| Trova nell'articolo | Afghanistan | Articolo |
| 1. | Introduzione |
Afghanistan (nome ufficiale Jomhuri-ye Eslami-ye Afghanestan, Repubblica Islamica dell’Afghanistan), stato dell’Asia centroccidentale, confinante a nord con il Turkmenistan, l’Uzbekistan e il Tagikistan, a nord-est con la Cina, a est e a sud con il Pakistan, a ovest con l’Iran. Ha una superficie di 652.225 km²; la capitale è Kabul.
| 2. | Territorio |
Il territorio, in prevalenza montuoso, è dominato dai rilievi dell’Hindukush, che si estendono per circa 965 km dalla catena del Pamir, a nord-est, fino ai confini con l’Iran, a ovest, con vette che superano i 7.000 metri di altezza. I numerosi passi naturali che attraversano i rilievi dell’Afghanistan rappresentano importanti vie di comunicazione tra le regioni interne del paese e gli stati confinanti; nei rilievi dell’Hindukush il passo dello Shibar (2.987 m) collega la regione di Kabul alla parte settentrionale del paese, mentre il Khyber, sul confine nordorientale, attraversa la catena Sulaiman e collega la regione di Kabul alla città di Peshawar, in Pakistan. A nord-ovest, nell’area della Battriana, i rilievi digradano nella pianura attraversata dal fiume Amudarja, mentre a sud e a sud-est lasciano il posto ad aree desertiche (altopiano del Rigestan e depressione del Sistan). Nella sezione nordorientale si trova l’arida regione montuosa del Turkestan afghano.
| 1. | Idrografia |
I principali corsi d’acqua del paese sono l’Amudarja, che scorre lungo il confine con il Tagikistan, e il Kabul, affluente dell’Indo, a nord, l’Helmand, il più lungo del paese, a sud, e l’Harirud, a ovest. Tutti i fiumi, a eccezione del Kabul, sfociano in laghi o paludi.
| 2. | Clima |
Il clima dell’Afghanistan, di tipo continentale arido, è caratterizzato da marcate escursioni termiche sia diurne sia stagionali, dovute soprattutto alla diffusa presenza di alti rilievi; durante il giorno le temperature possono variare dagli 0 °C nelle prime ore del mattino ai 38 °C di mezzogiorno. Temperature estive intorno ai 49 °C si registrano nelle valli del nord, mentre le medie invernali raggiungono facilmente i -9,4 °C a quota 2.000 m sui monti dell’Hindukush. A Kabul, situata a un’altitudine di 1.795 m, gli inverni sono freddi e le estati temperate. Il clima è subtropicale a Jalalabad (585 m di altitudine, a sud di Kabul), mentre a Kandahar (1.006 m) è mite. L’Afghanistan è un paese arido in cui le piogge, più frequenti tra ottobre e aprile, hanno una media annuale di circa 300 mm. Le tempeste di sabbia sono comuni nei deserti e nelle aride pianure.
| 3. | Flora e fauna |
La vegetazione è composta da foreste di cedri, pini e altre conifere che crescono sui rilievi ad altitudini comprese tra i 1.800 e i 3.500 m, mentre sui bassi versanti si trovano arbusti e alberi di nocciolo, pistacchio, ginepro e frassino. A quote meno elevate la vegetazione, costituita soprattutto da piante erbacee e arbusti, è piuttosto rada; numerose sono le varietà di fiori selvatici che sbocciano in primavera, sia sui monti sia nella steppa. Tra i diversi alberi da frutta che crescono nelle valli vi sono albicocchi, peschi, peri, meli, mandorli e noccioli; palme da dattero sono presenti nell’estremo sud del paese, melograni e agrumi nella zona di Kandahar e di Jalalabad.
Nel paese convivono numerose specie animali diffuse in India, Medio Oriente ed Europa; tra questi vi sono l’orso, la gazzella, lo stambecco, lo sciacallo, la lince, la volpe, il leopardo delle nevi, il cammello, il dromedario e diverse scimmie. Il levriere afghano e la pecora karakul, dalla quale si ricavano lana e pelli pregiate, sono caratteristici della regione.
| 4. | Problemi e tutela dell’ambiente |
I drammatici conflitti che hanno sconvolto la vita del paese a partire dal 1979 hanno aggravato i problemi ambientali già esistenti e contribuito a crearne di nuovi. Quanto mai urgente e necessaria rimane l’opera di bonifica di milioni di ordigni inesplosi (in particolare mine antiuomo) presenti sia nelle aree abitate sia nelle campagne.
Lo sfruttamento indiscriminato dei pascoli e l’erosione del suolo hanno determinato il degrado e il conseguente abbandono di gran parte del suolo coltivabile, mentre la desertificazione ha coinvolto vaste aree di territorio. Il crescente fabbisogno di legna da ardere e di cibo ha provocato un’accelerazione della deforestazione e la conseguente riduzione della fauna. I conflitti in atto da decenni nel paese hanno avuto ovvie ripercussioni anche sulla biodiversità.
Il paese possiede poche aree protette; tra queste, vi sono due riserve naturali, la Ajar Valley e la Pamir-i-Buzurg, e un parco nazionale, il Band-e Amir. A queste aree vanno aggiunte alcune zone di foresta, potenziali future riserve naturali.
