Medicina
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Medicina
12. La medicina europea

Nell’Alto Medioevo la medicina europea soffrì della totale disorganizzazione dei medici laici. Per rispondere alle necessità di assistenza medica nacque la medicina monastica che, prendendo origine dalle infermerie dei monasteri, si diffuse presto, favorendo il sorgere di istituzioni caritatevoli progettate per l’assistenza dei molti malati di lebbra e altre malattie infettive (vedi Assistenza infermieristica). In questo campo furono attivi soprattutto i monaci benedettini, che raccolsero e studiarono testi medici antichi nella loro biblioteca di Montecassino, nel Lazio. San Benedetto da Norcia, fondatore dell’ordine, obbligò i membri dell’ordine a studiare le scienze, e soprattutto la medicina, mentre l’abate Bertario di Montecassino fu egli stesso un medico famoso. Con il teologo franco Rabano Mauro, anche Fulda, in Germania, divenne un famoso centro di studi medici. Entro il IX secolo, grazie agli sforzi di Carlo Magno, la medicina fu inclusa nei corsi di studio delle scuole delle cattedrali. Al contrario, San Bernardo di Chiaravalle proibì ai monaci cisterciensi di studiare libri medici e vietò l’uso di tutti i rimedi diversi dalla preghiera.

Durante i secoli IX e X Salerno, che già anticamente veniva considerata luogo ideale di cura, divenne gradualmente un rinomato centro medico; all’inizio dell’XI secolo divenne sede della prima scuola occidentale di medicina. L’insegnamento era di tono soprattutto pratico e laico, e sottolineava l’importanza della dieta e dell’igiene personale. Il medico e traduttore Costantino Africano, che si fece monaco benedettino e si ritirò nell’Abbazia di Montecassino, tradusse dall’arabo in latino molti classici greci di medicina per gli studenti sia di Salerno sia di Montecassino.

1. La medicina in Europa dopo l’anno Mille

Lo studio della medicina trasse grande beneficio dal lavoro del vescovo Raimondo che, intorno al 1140, fondò a Toledo, in Spagna, un istituto per la traduzione in latino dei manoscritti medievali arabi, comprese le opere di Al-Razi e Avicenna. Nel XII secolo gli studi medici diventarono sempre più teorici e accademici, diffondendosi alla scuola di medicina di Montpellier e poi alle Università di Parigi, Oxford e Bologna. Entro la fine del secolo XII, il risveglio della medicina laica e le restrizioni imposte alle attività dei monaci fuori dai monasteri avevano causato il declino della medicina monastica, la quale aveva, tuttavia, svolto una preziosa funzione di conservazione delle tradizioni degli studi medici.

Nel XIII secolo furono introdotte rigorose misure di controllo dell’igiene pubblica e innovazioni legislative che consentivano di attuare dissezioni del corpo umano e di esercitare la medicina solo in seguito al superamento di un esame e al rilascio di una licenza. La medicina accademica rimase, tuttavia, soprattutto un esercizio di logica sui dogmi antichi. Fra gli scienziati più rappresentativi di questo periodo vi furono lo scolastico tedesco Alberto Magno, che si occupò di ricerca biologica, e il filosofo britannico Ruggero Bacone, che eseguì studi di ottica e rifrazione e fu il primo a suggerire che la medicina dovesse avvalersi di rimedi ottenuti dalla chimica. Tuttavia, perfino Bacone, che era spesso considerato un pensatore originale e un pioniere della scienza sperimentale, era dominato dall’autorità degli antichi autori greci e arabi.

2. Lo sviluppo degli studi anatomici e chirurgici

In Italia, nel XIII secolo, importanti centri di medicina furono le università di Bologna e di Padova. A Bologna si tentò di confermare i concetti dell’anatomia classica, applicando le tecniche di dissezione umana, mentre a Padova Pietro d’Abano cercò di riconciliare la contraddizione fra la medicina degli autori greci e arabi. Nonostante i pregiudizi popolari, lo studio dell’anatomia continuò. Benché a quell’epoca la posizione sociale del chirurgo fosse considerata inferiore a quella del medico, notevoli progressi furono compiuti dal chirurgo Ugo da Lucca, che sconfessò alcuni degli insegnamenti di Galeno e praticò terapie semplificate di lussazioni, fratture e ferite. Ugo da Lucca studiò la sublimazione dell’arsenico e, inoltre, si attribuisce a lui la fondazione di una scuola di chirurgia a Bologna nel 1204.

