione si limita a tessuti e confezioni, calzature, materiale da costruzione e alla lavorazione del tabacco e dei prodotti dell’agricoltura. Il settore industriale impiega il 18% (1990) della forza lavoro. Il 98% (2003) dell’elettricità irachena è generata da centrali termiche, mentre alcuni impianti idroelettrici sono operanti sul Tigri e alcuni dei suoi tributari.

3. Commercio e finanza

Fino all’inizio degli anni Novanta la quasi totalità degli introiti derivanti dall’esportazione (il 99,1%) proveniva dalla vendita di petrolio; tra gli altri prodotti destinati al mercato estero si annoveravano datteri, lana grezza, cuoio e pellami. Le importazioni vertevano perlopiù su macchinari, materiale per il trasporto, derrate alimentari e prodotti farmaceutici. I maggiori partner commerciali erano Brasile, Turchia, Giappone, Germania, Francia, Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti d’America. In seguito alla crisi culminata con la guerra del Golfo, tuttavia, le sanzioni commerciali imposte dall’ONU bloccarono il commercio con l’estero. Nel 1995 una risoluzione dell’ONU attenuò parzialmente l’embargo, permettendo all’Iraq di esportare due miliardi di dollari di greggio al semestre per l’acquisto di viveri e medicinali (programma “Oil for Food”).

L’unità monetaria è il dinar, diviso in 1000 fil o 20 dirham ed emesso dalla Banca centrale dell’Iraq. Il sistema bancario fu nazionalizzato nel 1964, ma nel 1991 fu autorizzato un numero limitato di istituti privati.

4. Trasporti e vie di comunicazione

Il sistema ferroviario statale consiste in 2.032 km (in base a stime del 1990) di rete ferroviaria e fornisce collegamenti con la Turchia e l’Europa, attraverso la Siria; l’estensione delle strade è di 45.550 km (1999). La maggior parte delle infrastrutture di trasporto si trovano, tuttavia, ancora in cattivo stato a causa delle guerre. Baghdad e Bassora possiedono un aeroporto internazionale, mentre i principali porti per navi destinate alla navigazione marittima si trovano a Bassora, sullo Shatt al-Arab, e a Um Kusir; il Tigri è navigabile, verso l’interno, fino alla capitale.

6. Ordinamento dello stato

Fino all’intervento militare americano-britannico del 2003, l’Iraq si reggeva su una Costituzione adottata nel 1970 e in seguito più volte emendata. Il principale organo esecutivo era il Consiglio del comando della rivoluzione (CCR), guidato da un presidente che svolgeva anche le funzioni di capo dello Stato e di primo ministro, concentrando tutto il potere nelle proprie mani. L’Assemblea nazionale, istituita nel 1980, era formata da 250 membri eletti a suffragio diretto per un periodo di quattro anni; la scena politica era monopolizzata dal partito Baath, di fatto un partito unico prevalentemente sunnita controllato a sua volta dal capo dello Stato. Dopo il crollo del regime di Saddam Hussein si è aperta nel paese una difficile fase di transizione. Nell’ottobre 2005 è stata adottata una nuova Costituzione (con il voto contrario della comunità sunnita), cui sono seguite le elezioni (boicottate dalla maggioranza dei sunniti) e l’insediamento di un governo nazionale (maggio 2006). La situazione del paese è tuttavia caotica e caratterizzata da uno scontro civile che coinvolge la comunità sciita, attualmente al potere, e quella sunnita. In Iraq è tuttora presente un forte contingente di truppe straniere, prevalentemente statunitensi e britanniche, con il compito di assistere il governo nella stabilizzazione del paese.

In base alla Costituzione del 2005, l’Iraq è una repubblica federale, in cui ai tre diversi distretti (quello curdo a nord, quello sunnita al centro e quello sciita al sud) è formalmente concessa un’ampia autonomia. Di fatto, il nuovo sistema penalizza i sunniti, il cui distretto è pressoché sprovvisto di risorse petrolifere, di cui sono invece ricchi gli altri due. Il sistema prevede una ridistribuzione nazionale delle risorse, che non accontenta tuttavia la comunità sunnita. Il capo dello Stato, che ha una funzione meramente rappresentativa, è affiancato da due vicepresidenti (in modo che siano rappresentate le tre principali comunità del paese) nel Consiglio della presidenza; questo nomina il capo del governo, titolare con i ministri del potere esecutivo. Il potere legislativo spetta a un Parlamento bicamerale formato da un Consiglio dei rappresentanti (Majlis an-Nuwwab) di 275 membri, eletti su base nazionale a suffragio universale, e di un Consiglio dell’Unione (Majlis al-Ittihad) di 150 membri, eletti su base distrettuale in modo da fornire pari rappresentatività ai tre distretti federali.

Il sistema giudiziario, che si basa anche sulla legge coranica, la shariah (vedi Islam: la shariah e i riti), comprende un’Alta Corte, una Corte suprema federale e corti penali, di appello e di cassazione. È in vigore la pena di morte.

1. Partiti politici

Fino al 1991 la formazione dominante e l’unica legale fu il Baath (Partito socialista della rinascita araba), di ispirazione socialista e panarabista; in seguito furono ammesse altre formazioni, tuttavia legate al partito al potere. Nelle regioni autonome curde operavano e operano tuttora due partiti, il Partito democratico del Kurdistan e l’Unione patriottica del Kurdistan. Dopo la caduta del regime di Saddam Hussein sono comparsi molti partiti, ma il quadro politico si divide essenzialmente lungo linee etiche e religiose. I più importanti partiti, oltre a quelli curdi (che si sono uniti nell’Alleanza democratica e patriottica del Kurdistan), sono oggi quello della comunità sciita, l’Alleanza unita irachena (il maggior partito del paese), il Fronte dell’intesa irachena (sunnita) e la Lista nazionale irachena (formato su base laica).