L’Afghanistan ha ratificato trattati internazionali sull’ambiente in materia di desertificazione, modificazioni dell’ambiente, salvaguardia delle specie in via d’estinzione, scarico dei rifiuti in mare e messa al bando dei test nucleari.
| 3. | Popolazione |
La realtà demografica del paese è difficilmente definibile a causa dei conflitti succedutisi nel corso degli ultimi decenni, che hanno provocato centinaia di migliaia di vittime e visto moltiplicarsi il numero di dispersi e profughi. La popolazione dell’Afghanistan era, nel 2007, di 31.889.923 abitanti, con una densità media di 49 abitanti per km². Il tasso di mortalità infantile è uno dei più alti al mondo (157 per mille nati vivi nel 2007). Secondo alcune stime, sono oltre 5 milioni i profughi afghani che, a partire dal 1979, si sono rifugiati in Pakistan e in Iran. Il 77% della popolazione vive e lavora nelle aree rurali; un fenomeno assai diffuso è il nomadismo.
Quattro sono i principali gruppi etnici: i pashtun (o pathani, vedi afghani) che rappresentano oltre il 50% della popolazione e risiedono prevalentemente nel sud-est del paese; i tagiki (20% circa) e gli uzbeki (9% circa), presenti nelle regioni nel nord; gli azeri (o hazara (9% circa), che vivono nelle regioni centrali. Altri gruppi minoritari sono i kirghizi, i turcomanni (o turkmeni) e i beluci (o baluci).
| 1. | Lingua e religione |
Le lingue ufficiali sono il pashto e il dari (una varietà del persiano moderno); quest’ultimo è usato come lingua letteraria e culturale, degli affari e degli atti governativi. Nel paese si parlano inoltre l’uzbeko, il turcomanno e il kirghizo. La quasi totalità della popolazione è musulmana, in grande maggioranza sunnita (75% circa) e, in misura minore, sciita (24% circa); esigue minoranze sono costituite da ebrei, indù e parsi.
| 2. | Istruzione e cultura |
Le drammatiche condizioni interne del paese hanno determinato un altissimo tasso di analfabetismo. Formalmente l’istruzione è gratuita e obbligatoria dai 7 ai 15 anni di età, ma di fatto è preclusa alla gran parte della popolazione. Solo il 36,3% della popolazione adulta sa leggere e scrivere (2000). Nel 1996, anno dell’insediamento del regime dei taliban, l’istruzione fu vietata alle donne.
Tra i principali istituti universitari si ricordano l’Università di Kabul (fondata nel 1932 e chiusa dal 1992), il Politecnico (1951) e l’Università degli studi islamici (1988), sempre a Kabul, dove hanno inoltre sede le maggiori biblioteche del paese e il Museo nazionale che conservava, prima di venire saccheggiato e distrutto nel corso della guerra civile, antiche reliquie buddhiste. Numerosi monumenti artistici, istituti scolastici e culturali del paese sono stati distrutti o notevolmente danneggiati nel corso dei diversi conflitti.
| 4. | Divisioni amministrative e città principali |
Dal punto di vista amministrativo, l’Afghanistan è diviso in 34 province: Badakhshan, Badghis, Baghlan, Balkh, Bamiyan, Daykondi, Farah, Fariab, Ghazni, Ghor, Helmand, Herat, Jozjan, Kabul, Kandahar, Kapisa, Khowst, Konar, Kunduz, Laghman, Logar, Nangarhar, Nimroz, Nuristan, Paktia, Paktika, Panjshir, Parwan, Samangan, Sar-e Pol, Takhar, Uruzgan, Wardak, Zabul.
Kabul, la capitale, è posta all’incrocio tra le principali vie di comunicazione che attraversano i passi montani; le altre maggiori città sono Kandahar, importante centro commerciale, Herat, conosciuta per le antiche moschee, i palazzi e altre testimonianze di grande valore architettonico, e Mazar-e Sharif, meta di pellegrinaggio dei religiosi.
| 5. | Economia |
Tra i paesi più poveri del mondo, l’Afghanistan ha subito gravissimi danni nel corso dei vari conflitti che si sono susseguiti a partire dall’invasione sovietica del 1979. Precedentemente l’economia del paese era basata sull’agricoltura e sull’allevamento, ma una certa industrializzazione fu avviata negli anni Sessanta e un ulteriore sviluppo del settore industriale fu favorito dal regime filosovietico nella seconda metà degli anni Ottanta. Alla fine del decennio, l’evacuazione delle truppe sovietiche determinò la cessazione degli aiuti economici da parte di Mosca, da cui il paese era quasi completamente dipendente. Fra le attività artigianali rivestivano un importante ruolo la fabbricazione dei tappeti e l’oreficeria.
Secondo i dati più recenti, il prodotto interno lordo ammontava, nel 2005, a 7.308.497.900 $ USA, corrispondenti a un reddito annuo pro capite di 160 dollari. Circa il 70% della popolazione è impegnata nell’allevamento e nell’agricoltura, praticata con strumenti arretrati e in difficili condizioni. La quota di popolazione priva di occupazione è elevatissima.
| 1. | Agricoltura e allevamento |
L’agricoltura, il settore più rilevante dell’economia del paese, a causa del lungo conflitto non è più in grado di soddisfare il fabbisogno interno. Le colture più diffuse sono frumento, granturco, riso, orzo, ortaggi, frutta e nocciole, a cui si aggiungono semi di ricino, robbia (usata per le tinture di colore rosso), assafetida (una resina medicinale), tabacco, cotone e barbabietola da zucchero, destinati all’industria. L’Afghanistan è inoltre ritenuto tra i maggiori produttori mondiali di oppio, che negli ultimi anni ha costituito la principale voce delle esportazioni. L’allevamento degli ovini, un tempo florido, è oggi in declino; di grande pregio, in particolare, è la pelle della pecora karakul, in passato molto diffusa. Altri capi d’allevamento sono cammelli, cavalli, asini, bovini, caprini e pollame. Il settore primario, nel suo complesso, ha subito gravi danni nel corso dei recenti conflitti, che hanno sottratto all’agricoltura quasi un terzo del già scarso terreno coltivabile del paese.
