| Trova nell'articolo | Filosofia cinese | Articolo |
| 1. | Introduzione |
Filosofia cinese Insieme delle scuole di pensiero nate e sviluppatesi in seno alla millenaria cultura cinese, nella cui tradizione non esiste peraltro un termine corrispondente all’occidentale “filosofo”: il pensiero orientale trova le sue figure di riferimento piuttosto in “maestri”, che oltre a essere guide spirituali sono spesso esempi di vita pratica.
Il pensiero cinese ha attraversato tre fasi storiche: l’età classica, dal VI al II secolo a.C.; l’età di mezzo, dal II secolo a.C. all’XI secolo; l’età moderna, dall’XI secolo ai giorni nostri.
| 2. | L’età classica |
L’età classica della filosofia cinese coincide con il periodo della dinastia Zhou (1027-256 a.C.). L’indebolimento del potere imperiale, provocato dalle guerre scatenate dai signori feudali, spinse il paese nell’anarchia (IV e III secolo) e ruppe i tradizionali legami della società agricola, aprendo però la Cina agli scambi commerciali; venne favorita inoltre l’affermazione di una nuova classe di funzionari eruditi (shi), che conoscevano i testi e i rituali dell’epoca feudale e che aspiravano a restituire prestigio all’insegnamento e al sapere, al fine di riunificare l’impero e restaurare l’ordine sociale.
| 1. | Confucio e i suoi discepoli |
Confucio, funzionario imperiale appartenente alla piccola nobiltà dello stato di Lu, nell’attuale provincia dello Shandong, visse tra il 551 a.C. e il 479 ca. a.C., e fu maestro e consigliere dei signori di diversi stati. Per restaurare l’ordine sociale e ricondurre la Cina alla prosperità, egli sosteneva la necessità di ridare prestigio al governo imperiale, all’organizzazione sociale e familiare, alle norme per la tutela della proprietà prescritte dalla letteratura cinese classica e dalla musica cinese rituale. Secondo la dottrina confuciana, ogni essere umano deve coltivare i valori del passato e della tradizione, e praticare modelli etici suggeriti dai classici della letteratura antica e dai libri scritti dai saggi: in tal modo si ottiene armonia all’interno della struttura rigidamente gerarchica della famiglia, della società e dello Stato.
Confucio non lasciò scritti relativi alle sue idee sulla natura dell’uomo, sui diritti del popolo contro la tirannia e sull’influenza del sovrannaturale nei confronti delle vicende umane; tramandarono il suo pensiero, nel IV e III secolo a.C., Mencio e Xun Zi (Hsün-tzu), i più noti tra i suoi discepoli. Secondo Mencio la natura umana è fondamentalmente buona ed è perfettibile non solo grazie allo studio, come insegnava Confucio, ma anche mediante un processo di autodisciplina. Come Confucio, Mencio accettava l’idea di una società feudale di tipo gerarchico, ma richiamava i sovrani al dovere di assicurare il benessere ai sudditi. Gli imperatori Zhou giustificavano il proprio potere assoluto attraverso la dottrina del “mandato del Cielo”; Tian (Cielo) era l’ente metafisico che reggeva l’universo. Tuttavia, secondo Mencio, solo il consenso del popolo dava valore a tale mandato e il popolo aveva il diritto di ribellarsi in nome del Cielo contro la tirannia. Secondo Xun Zi, invece, poiché la natura umana è malvagia, soltanto grazie all’educazione e alla cultura, rappresentata dallo studio dei classici e dalla scrupolosa conformità ai cerimoniali e ai riti tradizionali, l’uomo può diventare membro a tutti gli effetti della società, inserendosi in una gerarchia sociale rigidamente organizzata sul fondamento del rispetto dei riti e dell’origine divina del potere del sovrano, Figlio del Cielo.
| 2. | Il taoismo |
Movimento filosofico connesso a una religione organizzata, il taoismo ha come esponente principale Lao Zi, secondo la tradizione uno dei maestri di Confucio, vissuto nel VI secolo a.C. La sua dottrina è raccolta in un libro diffuso nel 250 a.C., forse opera di un discepolo.
Mentre il confucianesimo predicava il pieno sviluppo dell’uomo mediante l’educazione morale e la creazione di una società gerarchicamente strutturata, il taoismo cercava di preservare la vita umana mediante il Tao, o Dao (“la via”) della natura, e propugnava il ritorno a una società agraria di tipo arcaico, amministrata da un governo che non interferisse nella vita quotidiana dei sudditi. Lao Zi, infatti, pensava al taoismo anche come dottrina politica, proponendo che il sovrano governasse nel modo migliore “senza azione” (wuwei), disinteressandosi della vita dei sudditi e lasciando immutati la natura e il corso delle cose.