7. Storia

Il territorio dell’Iraq moderno si confonde con quello dell’antica Mesopotamia, sede di antichissime civiltà come quelle dei sumeri, di Babilonia e dell’Assiria. Nel 539 a.C. Ciro il Grande di Persia assunse il controllo della regione, che rimase sotto il governo persiano sino alla conquista da parte di Alessandro Magno, nel 331 a.C. Dopo la morte di questi, avvenuta nel 323 a.C., il territorio passò nelle mani della dinastia greca dei Seleucidi che vi regnò per circa duecento anni dalla capitale Seleucia, diffondendovi la cultura ellenistica. Divenuta all’inizio del I secolo a.C. una delle province più ricche dell’impero dei parti (che spostarono la capitale a Ctesifonte) passò, intorno al 224 d.C., sotto il dominio dei Sasanidi, che ne fecero un centro di diffusione della religione ufficiale imperiale, lo zoroastrismo.

1. La conquista araba e il califfato degli Abbasidi

La guerra con l’impero bizantino indebolì i Sasanidi, lasciandoli esposti agli attacchi degli arabi, i quali nel 637 saccheggiarono Ctesifonte e l’anno successivo conquistarono l’intera regione. Diventato una provincia del califfato sotto la guida del genero di Maometto, Alì, alla morte di questi, avvenuta nel 661, l’Iraq passò sotto gli Omayyadi. Nei primi anni della dominazione omayyade la regione fu al centro dello scontro per la successione al califfato tra Yazid e Husayn, figlio di Alì, che nel 680 venne sconfitto e ucciso con tutti i suoi seguaci a Kerbala. Nei decenni successivi l’Iraq fu teatro di numerose rivolte sciite e kharigite contro il dominio omayyade.

Nel 747 lo scoppio di una nuova rivolta consentì agli Abbasidi di rovesciare gli Omayyadi e di proclamare, nel 750, il loro primo califfato di cui Baghdad, fondata nel 762, divenne capitale politica, religiosa e culturale, conoscendo il suo apogeo sotto il regno di Harun ar-Rashid. Con il declino della potenza abbaside, a partire dalla seconda metà del IX secolo si moltiplicarono le rivolte politico-religiose e le regioni periferiche dell’impero si affrancarono dal controllo di Baghdad; questa nel 945 cadde sotto il dominio della dinastia persiana e sciita dei Buwayhidi.

Nel 1055 Togrul Beg, capo dei Selgiuchidi, assunse il controllo dell’Iraq centrale ripristinando il sunnismo e il califfato abbaside. L’istituzione califfale, sottoposta al controllo turco, conservò una modesta indipendenza politica, ma rimase il centro religioso e morale del mondo islamico sunnita fino al 1258, quando i mongoli di Hulagu (nipote di Gengis Khan e fratello di Kublai) conquistarono la regione e rasero al suolo Baghdad.

2. Dominio mongolo e turco

L’Iraq entrò così a far parte dello stato mongolo degli Ilkhan (vedi Impero mongolo: la dinastia Ilkhan) e fu diviso in province soggette a potentati locali (khanati) ma esposte ai continui attacchi turchi e persiani. Baghdad conobbe un inarrestabile declino, culminato nei due saccheggi (1393 e 1401) cui fu sottoposta da Tamerlano.

Terreno di scontro per oltre un secolo tra signori locali e tribù mongole provenienti dall’Anatolia, nel 1508 la regione cadde sotto il dominio della dinastia iraniana dei Safavidi, per essere poi incorporata, intorno al 1534, nell’impero ottomano dal sultano Solimano il Magnifico.

L’amministrazione ottomana riportò una certa stabilità nella regione, che continuò tuttavia a essere percorsa da frequenti ribellioni, lotte tra potentati locali, nonché tentativi di conquista da parte dei Safavidi. Nel 1707 gli ottomani affidarono ai mamelucchi l’amministrazione dell’Iraq, ma nel 1832 Mahmud II riportò la provincia – divisa nei tre distretti di Baghdad, Mosul e Bassora – sotto il diretto controllo della Sublime Porta. La politica centralista ottomana e, soprattutto, l’imposizione di pesanti tasse alimentarono un forte risentimento tra la popolazione irachena urbana, al cui interno si manifestarono i primi focolai di un movimento nazionalista. La Sublime Porta incontrò anche maggiore resistenza nelle campagne, dove, tra la popolazione a maggioranza sciita, l’autorità sunnita ottomana era sempre stata rifiutata.

3. La competizione coloniale

Verso la metà del XIX secolo tra la Gran Bretagna, la Germania e, in minore misura, la Francia iniziò la gara per l’acquisizione dell’egemonia commerciale nell’area mesopotamica. Nel 1861 i britannici fondarono una compagnia di navigazione sul Tigri. La Germania avviò invece un progetto di costruzione di una linea ferroviaria Berlino-Baghdad, ottenendo dal governo ottomano i permessi per estenderla fino al golfo Persico. Nonostante gli stretti legami tra tedeschi e ottomani, negli anni che precedettero la prima guerra mondiale furono i britannici a prevalere nella corsa coloniale. Concludendo accordi diretti con i capi dei clan, Londra riuscì infatti a consolidare la propria strategia nel Golfo, incontrando tuttavia forti resistenze da parte delle autorità religiose sciite; furono queste infatti a surrogare la mancanza di un forte movimento nazionalista, facendosi portavoce della lotta anticolonialista.

Dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, che vide l’impero ottomano schierato accanto agli Imperi Centrali, le truppe britanniche invasero il sud della Mesopotamia nel novembre del 1914, raggiungendo Baghdad nel marzo del 1917.

Nel gennaio 1916 il governo inglese aveva promesso il proprio sostegno alle popolazioni arabe che si fossero ribellate al dominio ottomano, prospettando loro la possibilità di costituirsi in seguito in nazioni indipendenti. La rivolta araba, scoppiata nel giugno del 1916 sotto la guida dello sceicco Faisal al-Hussein (il futuro Faisal I, primo re dell’Iraq) e del colonnello inglese Thomas Edward Lawrence, ottenne notevoli successi. In Iraq, tuttavia, i britannici non trovarono lo stesso sostegno, anzi gli ulema sciiti incitarono la popolazione a combatterli e a difendere lo “stato musulmano”.

4. Il mandato britannico

La promessa dell’indipendenza fatta agli arabi dal governo di Londra non fu mantenuta. Nel maggio del 1916, pochi mesi dopo l’accordo arabo-britannico, i governi di Londra e Parigi avevano infatti deciso, con l’accordo segreto Sykes-Picot, la spartizione del Medio Oriente in due zone di influenza, una francese e l’altra inglese.

Agli inizi del 1920 la Società delle Nazioni conferì il mandato coloniale sulla Siria alla Francia e quello sull’Iraq alla Gran Bretagna. In luglio in Iraq scoppiò un’insurrezione armata contro la dominazione inglese (la cosiddetta “rivoluzione del 1920”), che fu repressa nel sangue dalle truppe di Londra. In ottobre la Gran Bretagna istituì il primo gabinetto, ma, conscia dell’impossibilità di far accettare a lungo un governo di occupazione, nel 1921 instaurò sul trono iracheno Faisal I. La scelta di Faisal, un hashimita che aveva combattuto nella rivolta araba, venne tenacemente avversata dalle autorità religiose sciite, che si ritirarono nelle città sante.

La Gran Bretagna, oltre a mantenere nella regione un forte contingente militare, stipulò, nel 1922, un trattato di alleanza e protezione con l’Iraq, ratificato nella primavera del 1924 da un’Assemblea costituente che conferì inoltre al paese un nuovo assetto istituzionale, basato sulla monarchia costituzionale ereditaria.

5. La monarchia hashimita

La sconfitta degli sciiti fu sancita con l’esilio forzato dell’ayatollah Mahdi al-Khalisi (1923), la massima autorità religiosa sciita irachena, ma soprattutto con la spartizione da parte dei sunniti di tutte le cariche più importanti della nuova amministrazione statale. A far parte della nuova elite vennero infatti chiamati i membri dei clan e delle grandi famiglie urbane sunnite, ex funzionari ed ex ufficiali ottomani, notabili delle confraternite sufi, mentre gli sciiti vennero esclusi anche dalle più basse mansioni dell’amministrazione dello stato e dell’esercito.

Nel 1925 il fallimento del progetto dello stato curdo portò la Società delle Nazioni a unire all’Iraq la provincia di Mosul; in questo modo, alla questione sciita si aggiunse quella curda, non meno esplosiva. Gli anni successivi videro infatti lo scoppio di rivolte indipendentiste sciite e curde, sia nel sud sia nel nord del paese. Inoltre, le frontiere del nuovo stato vennero contestate dall’Arabia Saudita e dalla Turchia.

Nel 1932, scaduto il mandato britannico, l’Iraq entrò a far parte della Società delle Nazioni come stato sovrano. Ma l’indipendenza del paese fu solo formale; di fatto, la Gran Bretagna conservò il controllo sia sullo stato iracheno (con un trattato che prevedeva, tra l’altro, il dispiegamento di forze britanniche sul territorio iracheno per 25 anni), sia sulle sue risorse. Nel 1927 il governo iracheno aveva infatti accordato una prima concessione per lo sfruttamento petrolifero della regione di Baghdad all’Iraq Petroleum Company, una compagnia petrolifera a partecipazione anglo-francese. Nel 1931, l’IPC ottenne l’esclusiva per lo sfruttamento delle risorse petrolifere della regione di Mosul in cambio di un canone irrisorio, provocando forti malumori sia negli apparati dello stato, sia in quelli dell’esercito.

Morto Faisal I nel 1933, sul trono iracheno salì il figlio Ghazi I, contro il quale, a partire dal 1936, i militari organizzarono diverse congiure. Nel 1936 Ghazi firmò un trattato di non aggressione con l’Arabia Saudita, la Turchia e l’Iran, ponendo fine a una controversia territoriale iniziata con la fondazione dello stato. Ghazi morì in un incidente stradale nell’aprile 1939; il trono iracheno, formalmente passato al figlio Faisal II, di soli quattro anni, cadde, di fatto, sotto la tutela militare.

6. La seconda guerra mondiale

In base al trattato d’alleanza con la Gran Bretagna, allo scoppio della seconda guerra mondiale l’Iraq ruppe le relazioni diplomatiche con la Germania. Nel marzo 1941 un colpo di stato portò improvvisamente al potere il leader nazionalista Rashid Alì al-Gailani, fautore di una politica di non cooperazione con gli inglesi. Londra reagì immediatamente e, dopo un breve conflitto, nel maggio del 1941 abbatté Rashid e lo sostituì con Nuri al-Said, un politico moderato e filoccidentale che negli anni Trenta aveva ricoperto più volte la carica di primo ministro. Il 17 gennaio del 1943 l’Iraq entrò ufficialmente in guerra contro le potenze dell’Asse.