| 2. | Risorse energetiche e minerarie |
Le notevoli riserve minerarie del paese comprendono oro, argento, rame, berillo e lapislazzuli, oltre a zolfo, ferro, cromo, zinco e uranio; i depositi sono tuttavia poco sfruttati, anche per la mancanza di specifiche competenze tecniche e di macchinari. Il paese produce anche sale, carbone e gas naturale i cui depositi, situati nella regione nordorientale, furono sfruttati soprattutto dal regime filosovietico. Il 69,6% dell’elettricità è prodotto negli stabilimenti idroelettrici posti lungo i fiumi Helmand e Kabul, mentre il rimanente deriva da impianti alimentati a carbone o a petrolio.
| 3. | Industria |
Tra gli anni Sessanta e Settanta l’industria manifatturiera conobbe un periodo di notevole sviluppo: il settore tessile, in particolare, raddoppiò la produzione di tessuti e filati di lana e cotone. Sono presenti inoltre zuccherifici, cementifici, fabbriche di laterizi e scarpe, ubicati soprattutto nel distretto di Kabul ma oggi in gran parte distrutti o dismessi; rilevante fu in passato l’esportazione dei tappeti, il prodotto principale dell’artigianato locale.
| 4. | Commercio e finanza |
Nel 1991, quando il maggior partner commerciale era rappresentato dall’URSS, le esportazioni furono pari a circa 235 milioni di dollari e le importazioni a 884 milioni. Oltre all’URSS, altri importanti partner commerciali erano la Gran Bretagna, la Germania e l’India. Negli ultimi anni il paese è stato più volte colpito da sanzioni economiche e ha conservato relazioni commerciali, oltre che diplomatiche, solo con alcuni paesi islamici, tra cui il Pakistan e l’Arabia Saudita; oggi le principali voci del commercio afghano riguardano le armi e l’oppio. L’unità monetaria corrente è il nuovo afghani, suddiviso in 100 puls; l’istituto centrale di emissione è la Banca centrale dell’Afghanistan.
| 5. | Trasporti e vie di comunicazione |
I collegamenti interni sono estremamente limitati a causa delle condizioni impervie del territorio: il paese non è infatti dotato di una rete ferroviaria e i corsi dei fiumi sono solo in piccola parte navigabili e principalmente utilizzati per il trasporto del legname. La rete stradale, il cui tratto principale collega Kabul alle città più importanti, si estende per circa 34.789 km, asfaltati solo per il 24% e a tratti gravemente danneggiati a causa delle violente piogge primaverili e dei recenti combattimenti. Dromedari e altri animali da soma sono ampiamente utilizzati per il trasporto delle persone e delle merci. La Ariana Afghan Airlines, la compagnia aerea nazionale, ha rispreso le attività nel gennaio 2002 con voli nazionali e internazionali.
| 6. | Ordinamento dello stato |
Monarchia fino al 1973 quando, detronizzato il re, fu instaurato un assetto istituzionale di tipo repubblicano, dal 1978 il paese fu sottoposto a un regime filosovietico e occupato da truppe sovietiche. Alla lunga guerra di liberazione seguì dal 1992 una cruenta guerra civile tra le varie fazioni vincitrici. Nel 1996 il paese cadde sotto il dominio del movimento integralista dei taliban, che impose la shariah (vedi Islam: La Shariah e i riti) come legge fondamentale dello stato e proclamò l’emirato islamico.
Nel giugno 2002, dopo la sconfitta dei taliban per opera di una forza multinazionale guidata dagli Stati Uniti, è stato avviato un processo di transizione con l’insediamento di un governo provvisorio guidato da Hamid Karzai, il quale nelle elezioni del novembre del 2004 è stato eletto alla presidenza del paese.
Secondo la nuova Costituzione, promulgata nel gennaio 2004, il paese si basa su un sistema parlamentare, nel quale forti poteri sono attribuiti al presidente. Nel settembre 2005 il paese si è recato alle urne per eleggere i 250 membri della Camera dei Rappresentanti; il Senato, in cui siedono dignitari eletti dalle amministrazioni locali e dal presidente, non ha un numero di seggi definito. Il sistema giudiziario è basato sulla shariah; al suo vertice è una Corte Suprema, i cui nove membri sono nominati dal presidente previa approvazione della Camera dei rappresentanti. È in vigore la pena di morte. La situazione del paese è tuttora instabile. Il controllo della capitale Kabul è affidato alle forze della NATO (ISAF, International Security Assistance Force).