Zhuang Zi, un altro importante filosofo taoista vissuto nel IV secolo a.C., si interessò alla vita morale dell’individuo, consigliando l’astensione dalla politica, la conformità ai ritmi della vita dell’universo e la rinuncia alle deformazioni artificiose imposte dalla ragione. Le dottrine di Lao Zi e Zhuang Zi si riallacciano all’antica tradizione cinese di meditazione legata allo yoga, con l’obiettivo di raggiungere la perfezione di anima e corpo. La tendenza del taoismo al misticismo, fondendosi con il panteismo tradizionale nella straordinaria sintesi propria della religione cinese, gettò le fondamenta per la successiva diffusione del buddhismo Zen.
| 3. | Altre scuole |
La scuola fondata da Mo Zi nel V secolo a.C. predicò una sorta di amore universale fra tutti gli individui, al di là di qualunque distinzione di classe sociale; fu anche la prima a formulare un’accurata critica delle idee fondamentalmente conservatrici di Confucio, valutandone benefici e conseguenze nocive. Mo Zi sosteneva che bisognava avere timore degli dèi e degli spiriti e che il Cielo avrebbe punito le azioni malvagie. I suoi seguaci, riuniti in comunità semimonastiche, divennero maestri nelle arti marziali e svolsero un’abile opera di convincimento nei confronti dei governanti, esortandoli a mantenere la pace.
Nel IV secolo a.C., il naturalismo offrì un’interpretazione cosmologica dell’universo fondata su alcuni principi comuni all’I Ching e ad altre forme contemporanee di divinazione. Il più noto è il sistema Yin e Yang del Tai Ji, che rappresenta il cosmo come un’entità dinamica, il cui sviluppo è regolato dalla costante interazione tra gli opposti, ad esempio, uomo e donna, buio e luce, estate e inverno.
| 4. | Il legalismo |
La scuola delle Leggi si affermò come filosofia dominante nel periodo compreso tra il IV e il III secolo a.C. Due discepoli di Xun Zi, Han Fei Zi e Li Si, riprendendo le affermazioni del maestro secondo cui la natura umana è malvagia ed è necessario correggerla attraverso l’educazione e la cultura, svilupparono una filosofia politica che propugnava leggi rigide e severe punizioni per tenere a freno l’intero corpo sociale. Di conseguenza, la libertà individuale era subordinata all’obiettivo di creare uno stato forte retto da un sovrano dotato di poteri assoluti.
Queste idee rappresentarono un sostegno concreto alla nascita di uno stato totalitario a partire dal 221 a.C., anno in cui ebbe origine la dinastia Ch’in, fautrice di un potere centrale fortemente burocratizzato e accompagnato da leggi restrittive, punizioni severe, rigida censura culturale (nel 213 a.C. furono bruciati i libri sospetti), stretto controllo governativo sull’economia, oltre a importanti progetti di opere pubbliche come la Grande Muraglia.
Il popolo cinese si ribellò all’oppressione della dinastia Ch’in nel 206 a.C., quando il principe Gao Zu, un ex soldato di ventura di origine plebea assurto a nobiltà per nomina imperiale, prese il potere dando origine alla dinastia Han. L’amministrazione centralizzata dell’impero rimase in funzione fino al 1912, ma il controllo imperiale sull’economia e sulla libertà di pensiero si attenuò.
| 5. | Il confucianesimo in epoca Han |
Basando il proprio pensiero sulla concezione di Xun Zi della triade cosmica di cielo, terra e umanità, i filosofi confuciani del periodo Han elaborarono un sistema che incorporava la cosmologia yin-yang dei naturalisti, l’idea taoista dell’armonia dell’uomo con l’ordine naturale, l’insegnamento confuciano sul buon governo, retto da sovrani virtuosi, e il rispetto per il sapere e i principi della scuola delle Leggi. Tale approccio avrebbe aiutato i sovrani a comprendere i principi che regolano il cielo e la terra e a scandire i tempi dell’attività dell’uomo, per completare la triade e realizzare una perfetta armonia dell’universo. Questi principi confuciani furono accettati dal governo Han a partire dal 136 a.C., e divennero la dottrina richiesta ai funzionari pubblici, ma la diffusione di varie forme di superstizione fece nascere, nei primi secoli dopo Cristo, alcuni movimenti d’opposizione, e la scuola si divise sui problemi dell’autenticità dei testi classici.
| 3. | L’età di mezzo |
Nel II e III secolo d.C. una serie di sconvolgimenti sociali ed economici provocò la caduta degli Han, dando inizio a un periodo di lotte intestine e aprendo la Cina alle invasioni straniere. La crisi del confucianesimo preparò la via al buddhismo.
| 1. | Il buddhismo |
Il buddhismo penetrò in Cina dall’India e dall’Asia centrale tra il I e il VI secolo. Inizialmente, le difficoltà linguistiche impedirono ai cinesi di cogliere le sottigliezze filosofiche di questa dottrina, ma in seguito, tra il III e l’VIII secolo, gli insegnamenti del buddhismo si diffusero in tutta la Cina soprattutto per merito del grande traduttore Kumarajiva. I principi fondamentali del buddhismo offrono una soluzione al problema del dolore e della reincarnazione senza fine in quanto, aiutando a superare i desideri materiali dai quali trae origine il dolore, portano a uno stato indefinibile di assoluto distacco dalla materia, il nirvana. Sul piano filosofico, la ricerca della via per raggiungere il nirvana ha condotto all’elaborazione di complesse spiegazioni metafisiche sulla natura della vita.