7. Conflitti regionali

Dopo la fine della guerra, le regioni nordorientali del paese furono sconvolte da una serie di rivolte curde, sostenute dall’Unione Sovietica. Per scongiurare l’eventualità che i giacimenti di petrolio cadessero sotto il controllo di Mosca, gli inglesi aumentarono la propria presenza militare in Iraq, causando però il rafforzarsi, sia tra gli iracheni sia tra i curdi, di posizioni nazionaliste e comuniste.

Nel 1947 l’Iraq e la Transgiordania firmarono un trattato di amicizia che prevedeva un mutuo sostegno diplomatico e militare. L’anno successivo, alla proclamazione della nascita di Israele, avvenuta in maggio, le armate iracheno-giordane attaccarono il nuovo stato ma vennero sconfitte; i due paesi firmarono l’armistizio con Israele il 3 aprile 1949 (vedi Guerre arabo-israeliane).

8. Gli anni Cinquanta

L’umiliante sconfitta rafforzò ulteriormente i settori nazionalisti, che chiesero di rompere i legami politici ed economici con la Gran Bretagna. Il governo iracheno tentò di sedare il malcontento popolare avviando un piano di sviluppo economico che prevedeva la creazione di un Consiglio per lo sviluppo nazionale; ma per realizzare il suo piano, il governo doveva assicurare al paese maggiori introiti per le concessioni petrolifere. Dopo difficili trattative, nel 1952 l’Iraq riuscì a ottenere dalla Iraq Petroleum Company una partecipazione agli utili delle vendite del petrolio iracheno. Nel 1953 venne inaugurato l’oleodotto che da Kirkuk convogliava il petrolio nel porto siriano di Baniyas.

Nel contempo l’Iraq rinsaldò i suoi legami con l’Occidente e in particolare con gli Stati Uniti. Il 24 febbraio del 1955 Baghdad concluse un patto di mutua sicurezza con la Turchia, proponendolo, subito dopo, quale nucleo originario di un sistema di difesa integrato del Medio Oriente. La Gran Bretagna si unì al patto di Baghdad in aprile, il Pakistan in settembre e l’Iran in novembre.

La crisi di Suez del 1956 determinò la definitiva crisi del ruolo britannico in Iraq, di cui si avvantaggiarono gli Stati Uniti. A conferma del proprio orientamento filoccidentale, il governo iracheno annunciò nel gennaio 1957 la piena adesione alla dottrina Eisenhower appena formulata. Un anno dopo, il 14 febbraio 1958, una conferenza tra Faisal e Hussein I si concluse con la proclamazione dell’Unione araba di Iraq e Giordania, costituita in contrapposizione alla Repubblica araba unita (RAU) che aveva federato Egitto e Siria; a capo dell’Unione venne posto Nur as-Said.

9. Proclamazione della repubblica

Durante gli anni Cinquanta si andarono rafforzando le ideologie nazionaliste e panarabe, favorite anche dalla creazione, nel 1955, della sezione irachena del partito Baath. Sottoposto alle critiche interne e agli attacchi dei vicini paesi arabi, il regime iracheno diventò sempre più debole. Il 14 luglio 1958, con un improvviso colpo di stato guidato dal generale Abd al-Karim Kassem e appoggiato da nazionalisti di varia ispirazione, da nasseriani e da comunisti, nel paese fu proclamata la repubblica. Faisal venne giustiziato, insieme con parte della famiglia reale e con il premier as-Said. Il giorno seguente il nuovo esecutivo annunciò lo scioglimento dell’Unione araba e l’avvicinamento politico-militare dell’Iraq alla RAU.

Nel 1959 l’Iraq si ritirò dal patto di Baghdad; nel giugno del 1960 reclamò il possesso del Kuwait, sul quale era cessato il mandato britannico.

Gli esordi della repubblica furono segnati da instabilità e da un violento conflitto che oppose Kassem (alleato per l’occasione con i comunisti, i curdi e una parte degli sciiti) alla galassia nazionalista araba che premeva per l’unione con la RAU. Il potere di Kassem si fece sempre più dispotico. Nel 1961 ripresero i moti indipendentisti curdi nel nord del paese.

10. Il regime baathista

L’8 febbraio 1963 Kassem fu rovesciato da un gruppo di ufficiali baathisti e giustiziato; i sostenitori di Kassem e i comunisti vennero sottoposti a una violentissima repressione che provocò migliaia di vittime. Gli eccessi dei baathisti provocarono la reazione dei militari, che nel novembre dello stesso anno li espulsero dal potere e affidarono la presidenza del paese ad Abdul Salam Arif, fautore di un panarabismo moderato. In un primo tempo, le relazioni diplomatiche con i paesi occidentali migliorarono. Nel 1964 Arif proclamò l’Iraq “repubblica democratica e socialista”; nel 1966 morì in un incidente aereo le cui cause non furono mai chiarite e venne sostituito dal fratello Abd al-Rahman.

Nel 1967, durante la guerra dei Sei giorni, forze aeree e di terra irachene furono impiegate per sostenere la difesa giordana e Baghdad interruppe i rifornimenti di petrolio ai paesi occidentali. Nel luglio del 1968 Rahman venne a sua volta rovesciato da un nuovo colpo di stato baathista e il generale Ahmed Hassan al-Bakr fu posto a capo di un Consiglio del comando rivoluzionario. Nei cinque anni precedenti il partito Baath si era modificato radicalmente; dal 1963 aveva perso quasi tutti i suoi militanti civili (e i pochi membri sciiti) ed era passato totalmente sotto il controllo di un gruppo di militari, in gran parte originari della provincia di Tikrit. Tra gli esponenti più in vista del “clan dei tikriti” vi era un parente di al-Bakr, Saddam Hussein, che dopo la sconfitta baathista del 1963 aveva avuto un ruolo di rilievo nella riorganizzazione del partito, seguendone la preparazione militare.