| 7. | Storia |
Le prime testimonianze storiche relative al territorio dell’attuale Afghanistan risalgono al VI secolo a.C., quando il paese divenne parte dell’impero persiano degli achemenidi. Come tutto il resto dell’impero, la regione fu sottomessa intorno al 330 a.C. da Alessandro Magno, per passare, dopo la sua morte (323 a.C.), sotto la dominazione di Seleuco I Nicatore e, successivamente, del re indiano Chandragupta. In seguito, un’altra dinastia greca si stabilì nella Battriana (Afghanistan del nord), fondando uno stato che visse dal 256 al 130 a.C., quando venne sottomesso dai nomadi iraniani saka e più tardi dai kushana, che diffusero nella regione il buddhismo. Nel III e IV secolo d.C. i persiani sasanidi invasero il paese da ovest. Gli unni euftaliti, infine, controllavano gran parte del territorio dell’Afghanistan quando gli arabi, intorno alla metà del VII secolo, conquistarono la regione diffondendovi l’islam, che divenne, nel corso dei secoli, la religione più diffusa.
| 1. | Le prime dinastie musulmane |
I turchi compirono la completa sottomissione del territorio tra il X e l’XI secolo per opera del sultano Mahmud di Ghazni. La cultura islamica ebbe il momento di massimo splendore sotto la dinastia afghano-iraniana dei Ghoridi (1148-1215) che gradualmente estesero il loro dominio nel nord dell’India, venendo infine sconfitti dalle orde del conquistatore mongolo Gengis Khan che giunse dal nord intorno al 1220. La maggior parte del paese rimase quindi sotto il dominio mongolo fino alla fine del XIV secolo quando un altro invasore, Tamerlano, conquistò il nord dell’Afghanistan. Tra i più importanti successori di Tamerlano vi fu Babur, fondatore nel Cinquecento della dinastia indiana dei Moghul. Sempre nel XVI secolo i safavidi iraniani e gli uzbeki del nord irruppero nella regione, dove però iniziò anche l’espansione degli afghani, che in seguito avrebbero dato il nome al paese.
| 2. | Fondazione dello stato afghano |
Nel 1722 una tribù afghana si impadronì della città persiana di Esfahan. Nel 1738 la città fu riconquistata dal governatore turco Nadir Shah, che ristabilì anche il controllo persiano su gran parte del territorio afghano. Alla morte di Nadir Shah, i capi degli afghani elessero alla carica di re Ahmad, capo della tribù degli abdali, che assumendo l’epiteto di Durr-i Durran (“perla delle perle”) fondò la dinastia dei Durrani. Ahmad Shah, considerato il padre dell’Afghanistan, estese quindi il suo dominio, impadronendosi per breve tempo anche del Belucistan, del Kashmir, della parte orientale dell’Iran e di una parte del Punjab. La dinastia dei Durrani, che trasferì la capitale del regno a Kabul, si estinse nel 1818. Nel 1826, Dost Muhammad, membro di una potente tribù afghana, impose il suo dominio sulla parte orientale del regno e nel 1835 si proclamò emiro.
| 3. | Prima guerra anglo-afghana |
La Gran Bretagna, interessata a impedire la caduta della regione, per la sua posizione strategica, sotto l’influenza di una potenza rivale, stipulò nel 1809 un trattato con l’Afghanistan. Il rifiuto dei britannici di sostenere le rivendicazioni afghane sul Punjab causò in seguito un deterioramento delle relazioni anglo-afghane e Dost Muhammad si rivolse alla Russia per controbilanciare la potenza britannica. Temendo la vicinanza della Russia alla frontiera indiana, nel 1838 la Gran Bretagna invase l’Afghanistan scatenando la prima guerra afghana (1838-1842). Le truppe britanniche incontrarono una scarsa resistenza e nel 1839 occuparono Kandahar e Kabul, ma nel 1841 una rivolta guidata dal figlio di Dost Muhammad reinsediò questi sul trono, costringendo i britannici ad abbandonare il paese. Solo nel 1855 Dost Muhammad concluse un accordo di pace con la Gran Bretagna.
| 4. | Seconda guerra anglo-afghana |
Nato come “stato cuscinetto” nell’ambito delle lotte tra gli imperi britannico e russo per il dominio dell’Asia centromeridionale, l’Afghanistan non era – né sarebbe in seguito diventato – uno stato nazionale nel senso proprio del termine, ma piuttosto una federazione di tribù e di etnie spesso in contrasto tra loro.
Dopo la morte di Dost Muhammad (1863) le lotte tra i suoi successori e tra i clan si intensificarono, aprendo un periodo di caos che durò più di un decennio. L’ascesa al potere di Shir Ali Khan, terzo figlio di Dost Muhammad, rianimò l’ostilità dei britannici, che nel 1878 invasero nuovamente l’Afghanistan; nel corso del conflitto che ne derivò, gli afghani subirono una serie di pesanti sconfitte militari e nel 1879 il sovrano afghano accettò il protettorato inglese e cedette il controllo del passo Khyber. Nel 1880 salì sul trono afghano Abd al-Rahman, nipote di Dost Muhammad.
| 5. | Terza guerra anglo-afghana |
Durante il suo regno, Abd al-Rahman ristabilì rapporti di buon vicinato con la Gran Bretagna, ratificando il trattato firmato dal suo predecessore nel 1879, e con la Russia. Abd al-Rahman si adoperò anche per attenuare i contrasti tra i clan, creò un esercito professionale e avviò la modernizzazione del paese. Nel 1901 gli successe Habib Hullah, che proseguì il suo operato, badando a conservare la neutralità del paese nel conflitto che opponeva la Russia all’impero britannico. Nel 1907 l’Afghanistan venne riconosciuto a livello internazionale e la sua integrità territoriale sancita da una convenzione stipulata tra russi e britannici. Nel 1919 la situazione del paese precipitò improvvisamente a causa di una violenta lotta per il potere sviluppatasi in seno alla famiglia reale, che condusse all’assassinio di Habib Ullah. La successiva lotta tra i due fratelli del sovrano vide prevalere Aman Allah che, deciso a sottrarsi all’influenza inglese, dichiarò guerra alla Gran Bretagna. Lo scontro durò quattro mesi e vide prevalere le forze britanniche; tuttavia, il contestuale sviluppo della lotta indipendentista nel subcontinente indiano indusse la Gran Bretagna a firmare il trattato di Rawalpindi, con il quale Londra riconobbe l’indipendenza dell’Afghanistan.