Il buddhismo cinese seppe adattarsi all’idea del sincretismo e alla necessità di conciliare principi religiosi eterogenei. Si suddivise così in scuole; alcune di esse sostenevano che gli elementi fondamentali dell’esistenza sono immanenti, materiali, mentre altre affermavano che essi sono nulla, un indefinibile vuoto. Tuttavia, nessuna delle due teorie era soddisfacente per i filosofi cinesi della scuola Tian Tai (Tendai), che elaborarono la formula della “Triplice verità perfettamente armoniosa” per rendere conto dell’esistenza dell’infinita varietà dei fenomeni naturali: gli oggetti sono in realtà un nulla, un vuoto, ma posseggono un’esistenza temporanea il cui principio è il medesimo per l’intero universo. Il sincretismo della scuola Tian Tai, fondamentale per il contributo d’elaborazione dottrinale, fu assorbito e superato dalla “scuola di meditazione”, secondo cui si raggiunge l’illuminazione (la condizione spirituale che consente di autorealizzarsi perfettamente) attraverso il rispetto delle norme etiche e la contemplazione; diffusasi in Giappone, la scuola è nota con il nome, derivato dal cinese ch’an, di buddhismo Zen.
| 2. | Il sincretismo |
La riunificazione della Cina sotto le dinastie Sui (589-618) e Tang (618-906) favorì l’affermarsi del sincretismo religioso e filosofico, con la coesistenza di idee del taoismo, del buddhismo e del neoconfucianesimo. I principi confuciani, i più coerenti con le esigenze di un impero fortemente centralizzato, finirono per divenire la base della formazione scolastica dei futuri funzionari. L’affermarsi di una classe di dignitari confuciani e il timore di un influsso negativo sulla popolazione dei monaci taoisti e buddhisti finì per provocare una serie di persecuzioni contro i seguaci di queste religioni.
Il confucianesimo tornò in auge con l’avvento della dinastia Sung, dopo che la Cina aveva vissuto un’altra epoca di divisioni nota come “periodo delle cinque dinastie” (907-960). Nato con il rinnovato interesse per lo studio dei classici, e richiesto come requisito ai funzionari imperiali, il neoconfucianesimo impresse nuovo vigore all’etica, conferendole un fondamento metafisico, e fece proprie alcune forme di buddhismo e taoismo. Rimase comunque sostanzialmente diverso da queste due dottrine. Il neoconfucianesimo riteneva che esistesse un principio cosmico originario (li): conoscendo tale principio, l’individuo si sarebbe unito all’universo nell’atto di stringere relazioni personali, sociali e politiche. Nella concezione buddhista, invece, l’essenza di ogni oggetto materiale è in realtà il vuoto e l’individuo deve mirare all’illuminazione, poiché solo così potrà arrivare all’astrazione dalle vicende del mondo. Il taoismo, infine, pur non identificando l’universo con il vuoto, intende porre l’individuo su un piano astratto rispetto alla società, in modo da trascendere i concetti di vita e di morte.
| 4. | L’età moderna |
Il neoconfucianesimo si manifestò in tre scuole: la scuola del Principio (razionalista), la scuola della Mente (idealista) e la scuola dell’Apprendimento Pratico (empirista).
| 1. | La scuola del Principio |
La speculazione metafisica conobbe una nuova fioritura nel XII secolo con Zhu Xi, fondatore della scuola del Principio, le cui dottrine furono adottate nel XIV secolo per gli esami dei funzionari imperiali e rimasero in vigore fino al 1905. Secondo questa concezione tutto è costituito da due elementi: il principio cosmico (li), riflesso del Grande Creatore (Tai Chi), e la materia (qi); in realtà il qi, che in cinese possiede la stessa etimologia di “respiro”, non si identifica con una sostanza meramente fisica, ma con un caotico flusso di massa-energia e con il perpetuo congelamento e dissolvimento degli elementi. Grazie all’illuminazione, l’individuo può comprendere le vicende del cosmo e influire su di esse con il potere della virtù personale.