Il nuovo regime iracheno andò via via radicalizzandosi, rinserrando i legami con l’Unione Sovietica con la quale, nel 1972, firmò un trattato d’amicizia. Questo corso trovò espressione anche all’interno della Lega araba. Nel 1971 l’Iraq chiuse infatti i confini con la Giordania, chiedendo che questa venisse espulsa dalla Lega araba, poiché il governo di Amman aveva mantenuto una politica di decisa ostilità nei confronti dei movimenti palestinesi che operavano sul suo territorio (vedi Giordania: Il “Settembre Nero”).

Tra il 1972 e il 1975 Baghdad procedette inoltre alla nazionalizzazione di tutte le compagnie petrolifere straniere operanti entro i propri confini, a cominciare dalla Iraq Petroleum Company. Nel 1973, in occasione della guerra del Kippur, il paese fornì un consistente aiuto militare alla Siria; in seguito criticò severamente i termini del cessate il fuoco che pose fine al conflitto e i successivi accordi di pace stipulati da Egitto e Siria con Israele (1974-75). Negli anni seguenti l’aumento del prezzo del petrolio causato dal conflitto consentì al paese di incrementare le proprie entrate, rafforzando considerevolmente il regime baathista.

All’inizio del 1974 scoppiarono violente rivolte sciite a Karbala, mentre nelle regioni settentrionali ripresero gli scontri tra le forze governative e i nazionalisti curdi, sostenuti dall’Iran, che ritenevano inadeguate e insoddisfacenti le forme di autonomia ottenute nel 1970. Nel 1975 Baghdad e Teheran conclusero un accordo ad Algeri, con il quale l’Iraq accordava importanti concessioni territoriali sullo Shatt al-Arab all’Iran in cambio della cessazione del sostegno da questo fornito ai curdi. Nello stesso anno le truppe irachene soffocarono nel sangue la rivolta curda e costrinsero decine di migliaia di persone ad abbandonare città e villaggi, che vennero rasi al suolo.

11. Guerra con l’Iran

Dopo aver assunto il controllo del partito, dei servizi di sicurezza e dell’esercito, nell’estate del 1979 Saddam Hussein spodestò definitivamente al-Bakr concentrando nelle sue mani, con tutte le più importanti cariche, un enorme potere.

Hussein impose rapidamente al paese un controllo ancor più totalitario e dispotico, procedendo a una violenta purga contro i comunisti e contro lo stesso Baath, e distribuendo le cariche più importanti e delicate dello stato e dell’esercito tra i membri della sua famiglia e del “clan tikrita”. Contemporaneamente riannodò le relazioni con le monarchie del Golfo e con i paesi occidentali, e in particolare con gli Stati Uniti, i quali temevano la diffusione della rivoluzione khomeinista che nel gennaio del 1979 aveva costretto alla fuga lo scià Reza Pahlavi e proclamato in Iran una repubblica islamica.

Nel settembre del 1980 Saddam Hussein denunciò l’accordo stipulato nel 1975 con Teheran e reclamò il controllo sull’intero estuario dello Shatt al-Arab, lanciando nel contempo il suo esercito alla conquista dell’Iran (vedi Guerra Iran-Iraq).

Dopo alcuni successi iniziali il conflitto si trasformò in un’estenuante guerra di posizione, cui si accompagnò una durissima battaglia sulle rotte del golfo Persico. Pur dichiarando la propria neutralità, nel 1984 il governo degli Stati Uniti annunciò il ripristino delle relazioni diplomatiche con il regime di Saddam, garantendo altresì aiuti economici e militari a riconoscimento dell’azione di contenimento operata sul regime di Teheran. La cruentissima guerra con l’Iran non interruppe la repressione degli sciiti e soprattutto dei curdi, che nel 1987 vennero attaccati con armi chimiche dalle truppe irachene, pagando un altissimo tributo di sangue.

Il conflitto Iran-Iraq si concluse senza vinti né vincitori, con un cessate il fuoco, il 20 agosto del 1988. I due paesi erano entrambi allo stremo, ma grazie al sostegno dei paesi dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti, il regime iracheno fu presto in grado di ricostruire il proprio apparato militare.

12. Guerra del Golfo

Nel 1990 l’Iraq riaprì l’annosa disputa territoriale con il Kuwait (suo alleato nella lunga guerra contro l’Iran). Il 2 agosto le truppe di Baghdad varcarono quindi i confini e rapidamente invasero l’intero paese, dichiarandolo “diciannovesima provincia irachena”. Dopo una serie di risoluzioni di condanna, il Consiglio di sicurezza dell’ONU intimò il ritiro incondizionato degli occupanti entro il 15 gennaio 1991; scaduto l’ultimatum, una vasta coalizione internazionale, guidata dagli Stati Uniti di George Bush, con una serie di violentissimi bombardamenti su Baghdad e altri obiettivi strategici, economici e militari, obbligò Saddam Hussein a evacuare precipitosamente il Kuwait (vedi Guerra del Golfo).

Terminate le operazioni di guerra (il cessate il fuoco fu firmato in aprile) senza che il loro esito disastroso intaccasse la stabilità del regime, Saddam utilizzò le residue forze militari per schiacciare l’opposizione curda a nord e sciita a sud che, accogliendo un appello degli Stati Uniti, nelle ultime fasi della guerra si era sollevata contro il regime di Baghdad. La repressione causò migliaia di vittime e la fuga in Iran e Turchia di centinaia di migliaia di profughi. Per impedire alle forze irachene di proseguire nella campagna repressiva, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna imposero a Baghdad un’area di esclusione aerea (no-fly zone) nel nord e nel sud del paese, assumendone il controllo.