Guglielmo da Saliceto (1210-1277) e il suo discepolo Guido Lanfranchi furono pionieri nell’anatomia chirurgica; inoltre Lanfranchi è considerato il primo ad avere distinto l’ipertrofia dal cancro del seno. Due figure dominanti della chirurgia francese in questo periodo furono Henry de Mondeville (1260-1320), chirurgo del re di Francia e fautore del trattamento asettico delle ferite e dell’uso delle suture, e Guy de Chauliac (1290-1368), noto come il fondatore della chirurgia francese e ritenuto il primo ad avere riconosciuto la peste che comparve in Europa nel 1347. Guy de Chauliac, i cui scritti sottolineavano l’importanza della dissezione anatomica nell’addestramento del chirurgo, sembra inoltre essere stato il primo a descrivere l’ernia femorale (1361) e sembra avere inventato numerosi strumenti chirurgici.

3. La medicina nel Rinascimento

Sebbene durante il Rinascimento il pensiero medico non sia stato alterato in modo sostanziale, si intensificò la critica nei confronti di Galeno e degli arabi, mentre ebbero rinnovata fortuna le dottrine di Ippocrate. Gli artisti del Rinascimento si dedicarono allo studio dell’anatomia umana, e soprattutto dei muscoli, allo scopo di rappresentare meglio il corpo umano. Leonardo da Vinci eseguì disegni anatomici molto accurati basati sulla dissezione di cadaveri, anche se sfortunatamente il suo lavoro, che rimase in gran parte perduto per secoli, esercitò poca influenza sui suoi contemporanei.

La pubblicazione, nel 1543, del trattato di anatomia De Humani Corporis Fabrica da parte dell’anatomista fiammingo Andrea Vesalio costituì una pietra miliare nel progresso della scienza medica. Centinaia di errori anatomici di Galeno vennero dimostrati con chiarezza da questo attento osservatore e dal suo contemporaneo Gabriele Falloppio, che scoprì le tube uterine (in seguito chiamate con il suo nome) e il timpano, diagnosticò le malattie delle orecchie servendosi di uno speculum (strumento che permette di allargare la cavità che si vuole osservare) e descrisse dettagliatamente i muscoli oculari e i dotti lacrimali. Galeno venne contraddetto anche dal medico spagnolo Michele Serveto, che fu il primo a descrivere il sistema circolatorio nei polmoni e a spiegare che il calore del corpo doveva essere correlato con i processi digestivi (oggi sappiamo che gli alimenti forniscono l’energia per tutte le reazioni metaboliche e, dunque, anche per il mantenimento della temperatura corporea).

3.1. La ribellione di Paracelso, nuove tecniche chirurgiche e la nascita della batteriologia

Durante la sua burrascosa carriera, il medico e alchimista svizzero Paracelso, fondatore della chemioterapia, si ribellò alla tradizione bruciando i trattati classici sulla medicina, tenendo conferenze in tedesco anziché in latino e scoprendo nuovi composti chimici ad azione terapeutica. Introdusse l’idea, rivoluzionaria a quel tempo, che le malattie fossero causate da agenti esterni al corpo e non, come invece si credeva, che derivassero da squilibri degli “umori” corporei. Il chirurgo francese Ambroise Paré migliorò le tecniche di amputazione chirurgica utilizzando, come tecnica per arrestare le emorragie, la legatura delle arterie invece della cauterizzazione.

Il medico e poeta italiano Girolamo Fracastoro, considerato il fondatore dell’epidemiologia, dimostrò il carattere specifico delle febbri e descrisse il quadro clinico del tifo; il termine “sifilide”, applicato a una malattia virulenta che a quell’epoca devastava l’Europa, deriva dal suo famoso poema Syphilis sive de morbo gallico, del 1530. Inoltre, la teoria di Fracastoro in base alla quale le malattie infettive vengono trasmesse da invisibili semi di contagio, in grado di autoriprodursi, anticipò le moderne teorie batteriologiche.