| 6. | La modernizzazione |
Aman Allah fu il primo capo di stato a riconoscere lo stato sovietico nato dalla Rivoluzione d’ottobre. Suggestionato dalle riforme avviate in quegli anni in Iran e in Turchia, lanciò una campagna di modernizzazione che tuttavia incontrò l’ostilità dei conservatori e di molti clan; nel 1929 fu quindi costretto ad abdicare, lasciando il paese in preda a una violenta rivolta, alla quale seguirono quattro anni di disordini. Nel frattempo, sul trono afghano si susseguirono tre sovrani, l’ultimo dei quali, Zahir Shah, nel 1933 riuscì a prevalere sui ribelli. Il nuovo re riprese il programma di modernizzazione, tuttavia stemperandolo, e istituì stretti rapporti commerciali con la Germania, l’Italia e il Giappone. Allo scoppio della seconda guerra mondiale Zahir Shah proclamò la neutralità del paese; nel 1941, su richiesta della Gran Bretagna e dell’Unione Sovietica, espulse però da Kabul più di 200 tedeschi e italiani. Gli Stati Uniti stabilirono relazioni con l’Afghanistan nel 1942. Nel novembre 1946 l’Afghanistan divenne membro delle Nazioni Unite.
| 7. | Tensioni con il Pakistan |
La nascita del Pakistan nel 1947 ripropose la questione dei confini dell’Afghanistan. Il nuovo stato inglobò infatti una regione abitata prevalentemente da pakhtun, popolazione affine ai pashtun afghani, dai quali erano stati separati dalle artificiose frontiere tracciate in epoca coloniale. Il Pakistan ignorò la richiesta avanzata dall’Afghanistan di chiamare a decidere la popolazione della regione e, per risposta, l’Afghanistan votò contro l’ammissione del Pakistan alle Nazioni Unite. Le relazioni tra i due paesi si inasprirono negli anni successivi con il verificarsi di sporadici scontri lungo i confini, specie dopo il 1949 quando l’Afghanistan sostenne la creazione di un nuovo stato, il Pashtunistan (o Pakhtunistan), che non avrebbe però mai visto la luce.
| 8. | La repubblica e l’intervento sovietico |
Negli anni Cinquanta l’Afghanistan perseguì una politica di equidistanza tra Stati Uniti e Unione Sovietica, usufruendo del sostegno economico di entrambi i paesi. Muhammad Daud, un acceso nazionalista, cugino di Zahir Shah e primo ministro dal 1953, continuò tuttavia ad agitare la questione del Pashtunistan. Nel 1963 Zahir Shah rimosse Daud, assumendo il pieno controllo del governo. Nel 1964, superando le resistenze degli altri membri della famiglia reale e dei capi clan, promulgò una nuova Costituzione e legalizzò i partiti politici, tra i quali fece la sua comparsa un forte partito comunista, il Partito democratico del popolo afghano (PDPA), diviso in due tendenze, il Khalq (“Popolo”) e il Parcham (“Stendardo”), guidato da Babrak Karmal, figlio di un generale imparentato con la famiglia reale.
Le riforme di Zahir incisero ben poco sulla vita politica afghana, che continuò a essere dominata dai clan. Questi reagirono ancora una volta con ostilità alla modernizzazione d’ispirazione occidentale del sovrano. Al malcontento dei clan, alla fine degli anni Sessanta si aggiunse una tragica carestia, che si abbatté sulla già provata popolazione del paese causando centinaia di migliaia di vittime.
È in questo quadro che Daud, con il sostegno dell’esercito, nel 1973 si impadronì del potere, abbattendo la monarchia e proclamando la repubblica. Fautore di una politica di non allineamento, Daud accentrò molti poteri nelle sue mani (dopo la presidenza, anche la carica di primo ministro e alcuni importanti ministeri, tra cui quello della Difesa), deludendo le aspettative di quanti lo avevano sostenuto. Nel 1978 cadde vittima di un colpo di stato effettuato da militari filosovietici e da membri del PDPA; sospesa la Costituzione, un Consiglio rivoluzionario capeggiato da Nur Muhammad Taraki e Babrak Karmal avviò una radicale riforma agraria, che incontrò presto l’ostilità dei proprietari terrieri e dell’élite musulmana. Inoltre, la politica di laicizzazione dello stato suscitò il malcontento della gran parte della popolazione, fortemente legata alla tradizione religiosa e tribale. Malgrado il sostegno militare sovietico, nel paese si sviluppò una forte resistenza che crebbe di intensità in seguito all’intervento diretto dell’esercito sovietico (1979).
| 9. | La resistenza islamica |
Nel 1979, dopo violentissimi scontri all’interno della leadership afghana, alla presidenza del paese venne insediato Karmal, mentre nel PDPA la fazione Khalq eliminava quella più moderata del Parcham. Dopo l’intervento sovietico, l’opposizione armata si trasformò in una guerra santa, il jihad, contro l’invasore straniero e infedele; la resistenza, organizzata su base tribale e condotta da potenti “signori della guerra”, si diffuse in tutto il territorio. Verso la metà degli anni Ottanta le forze governative e le truppe sovietiche (composte da circa 200.000 soldati) controllavano le grandi città e le maggiori vie di comunicazione, ma le campagne e le montagne erano in mano ai mujaheddin, affiancati dai cosiddetti “arabi-afghani” (i membri delle milizie internazionali islamiche sostenute dal Pakistan, dall’Arabia Saudita e dagli Stati Uniti; vedi Fondamentalismo islamico). Per sfuggire alle violenze, centinaia di migliaia di persone si rifugiarono in Iran e in Pakistan, dove i campi profughi diventarono il retroterra della guerriglia.