13. Verso una nuova guerra

La sovranità dell’Iraq venne sottoposta a serie limitazioni. Infatti, oltre all’imposizione della no-fly zone, il regime di Baghdad venne costretto a concedere un’ampia autonomia ai distretti curdi e a riconoscere un oneroso tracciato dei confini con il Kuwait. A ciò si aggiunsero misure di disarmo (di cui fu incaricata l’UNSCOM, Commissione speciale delle Nazioni Unite, con l’ausilio dell’AIEA, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica) e restrizioni nella vendita di petrolio, una cospicua parte della quale venne destinata a ripagare gli ingenti danni inflitti al Kuwait.

Nel 1992 il rifiuto di concedere l’accesso agli ispettori dell’UNSCOM causò la proclamazione da parte dell’ONU di un rigido embargo economico, i cui effetti si rivelarono devastanti soprattutto per la popolazione civile. L’economia nazionale irachena, già pesantemente segnata dai due ultimi conflitti, giunse infatti quasi al collasso, mentre fiorì un florido mercato nero strettamente controllato dal regime.

Nell’ottobre 1994 un nuovo spostamento di truppe irachene al confine con il Kuwait spinse gli Stati Uniti a inviare nella regione un proprio contingente militare. Il regime di Baghdad annunciò il ritiro dall’area e riconobbe ufficialmente la sovranità del Kuwait il 10 novembre dello stesso anno, in conformità alle risoluzioni dell’ONU. Ciò non fu ritenuto sufficiente dagli Stati Uniti per rimuovere l’embargo, nonostante il parere favorevole di altri paesi occidentali.

Di fronte ai gravissimi problemi umanitari causati dall’embargo, nel 1995 l’ONU attenuò le sanzioni, avviando con la risoluzione 986 il programma Oil for Food (“petrolio in cambio di cibo”), che autorizzava l’Iraq a esportare due miliardi di dollari di greggio al semestre per l’acquisto di viveri e medicinali. Temendo che il regime iracheno potesse usare il programma per approvvigionarsi di materiale di uso bellico, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna frapposero tuttavia molti ostacoli alla sua applicazione.

Nonostante l’isolamento internazionale, Saddam Hussein riuscì a rimanere saldamente in sella e nell’ottobre del 1995 un “plebiscito” gli conferì un nuovo mandato presidenziale di sette anni. All’interno del regime e della stessa famiglia di Hussein si verificarono tuttavia contrasti e defezioni, affrontati dal dittatore con metodi spicci e brutali. Il caso più clamoroso fu la fuga in Giordania del generale Kamel Hassan al-Majid e di suo fratello, entrambi generi di Hussein; inspiegabilmente tornati in patria, vennero assassinati pochi giorni dopo il rientro.

Nel 1997 riprese lo scontro tra Hussein e l’amministrazione statunitense, causato dagli ostacoli frapposti dalle autorità irachene ai controlli dell’UNSCOM. L’Iraq contestò sia la composizione della commissione, a suo dire troppo caratterizzata dalla presenza di statunitensi, sia la sua richiesta di accedere a determinati siti (cosiddetti “presidenziali”), dove l’UNSCOM riteneva potessero essere celati piani di armamento. Verso la fine dell’anno il contrasto fu appianato grazie alla mediazione della Russia, in seguito alla quale Hussein accettò la ripresa dei controlli. Una nuova crisi con gli Stati Uniti, che minacciarono di ricorrere nuovamente alla forza contro il regime iracheno, fu risolta in extremis nel dicembre 1998 dall’intervento personale del segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, che ottenne la ripresa delle ispezioni a patto di una revisione sostanziale delle misure alle quali l’Iraq era sottoposto.

Nonostante quest’ultimo accordo, la questione rimase irrisolta. Agli inizi del 1999 gli aerei statunitensi e britannici ripresero le incursioni sul territorio iracheno. Dopo il fallimento della missione UNSCOM, i rapporti tra le autorità irachene e l’ONU proseguirono, senza tuttavia pervenire a risultati apprezzabili. La nuova missione istituita dall’ONU (UNMOVIC, Commissione per il monitoraggio, la verifica e l’ispezione degli armamenti iracheni) non ottenne infatti l’autorizzazione del governo iracheno, che chiese prioritariamente la rimozione degli ostacoli frapposti dalle autorità statunitensi e britanniche al funzionamento del programma “Oil for Food”.

Nel febbraio del 2001 la tensione tornò improvvisamente a salire in seguito all’attacco compiuto da 24 bombardieri statunitensi e britannici contro alcune postazioni radar alla periferia di Baghdad. L’incursione sollevò le proteste della maggioranza dei paesi arabi e fu criticata anche da numerosi esponenti dei governi europei, in particolare in Francia e in Germania.

Dopo l’attacco terroristico subito dagli Stati Uniti l’11 settembre 2001 (vedi anche vedi Stati Uniti d’America: 11 settembre 2001) e la successiva campagna militare Enduring Freedom (“Libertà duratura”) che abbatté il regime afghano dei taliban, l’Iraq tornò nel mirino degli Stati Uniti; il governo di Washington accusò infatti il regime iracheno di produrre armi di distruzione di massa, violando le risoluzioni dell’ONU. Le aviazioni statunitense e britannica ripresero gli attacchi aerei contro obiettivi strategici e militari iracheni, preparando il terreno per un nuovo intervento militare.

