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Acquatinta Nelle tecniche artistiche di stampa e incisione, metodo utilizzato per ottenere stampe con effetti di chiaroscuro simili a quelli dell’acquerello. Come l’acquaforte, prevede l’uso di un acido per corrodere la matrice metallica secondo il disegno da imprimere, ma implica interventi preparatori e passaggi diversi.
Secondo il procedimento più diffuso, la matrice (di rame o di zinco) viene preliminarmente granulata, ovvero riscaldata e cosparsa di granelli di resina o bitume che, fondendo, vi adersicono formando una superficie rugosa irregolare. L’acido, applicato con un pennello o mediante immersione, giunge a corrodere il metallo filtrando attraverso i minuscoli interstizi del rivestimento, determinando quelle microcavità che conferiscono il caratteristico aspetto punteggiato all’acquatinta.
Un’altra tecnica consiste nello stendere sulla lastra uno strato compatto di vernice e nel cospargerne di sale la superficie ancora fresca. Una volta seccata la vernice, la matrice viene immersa nell’acido: questo scioglie il sale, lasciando piccoli buchi nel rivestimento che permettono la morsura del metallo sottostante. Successivi bagni nell’acido consentono di approfondire le depressioni e gli incavi della lastra, e di conseguenza di ottenere una grande varietà di toni e sfumature nella stampa.
Poiché con l’acquatinta non è possibile tracciare sulla matrice linee nette, tale tecnica viene generalmente abbinata all’acquaforte e alla puntasecca, in grado di definire i contorni e la struttura del disegno.
Uno dei più significativi interpreti dell’acquatinta, conosciuta in Olanda fin dal Seicento, fu il pittore e incisore spagnolo Francisco Goya; nell’Ottocento vi fecero ricorso i romantici e molti illustratori librari (che la utilizzarono per stampe a colori); nel Novecento, Pablo Picasso e Georges Braque adottarono una variante particolare del procedimento, detta “allo zucchero”.