| Lingue semitiche | Articolo | ||||
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| 3. | Caratteristiche morfologiche e fonetiche |
Nelle lingue semitiche, le parole traggono origine da una radice formata da tre consonanti, che reca il significato di base. Alla radice viene aggiunto uno schema di vocali (o di vocali e consonanti) che indica variazioni nel significato di base o che determina la flessione (per indicare il tempo del verbo e il numero; vedi Morfologia).
Ad esempio, in arabo la radice ktb ha a che fare con il concetto di “scrittura”, e lo schema vocalico -a-i- implica “uno che fa qualcosa”; pertanto, katib significa “uno che scrive”, quindi anche “scrittore”. Altri derivati della stessa radice sono, ad esempio, kitab, “libro”; maktub, “lettera”; e kataba, “egli scrisse”. La stretta parentela fra le lingue semitiche è documentata dalla persistenza delle stesse radici da una lingua all’altra (slm, ad esempio, significa “pace” in accadico, ebraico, aramaico, arabo e altre lingue).
Nelle lingue semitiche le consonanti ricadono in tre categorie fonetiche: sonore, sorde ed enfatiche; un esempio è la serie che viene traslitterata g, k e q dall’arabo e dall’ebraico (la q viene pronunciata enfaticamente con l’utilizzo della parte posteriore della gola).