Nel luglio 2002, nel tentativo di scongiurare il conflitto, si svolse a Vienna un incontro tra il ministro degli Esteri iracheno e il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, per discutere la ripresa dei controlli dell’UNMOVIC, senza tuttavia pervenire a un accordo. In seguito all’intensificarsi degli attacchi aerei e all’esplicita minaccia degli Stati Uniti di scatenare una nuova guerra, a settembre l’Iraq consentì la ripresa delle ispezioni dell’ONU. Il presidente statunitense George W. Bush, scettico nei confronti dell’accordo, chiese una nuova risoluzione dell’ONU che autorizzasse un nuovo intervento militare contro il regime di Saddam Hussein; la richiesta di Washington fu tuttavia accolta solo da pochi paesi e da un solo altro membro del Consiglio di sicurezza dell’ONU, la Gran Bretagna. Il 1° ottobre, messo alle strette, l’Iraq firmò l’accordo per la ripresa delle ispezioni, aprendola incondizionatamente a tutto il territorio nazionale iracheno.

14. La guerra diplomatica

Nell’autunno 2002 gli Stati Uniti e la Gran Bretagna iniziarono ad ammassare forze in Kuwait, mentre diverse portaerei presero posizione nel Golfo Persico, nel Mar Rosso e nel Mediterraneo orientale. Accogliendo le richieste statunitensi, l’8 novembre il Consiglio di sicurezza dell’ONU promulgò la risoluzione 1441, richiamando il governo iracheno al rispetto degli impegni di disarmo sottoscritti con il cessate il fuoco del 1991; per l’opposizione di Francia, Russia e Cina, il Consiglio di sicurezza non autorizzò tuttavia il ricorso automatico alla forza, limitandosi a minacciare “serie conseguenze” qualora l’Iraq non avesse soddisfatto le richieste.

Nonostante la ripresa dei sopralluoghi degli ispettori dell’ONU e della distruzione degli arsenali iracheni, gli Stati Uniti sollecitarono una nuova risoluzione che li autorizzasse all’uso della forza contro l’Iraq. La richiesta venne sostenuta dalla sola Gran Bretagna, ma, corredata di prove incerte (che in seguito si sarebbero rivelate del tutto infondate), non trovò il sostegno degli altri membri permanenti del Consiglio di sicurezza e cioè di Francia, Russia e Cina, che invece la respinsero.

Secondo i governi di Washington e Londra, la “guerra preventiva” contro il regime di Saddam Hussein era però inevitabile, per contrastare il terrorismo e le strategie di riarmo di altri dittatori e per “prevenire”, quindi, più sanguinosi conflitti. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sollevarono così un’aspra controversia, che divise la diplomazia internazionale indebolendo irrimediabimente il ruolo dell’ONU. Poi, il 19 marzo 2003, pur trovandosi contro il segretario Kofi Annan e gli altri membri del Consiglio di Sicurezza, la gran parte degli stati e delle opinioni pubbliche, nonché le principali autorità religiose internazionali, lanciarono l’attacco contro l’Iraq. A sostenerli si schierarono una trentina di paesi, tra cui la Spagna, l’Australia, la Danimarca, i Paesi Bassi. Molti di essi fornirono solo un sostegno politico; altri, tra cui l’Italia, non presero parte all’offensiva ma inviarono truppe in un secondo momento, con funzioni di stabilizzazione e di aiuto alla ricostruzione. La Francia, la Germania, la Russia e la Cina criticarono apertamente la scelta bellica compiuta da Stati Uniti e Gran Bretagna; a loro si unirono altri paesi, tra cui il Canada, la Nuova Zelanda, il Messico e il Brasile.

15. La “guerra preventiva”

L’operazione Shock and Awe (“Colpisci e terrorizza”) iniziò con un intenso bombardamento aereo su Baghdad e sulle altre città irachene, che prese di mira le sedi del comando politico e militare così come le strutture di comunicazione e industriali del paese. L’armata americano-britannica, penetrata nel paese dal sud e dal nord (dove si avvalse del sostegno dei curdi), si impose agevolmente sulla resistenza irachena, conquistando in pochi giorni gran parte delle città e assumendo nel contempo il controllo degli impianti petroliferi. Il 9 aprile l’avanguardia militare statunitense entrò a Baghdad. Saddam Hussein si diede alla fuga, mentre il suo regime andava sgretolandosi e il paese precipitava nel caos. Il 21 aprile, gli Stati Uniti insediarono alla testa di un’autorità provvisoria (Coalition Provisional Authority, CPA) il generale Jay Garner, che fu sostituito l’11 maggio dall’ambasciatore Paul Bremer. Il 1° maggio il presidente statunitense Bush proclamò la fine della guerra. Il 22 maggio, su richiesta dello stesso Bush, il Consiglio di sicurezza dell’ONU pose fine alle sanzioni contro l’Iraq con la risoluzione n. 1483. A luglio venne instaurato un Consiglio interinale di governo, i cui posti chiave vennero assegnati a membri dell’opposizione rientrati dall’esilio e ai rappresentanti delle comunità curda e sciita.

Tuttavia, nei mesi seguenti la situazione irachena andò via via deteriorandosi. Le forze alleate incontrarono infatti una crescente resistenza, condotta da forze di origini e ispirazioni diverse (ex membri del regime, dei servizi segreti e del disciolto esercito; miliziani iracheni e stranieri più o meno legati ad Al Qaeda; estremisti wahhabiti, salafiti e delle altre correnti della galassia radicale islamica). In agosto, un commando terrorista colpì la stessa rappresentanza dell’ONU, uccidendo l’inviato speciale Sergio Vieira de Mello.

Tra i primi effetti della guerra e della caduta del regime, vi fu anche il risveglio delle tradizionali divisioni religiose e tribali tra la comunità sciita (maggioritaria ma emarginata durante il regime baathista) e quella sunnita. In entrambe le comunità crebbe l’avversione contro l’occupazione militare e l’amministrazione straniera, anche a causa di grossolani errori e di eccessi compiuti dalla truppe della coalizione; a tale proposito, grave fu agli inizi del 2004 la crisi causata dalla diffusione delle immagini delle torture inflitte da alcuni militari americani ai detenuti del carcere di Abu Ghraib, che sollevarono nel mondo una generale riprovazione.

