Virgilio Marone, Publio
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Virgilio Marone, Publio
4. L’Eneide

Virgilio consacrò gli ultimi undici anni della sua vita al progetto più ambizioso e più caro ai suoi potenti protettori: un lungo poema epico nazionale che celebrasse la romanità. Il protagonista non è, come nell’idea originaria, Augusto, ma l’eroe troiano Enea, figlio di Venere e fondatore della gens Giulia, alla quale, peraltro, Augusto rivendicava di appartenere. L’Eneide narra i suoi sette anni di pellegrinaggio dalla caduta di Troia alla vittoria militare in Italia, preludio della futura grandezza di Roma.

Lo stile e la concezione dell’opera derivano dal modello dei grandi poemi epici greci attribuiti a Omero, l’Iliade e l’Odissea, ma vi si riconoscono anche influenze delle Argonautiche di Apollonio Rodio, poeta greco del III secolo a.C., e degli Annales di Ennio. I riferimenti più specificamente storici e legati all’età augustea predominano nei libri V-VIII, ossia nella parte centrale dell’opera. Nonostante l’intento dichiarato di glorificare Roma e l’imperatore, l’ampio respiro dell’opera, la finezza psicologica, l’attenzione alla condizione dell’individuo, conferiscono all’Eneide un valore universale. Anche sul piano formale è un monumento di perfezione stilistica.

Virgilio fu il creatore di un linguaggio poetico “classico” e svolse un ruolo corrispondente a quello che Cicerone aveva avuto nella prosa: nonostante l’estrema eleganza, i suoi versi hanno una naturalezza senza precedenti nella poesia latina. Il poema ebbe un successo e una fama immediati. Durante il Medioevo gli si vollero attribuire significati filosofici e religiosi e l’autore fu ritenuto mago e profeta. Dante gli rese onore nella Divina Commedia, facendone la propria guida nel viaggio attraverso l’inferno e il purgatorio fino alle soglie del paradiso.