| Trova nell'articolo | Fede | Articolo |
| 1. | Introduzione |
Fede Atteggiamento che coinvolge la volontà e l’intelletto umani e si rivolge a una persona, a un’idea o all’essere divino. I teologi cristiani contemporanei sottolineano unanimi la natura esistenziale della fede: essa si radica nella libertà dell’uomo, nella quale contemporaneamente agiscono “apertura” all’altro e motivi di plausibilità che possono essere razionalmente verificati.
La struttura della fede mostra quindi una complessità che la rende irriducibile sia all’arbitrio personale (che condurrebbe semmai al fideismo) sia alla dimostrabilità empirica o razionale (per la quale gli argomenti addotti condurrebbero necessariamente al credere).
La tradizione cristiana ha articolato questo discorso insistendo sul tema del “dono”: la fede è dono che procede da Dio, ma non suppone qualcuno che lo riceva inconsapevolmente, bensì un soggetto che lo accolga valorizzandolo come tale.
Sia i Vangeli sia le lettere di san Paolo mostrano la necessità di uscire dai pregiudizi per poter cogliere la novità rappresentata da Gesù, ma nello stesso tempo continuamente si riferiscono alla Scrittura e alla sua autorità per mostrare il compimento delle promesse avvenuto nella vicenda di Gesù.
La dialettica fede-opere, già presente in san Paolo e che ha attraversato (e lacerato), la storia del cristianesimo occidentale, intende infatti comprendere le due dimensioni connesse al credere: l’apertura assoluta a Dio che si rivela (fede) e la consistenza umana della libera decisione (opere).
| 2. | La fede nel Nuovo Testamento |
Una suggestiva definizione di fede nel Nuovo Testamento è contenuta in Ebrei 11:1: “certezza delle cose che si sperano e dimostrazione di quelle che non si vedono”. In questo passo la parola “fede” traduce il termine greco pístis, che indica l’atto di concedere la propria fiducia. La concezione neotestamentaria di fede implica un’estensione e una “precisazione” della concezione ebraica della fede, intesa come il carattere di stabilità e fiducia che informa le relazioni tra due viventi. Per gli scrittori neotestamentari la fede ha il proprio fulcro nella relazione personale del credente con Gesù. L’apertura nei confronti di Gesù consente, infatti, di conoscere e comprendere la particolare presenza di Dio nella storia dell’uomo: per questo la fede nel Figlio diventa guarigione, salvezza, perdono, partecipazione al suo destino di resurrezione.
| 3. | Concezioni cristiane posteriori |
Nel Medioevo i teologi individuarono due tipi di verità religiose distinte, benché in ultima analisi compatibili: quelle di per sé evidenti alla ragione naturale e quelle che presupponevano la fede per la loro comprensione. Rispetto alla concezione fondata sulla fiducia, tipica delle confessioni protestanti, la Chiesa cattolica ha definito la fede come consenso integrale dell’intelletto e della volontà alla rivelazione e alle verità riconosciute dal magistero della Chiesa in virtù dell’autorità assoluta (motivo formale della fede) di Dio, che ha concesso la rivelazione.
Il rapporto tra fede e ragione è stato diversamente articolato nel corso dei secoli: nel II secolo Tertulliano sostenne che la fede sembra follia agli occhi che non siano stati aperti dalla grazia di Dio. Analogamente Søren Kierkegaard, pensatore danese del XIX secolo, avvertì la separatezza della ragione umana dalla condizione religiosa come un abisso, e invitò i credenti a compiere un “salto nella fede”, gettandosi nell’abisso per trovare la salvezza. In generale i teologi moderni hanno sottolineato l’aspetto soggettivo della fede e si sono concentrati sul rischio e sulla tensione morale necessariamente presenti nell’accettazione della vita di fede.