16. Una difficile transizione

Di fronte alle difficoltà e allo stillicidio di caduti tra le file della coalizione, gli Stati Uniti si rivolsero nuovamente all’ONU e alla comunità internazionale, chiedendo collaborazione. Nell’ottobre 2003, con la risoluzione 1511, l’ONU riprese un ruolo centrale nella crisi irachena; autorizzando la presenza della forza multinazionale in Iraq, fissò tuttavia un piano rivolto all’elezione di un Parlamento e alla costituzione di un governo cui trasferire la sovranità. A dicembre, le forze americane catturarono Saddam Hussein nei pressi di Tikrit, la sua città natale.

Nel marzo 2004, il Consiglio interinale di governo raggiunse un accordo su una “legge di transizione”, concepita per accompagnare il paese nel delicato processo del passaggio dei poteri all’amministrazione civile nazionale.

L’8 giugno il Consiglio di sicurezza dell’ONU, con la risoluzione 1546, avviò la fase di passaggio della sovranità dall’amministrazione militare a un nuovo governo provvisorio iracheno, che si insediò il 28 giugno. Alla sua guida venne nominato lo sciita Iyad Allawi, uomo di fiducia degli Stati Uniti, i quali conservarono larghi poteri, specialmente in materia di sicurezza.

Nella comunità sunnita, tenuta ai margini del processo di transizione, si rafforzò un’ala radicale che intensificò la sua offensiva guerrigliera e terroristica, dirigendola contro le nuove istituzioni irachene e soprattutto contro le costituende forze di polizia. In Iraq si susseguirono così migliaia di mortali attentati e di atti di sabotaggio. La città di Falluja, uno dei principali santuari della guerriglia, venne stretta in un severo assedio dalle forze statunitensi e conquistata infine a novembre dopo diverse settimane di violentissimi combattimenti condotti casa per casa.

In un clima di forte tensione, il 30 gennaio 2005 si svolsero le elezioni per eleggere il Parlamento. Sfidando le minacce della guerriglia, otto milioni e mezzo di iracheni si recarono alle urne. Lo scrutinio segnò la rivincita degli sciiti e dei curdi sulla comunità sunnita, che disertò le urne. L’Alleanza unita irachena sostenuta dall’ayatollah Alì Sistani, principale forza degli sciiti, ottenne infatti il 48% dei suffragi, seguita dall’Alleanza curda con il 26%. Uscì sconfitto dalle elezioni, penalizzato dai suoi stretti legami con gli Stati Uniti, il capo del governo provvisorio Iyad Allawi, la cui lista ottenne solo il 14% dei voti.

Agli inizi di aprile Jalal Talabani, leader dell’Unione patriottica del Kurdistan, venne eletto alla presidenza del paese. Alla fine del mese, dopo difficili trattative estese anche alla comunità sunnita nel tentativo di coinvolgerla nel processo di transizione, si insediò il governo di transizione, alla cui guida fu nominato il leader dell’Alleanza unita irachena, Ibrahim Al Jaafari. In ottobre, con un referendum disertato dalla comunità sunnita, venne approvata una nuova Costituzione. Nello stesso mese prese avvio il processo contro Saddam Hussein, accusato di crimini contro l’umanità.

Il 15 dicembre 2005 l’Iraq elesse il nuovo Parlamento. L’Alleanza unita irachena, fermandosi al 41% dei suffragi, mancò di poco la maggioranza assoluta (128 seggi su 275). L’Alleanza democratica e patriottica del Kurdistan ottenne il 21,7% dei voti e 53 seggi. Al terzo posto si piazzò il Fronte dell’intesa irachena con il 15% dei voti e 44 seggi. Scarsa fu la partecipazione alle elezioni della comunità sunnita, in seno alla quale si rafforzò l’influenza delle formazioni di resistenza armata al nuovo regime.

17. Sviluppi recenti

Nonostante le pressioni statunitensi e britanniche, la formazione del nuovo governo viene più volte rimandata a causa dei disaccordi tra le varie forze politiche. Nei primi mesi del 2006 si rafforzano le attività guerrigliere contro le forze d’occupazione e si intensifica lo scontro tra le comunità sciita e sunnita, con diversi attentati a moschee che provocano la morte di centinaia di persone. Ad aprile, riconfermato alla presidenza, Jalal Talabani conferisce al leader sciita Jawad al-Maliki l’incarico di formare il nuovo governo.

A giugno viene ucciso in un raid aereo Abu Musab al-Zarqawi, capo delle forze di Al Qaeda in Iraq; le violenze tuttavia non si arrestano e a settembre viene rinviato il trasferimento del comando delle operazioni militari dalle forze della coalizione a quelle governative.

A ottobre si conclude con una condanna a morte il processo contro Saddam Hussein, che viene giustiziato, nonostante gli appelli internazionali (tra cui quello dei paesi dell’Unione Europea), il 30 dicembre. Nel gennaio 2007 il presidente statunitense George W. Bush annuncia l’invio in Iraq di nuove truppe e una nuova strategia per “imporre la legge” nella capitale Baghdad.

Tragico è il bilancio dei quattro anni di conflitto. I morti civili iracheni ammontano a diverse decine di migliaia (più di 100.000 secondo alcune fonti, più di 600.000 secondo altre); pesanti sono anche le perdite delle forze di coalizione, tra le quali gli Stati Uniti, con più di 3000 morti e migliaia di feriti, pagano il più alto prezzo.