Nel 1986 Karmal venne sostituito da Muhammad Najibullah; nello stesso anno il massiccio sostegno militare degli Stati Uniti e del Pakistan ai mujaheddin trasformò profondamente il conflitto, che da guerriglia diventò guerra vera e propria, con due fronti contrapposti dotati entrambi di armi pesanti, di blindati, di artiglieria. Nel 1987 le altissime perdite subite dall’Armata Rossa indussero il nuovo leader sovietico Michail Gorbaciov a ritirare le truppe: iniziato nel maggio 1988, il ritiro fu completato nel febbraio del 1989. A causa delle divisioni all’interno della resistenza, il governo di Najibullah, privo ormai del sostegno di Mosca, resistette altri tre anni; nell’aprile 1992 i mujaheddin occuparono Kabul, abbattendo ciò che restava del regime filosovietico.
| 10. | Le lotte civili |
La resistenza afghana era divisa, essenzialmente su basi etniche, in quattro componenti principali: Jamiat-i Islami, islamica moderata, composta da tagiki e guidata da Ahmed Shah Massud e da Burhanuddin Rabbani; Hezb-i Wahdat, sciita, guidata dallo sceicco Alì Mazari e sostenuta dall’Iran; Hezb-i Islami, islamica radicale (vedi Fondamentalismo islamico), appoggiata dal Pakistan, composta essenzialmente da pashtun e guidata da Gulbuddin Hekmatyar; infine, gli uzbeki del generale Rashid Dostum.
In breve tempo i contrasti etnici e politici in seno alla resistenza esplosero violentemente, soprattutto tra gli islamici moderati di Rabbani, che aveva assunto la presidenza del paese ed era sostenuto da Dostum, e l’Hezb-i Islami di Hekmatyar, che sottopose Kabul a un intenso bombardamento durato quasi due anni. Nel 1994 le alleanze si rovesciarono, ma l’offensiva lanciata da Hekmatyar e Dostum contro Rabbani non ebbe alcun esito.
Nel 1995 le fazioni in lotta raggiunsero un accordo per la sostituzione di Rabbani con un Consiglio di rappresentanti delle diverse province del paese. Nello stesso anno ebbe inizio l’offensiva dei taliban. Ereditato il sostegno del Pakistan, dell’Arabia Saudita e degli Stati Uniti, i taliban conquistarono in breve tempo Kandahar, poi Herat e gran parte dell’Afghanistan meridionale; nell’estate del 1996 conquistarono Jalalabad e poi, in settembre, Kabul.
Nonostante il cambiamento di fronte di molti capitribù, i taliban non riuscirono a stabilire il controllo su tutto il paese. Nel 1998 ingaggiarono un violento conflitto nelle regioni occidentali con gli sciiti azeri del partito filoiraniano Hezb-i Wahdat, coinvolgendo anche l’Iran, il cui esercito rimase per mesi schierato lungo il confine. Nel nord una consistente porzione di territorio rimase sotto il controllo delle milizie di Massud, che più volte giunsero a minacciare da vicino la stessa Kabul; ai confini del Tagikistan, nella regione del Badakhshan, si arroccarono invece le milizie tagike di Rabbani.
| 11. | Il regime dei taliban |
Insorti per porre fine alla guerra civile e agli abusi dei mujaheddin, i taliban instaurarono un regime violento e dispotico, basato su un’interpretazione oscurantista della shariah, la legge islamica. La politica dei taliban colpì in particolare le donne, che furono sottoposte a una serie di divieti: venne loro proibito di lavorare, di frequentare qualsiasi tipo di scuola, di vestirsi all’occidentale (furono anzi costrette a indossare il burqa, un pesante mantello che copre completamente la figura, con una piccola apertura davanti agli occhi), persino di uscire di casa se non accompagnate da un membro maschio della famiglia; agli uomini invece fu fatto assoluto divieto di radersi la barba. Il regime dei taliban venne formalmente riconosciuto da tre soli paesi: il Pakistan e l’Arabia Saudita, che ne avevano fortemente sostenuto l’ascesa, e gli Emirati Arabi Uniti.
La durezza delle condizioni imposte alla popolazione, i ripetuti incidenti con le organizzazioni non governative, la violazione dei diritti civili e politici provocarono in più di un’occasione proteste internazionali contro il regime dei taliban.
Nel 1999, allo scopo di migliorare le relazioni con i governi vicini, l’Afghanistan accolse alcune missioni diplomatiche, tra cui quella iraniana, di rilevante importanza a causa delle gravi tensioni manifestatesi nel 1998 tra i due paesi.