| 2. | La scuola della Mente |
Sorta nell’XI secolo, questa scuola ebbe il suo massimo esponente nel XV secolo in Wang Yangming, secondo il quale la mente non è una combinazione di li e qi, ma puro li, o principio, indifferente al qi, e ha quindi in sé la bontà intrinseca della natura umana; poiché ciascun individuo possiede un’innata conoscenza del bene, deve solo guardare nella propria mente per trovarlo. Alla morte di Wang la scuola si orientò verso la pratica della meditazione Zen per giungere all’illuminazione, e alcuni suoi seguaci trovarono nel soggettivismo la risposta più spontanea a qualsiasi problema posto dalla natura. Questa tendenza si affermò all’epoca della decadenza del potere centrale negli ultimi anni della dinastia Ming, che ebbe termine nel 1644.
| 3. | La scuola dell’Apprendimento Pratico |
All’inizio della dinastia Manciù, nel 1644, i filosofi confuciani si dedicarono allo studio della civiltà Ming nel tentativo di capire le ragioni della sua decadenza. Respingendo sia la speculazione metafisica della scuola del Principio sia l’idealismo soggettivo dei seguaci di Wang Yangming, la scuola dell’Apprendimento Pratico suggeriva lo studio dei testi classici dell’epoca Han per riscoprire le vere radici etiche e sociopolitiche del confucianesimo, applicando un metodo critico e scientifico per l’interpretazione dei testi.
Nel XVIII secolo il massimo esponente di questa scuola, Dai Zhen, sostenne che i principi di tutte le cose sono conoscibili attraverso l’indagine empirica. A suo giudizio, il neoconfucianesimo aveva condotto a un’eccessiva introspezione e al misticismo. Il principio primo si trovava solo negli oggetti materiali e poteva essere studiato oggettivamente raccogliendo e analizzando dati empirici. Tuttavia, il metodo empirico non fu applicato allo studio della natura, ma solo all’analisi delle vicende umane già registrate nei testi classici, con notevoli progressi nel campo della filologia, della linguistica e della geografia storica, ma senza reale progresso nelle scienze naturali.
| 4. | Il XIX e il XX secolo |
Nel XIX secolo la speculazione metafisica neoconfuciana non riuscì a fornire una spiegazione soddisfacente dei mutamenti provocati dal contatto con la civiltà occidentale, e il tradizionale sistema di valori sembrò solo frenare o bloccare completamente i tentativi di modernizzazione in Cina. Nell’ultimo decennio del secolo, Kang Youwei tentò di adattare il confucianesimo al mondo contemporaneo e, nel suo rivoluzionario trattato Confucio riformatore, si appellò all’autorità di Confucio invocando una modernizzazione delle istituzioni politiche e sociali, ritenuta ormai indispensabile per resistere alla pressione dell’imperialismo occidentale. Il programma riformatore di Kang, dopo una breve esperienza nel 1898, fu bocciato dai sostenitori dell’ortodossia confuciana e il filosofo fu costretto all’esilio. Dopo la caduta dell’impero nel 1911, negli anni Trenta un tentativo di far rivivere l’etica confuciana ebbe il sostegno del leader nazionalista Jiang Jieshi.
Verso il 1897 la filosofia occidentale era penetrata in Cina attraverso una serie di opere tradotte da studenti che tornavano dall’Europa e dagli Stati Uniti. La nuova filosofia cinese cercò di fondere idee e concetti occidentali con la tradizione orientale.
Le dottrine occidentali più seguite furono il pragmatismo e il materialismo. La prima, diffusa grazie agli scritti di Hu Shi, allievo del filosofo statunitense John Dewey, cercò di modernizzare la vita sociale e intellettuale del paese, proponendo una filosofia riformatrice che influenzò il movimento Nuova Cultura (sorto nel 1917). Nel 1924 la popolarità del pragmatismo cominciò tuttavia a declinare.
Il materialismo si era identificato in un primo momento con il materialismo dialettico di Karl Marx, la cui opera era stata divulgata in Cina nel 1919 e aveva costituito la forza motrice della ricostruzione economica cinese. Alla fine degli anni Venti il materialismo storico si era diffuso anche tra filosofi non comunisti. La maggior parte dei seguaci del materialismo in realtà seguiva i principi del marxismo e del leninismo, la filosofia ortodossa del partito comunista e del suo capo Mao Zedong. In seguito, il partito comunista cinese sostenne che il maoismo fu uno sviluppo del marxismo-leninismo, ma che il vero apporto di Mao e l’originalità del suo pensiero sono di tipo pratico più che teorico.
Il più noto dei filosofi confuciani del XX secolo è Feng Youlan (1895-1990), sostenitore dell’attualità della scuola del Principio. Negli anni Sessanta Youlan si avvicinò al materialismo storico rivedendo la sua Storia della filosofia cinese (1933; nuova edizione in 3 volumi, 1983-1985) secondo i principi del marxismo-leninismo.