| Diffrazione | Articolo | ||||
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| 3. | Conseguenze |
Lo sparpagliamento della luce e la perdita di dettaglio dovuti alla diffrazione limitano le possibilità di ingrandimento utile dei microscopi, per cui i particolari di dimensioni inferiori a circa due millesimi di millimetro non sono osservabili con strumenti ottici comuni. Per limitare questo effetto è necessario utilizzare luce di lunghezza d’onda relativamente piccola, nella fattispecie luce ultravioletta. L’effetto poi si riduce drasticamente se, in luogo di onde elettromagnetiche, si utilizzano onde di materia quali quelle associate a un fascio di elettroni; è questo il motivo che spiega le straordinarie prestazioni del microscopio elettronico. Rimanendo invece nel campo del visibile, esiste comunque un recente modello di microscopio, detto a campo vicino, che è capace di superare i limiti dovuti ai fenomeni di diffrazione e risolvere dettagli leggermente più piccoli della lunghezza d'onda della radiazione visibile.
Il fenomeno della diffrazione può essere sfruttato per determinare la lunghezza d’onda di un fascio di luce monocromatica (costituita da un’unica componente); a questo scopo, si utilizza un dispositivo ottico chiamato reticolo di diffrazione: facendo incidere il fascio sul reticolo e sfruttando la relazione che fornisce la deviazione subita dalla radiazione in funzione della lunghezza d’onda, si misura la prima per determinare la seconda.
La diffrazione offre inoltre una tecnica di analisi ampiamente utilizzata in cristallografia. La relazione che fornisce la deviazione subita dalla radiazione incidente in funzione della lunghezza d’onda viene applicata per determinare l’ampiezza della “fenditura”; quest’ultima, nel caso di un solido cristallino, non è altro che la distanza intermolecolare caratteristica del cristallo. In altri casi, si applica la stessa tecnica per individuare eventuali irregolarità nella struttura del reticolo cristallino.