Tra la primavera e l’estate fallirono i tentativi di dialogo tra il regime e l’Alleanza del Nord (una coalizione di gruppi guerriglieri capeggiata da Massud e Rabbani) e riprese l’offensiva dei taliban contro le roccheforti dell’opposizione. In risposta al rifiuto di consegnare Osama Bin Laden, ritenuto responsabile di alcuni gravi attentati e in particolare di quelli che nell’agosto 1998 avevano distrutto le ambasciate statunitensi in Kenya e in Tanzania, alla fine dell’anno l’Afghanistan fu sottoposto a sanzioni economiche da parte dell’ONU. A fornire sostegno ai taliban rimase soltanto il Pakistan; la stessa Arabia Saudita raffreddò infatti le sue relazioni con il regime afghano. Dopo vent’anni di guerra ininterrotta, l’economia afghana era devastata: non esisteva praticamente alcuna industria e l’agricoltura era difficilmente praticabile a causa della diffusione sul territorio di bombe e mine inesplose.
| 12. | La guerra contro l’Occidente |
Alla fine del 2000 il Consiglio di sicurezza dell’ONU impose nuove sanzioni all’Afghanistan. La risposta dei taliban ai nuovi provvedimenti fu immediata. Nel gennaio successivo Mohammed Omar Akhund, il capo del movimento fondamentalista, ordinò la distruzione del patrimonio artistico del paese non legato alla tradizione e alla cultura islamiche; in breve tempo vennero distrutte migliaia di statue di divinità buddhiste, eredità e testimonianza di una lunga presenza di questa fede nel territorio afghano. Nonostante gli appelli provenienti dalla gran parte dei paesi, da importanti autorità politiche e religiose del mondo islamico e dalla diplomazia delle Nazioni Unite e dell’UNESCO, nel marzo 2001 i taliban distrussero anche due famose statue giganti del Buddha, alte rispettivamente 38 e 53 metri, scavate nella roccia nel IX secolo d.C. nella valle di Bamian (o Bamiyan), a ovest di Kabul.
Agli inizi di settembre del 2001 la resistenza armata al regime dei taliban subì un durissimo colpo; Ahmed Shah Massud, il leader dell’Alleanza del Nord, morì infatti in seguito alle ferite riportate in un attentato eseguito da membri di Al Qaeda.
L’attentato a Massud precedette di poche ore l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 contro le due torri del World Trade Center di New York e il Pentagono, sede del ministero della Difesa, causando la morte di migliaia di persone (vedi anche vedi Stati Uniti d’America: 11 settembre 2001). Gli Stati Uniti attribuirono il gravissimo attacco terroristico a Bin Laden e, minacciando una severa rappresaglia, ne chiesero la consegna ai taliban, ottenendone un rifiuto. Sempre più isolato dalla comunità internazionale, il regime afghano perse anche il prezioso sostegno pakistano, il quale, pressato dalla diplomazia occidentale, dopo aver effettuato vari tentativi di mediazione con il regime dei taliban, si schierò con gli Stati Uniti.
| 13. | Il crollo del regime dei taliban |
Agli inizi di ottobre 2001, gli Stati Uniti, sostenuti dagli alleati della NATO e dalla Russia, lanciarono l’offensiva contro l’Afghanistan. A partire dal 7 ottobre tutte le principali città del paese vennero sottoposte a un intenso bombardamento rivolto ad annientare le capacità di difesa dei taliban, mentre l’Alleanza del Nord si preparava a sferrare l’attacco di terra per conquistare Kabul.
In pochi giorni il fronte dei taliban si sgretolò, consentendo ai mujaheddin dell’Alleanza del Nord di conquistare una a una le regioni settentrionali e occidentali e avanzare verso Kabul.
Incalzato dai bombardamenti aerei, agli inizi di novembre Osama Bin Laden rivolse al mondo musulmano un appello al jihad contro gli invasori dell’Afghanistan. Le sorti del conflitto erano tuttavia segnate. Dopo un assedio durato due settimane, il 9 novembre l’importante città di Mazar-e Sharif cadde nelle mani dei mujaheddin di Rashid Dostum. Conquistata Jalalabad, il 13 novembre l’Alleanza del Nord entrò a Kabul, mentre le residue forze dei taliban si concentrarono a Kandahar, la roccaforte del mullah Mohammed Omar.
Agli inizi di dicembre, abbandonata anche Kandahar, i taliban cercarono rifugio nella regione montuosa di Tora Bora, dove vennero sottoposti a un intenso bombardamento. L’11 dicembre i taliban proclamarono la resa. Nonostante l’eccezionale dispiegamento di forze, Osama Bin Laden e il capo dei taliban Mohammed Omar riuscirono tuttavia a far perdere le proprie tracce.
| 14. | Un paese da ricostruire |
Dopo la presa di Kabul si intensificarono gli sforzi della diplomazia internazionale che, temendo la rottura del precario equilibrio politico tra le forze dell’Alleanza del Nord e la spartizione del territorio afghano tra i “signori della guerra”, chiese la costituzione di un governo di unità nazionale.
Sotto l’egida delle Nazioni Unite, il 23 novembre 2001 iniziò a Petersberg, vicino a Bonn, l’incontro dei rappresentanti dei quattro principali gruppi etnici e politici afghani. Il 5 dicembre venne raggiunto un accordo che prevedeva la costituzione di un governo provvisorio della durata di sei mesi, alla cui guida fu nominato Hamid Karzai, uno dei leader dell’etnia pashtun; l’accordo prevedeva inoltre il dispiegamento delle forze di pace dell’ONU a Kabul e la convocazione della Loya Jirga, l’assemblea generale dei capi delle tribù, con il compito di formare il nuovo governo.
Il 22 dicembre si insediò a Kabul il governo di Karzai, composto, in rappresentanza di tutte le etnie del paese, da trenta membri, di cui undici pashtun, otto tagiki, cinque azeri, tre uzbeki e tre di altre minoranze. Alla fine del mese giunsero a Kabul i primi contingenti della Forza internazionale di sicurezza (ISAF, International Security Assistance Force).
Per molti mesi la situazione del paese rimase instabile e continuarono a susseguirsi scontri tra milizie opposte e attentati ai danni delle nuove autorità e delle forze alleate. Nell’aprile 2002, dopo 29 anni di esilio in Italia, fece rientro in Afghanistan l’ex re Zahir Shah. In maggio il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite estese di altri sei mesi il mandato della Forza internazionale di sicurezza.
| 15. | Il puzzle etnico |
Nel giugno 2002, la Loya Jirga, l’assemblea generale dei capi delle tribù, elesse Karzai alla guida di un governo di transizione, affidandogli l’incarico di organizzare le elezioni entro due anni. La composizione del nuovo governo rifletté i rapporti di forza dello scacchiere politico-militare afghano: i tagiki dell’Alleanza del Nord ottennero i ministeri chiave della Difesa e degli Affari Esteri, mentre all’etnia pashtun, compromessa con il passato regime dei taliban, fu riconosciuto un ruolo pressoché marginale.
Grazie al dispiegamento delle forze dell’ISAF, Karzai riuscì a stabilire un precario controllo sulla capitale Kabul, mentre nel resto del paese andarono consolidandosi i tradizionali poteri etnici e tribali dei “signori della guerra”: nel nordest e nella stessa Kabul il tagiko Muhammad Fahim, successore di Massud; nel nordovest l’uzbeko Rashid Dostum; a Herat il tagiko Ismail Khan; nell’ovest l’hazara sciita Karim Khalili, diventato leader dell’Hezb-i Wahdat dopo la morte di Alì Mazari. Le aree pashtun rimasero in parte sotto il controllo dei taliban, in parte di Gulbuddin Hekmatyar e di altri gruppi armati in lotta tra loro. La corsa al controllo dei dazi, degli aiuti internazionali e dei proventi del traffico di oppio alimentò lo scontro tra le varie milizie e all’interno dello stesso governo. L’assassinio, nel luglio del 2002, di Hadji Abdul Qadir, uno dei cinque vicepresidenti, e il fallito attentato a Karzai nel settembre seguente confermarono la fragilità dell’alleanza di governo e la precarietà degli equilibri costituiti all’indomani della caduta del regime dei taliban.
Oltre alle profonde divisioni etniche e tribali, a frenare la ricostruzione delle infrastrutture politiche ed economiche del paese fu anche la scarsità di aiuti finanziari che il paese ricevette. L’attenzione verso l’Afghanistan diminuì ulteriormente alla fine del 2002 con lo scoppio della crisi irachena. Nell’estate del 2003 il controllo della sicurezza della ragione di Kabul passò dall’ISAF alla NATO.
Pochi furono così i successi che il governo Karzai poté vantare; tra questi, i più importanti furono una riforma monetaria, con l’introduzione del nuovo afghani, e soprattutto l’avvio di una contrastata riforma scolastica che riaprì l’accesso delle donne all’istruzione. Sul versante economico si manifestò una modesta ripresa dell’agricoltura, ma a giocare il ruolo più importante fu la coltivazione del papavero da oppio, rilanciata su larga scala su tutto il territorio nazionale.
| 16. | La democrazia parlamentare |
Nel gennaio 2004 il paese si dotò di una nuova Costituzione, diventando formalmente una democrazia parlamentare. A ottobre Hamid Karzai fu confermato alla presidenza con il 55% dei voti nelle prime elezioni democratiche tenute nel paese.
Nel settembre 2005 si svolsero le elezioni politiche, basate sulla candidatura individuale e senza la partecipazione dei partiti. I risultati rifletterono le divisioni tribali ed etniche del paese, confermando anche il rilevante ruolo dei “signori della guerra”; nel sud del paese a maggioranza pashtun vennero eletti diversi ex esponenti del regime dei taliban. Tra le poche donne elette Malalai Joya, una giovanissima attivista per i diritti umani che nella Loya Jirga del 2003 aveva sferrato un duro attacco contro i capi dell’Alleanza del Nord, accusandoli di crimini contro l’umanità.
| 17. | Sviluppi recenti |
Nel sud del paese si va rafforzando l’organizzazione militare dei taliban, contro i quali le forze occidentali e governative sferrano poderose offensive. L’alto numero di vittime civili causato dai bombardamenti aerei provoca aspre polemiche e l’aumento del risentimento nei confronti della presenza occidentale. Nell’ottobre 2006 il controllo della sicurezza in tutto il paese viene affidato alla NATO, mentre le forze dell’ISAF vengono concentrate al sud per fronteggiare le offensive dei taliban.
Nel marzo 2007 viene rapito nella provincia meridionale di Helmand il giornalista italiano Daniele Mastrogiacomo, che viene rilasciato in seguito a una controversa trattativa tra i rapitori, vicini ai taliban, e i governi italiano e afghano. A luglio muore l’ex re Zahir Shah. A settembre una proposta di negoziato avanzata dal presidente Karzai ai taliban viene da questi rifiutata.