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3. La scuola napoletana e la scuola francese

Alessandro Scarlatti sviluppò a Napoli un nuovo stile operistico, dando risalto alle parti solistiche e accentuando la differenziazione tra i vari tipi di canto. I compositori napoletani adottarono due tipi di recitativo: il recitativo secco, accompagnato dal solo basso continuo, e il recitativo accompagnato, nel quale interveniva l’intera orchestra, usato per i momenti di maggiore coinvolgimento drammatico. Si deve inoltre a loro l’introduzione dell’arioso, uno stile che combinava l’andamento melodico dell’aria con i ritmi dialogici del recitativo.

All’inizio del Settecento, lo stile napoletano si era ormai imposto in gran parte d’Europa, eccetto in Francia. Qui, intorno al 1670, un compositore di origine italiana, Jean-Baptiste Lully, aveva infatti codificato la scuola operistica francese. Protettore di Lully era Luigi XIV, e gli imponenti e fastosi episodi corali e strumentali delle opere del musicista riflettono la pompa e la magnificenza della corte d’oltralpe, così come accadeva per i balletti, più frequenti al teatro di corte francese che nell’opera italiana. I suoi libretti si basavano sulla tragedia classica francese, in particolare su Corneille; un altro contributo di Lully fu l’introduzione dell’ouverture nella forma che sarebbe diventata in seguito quella standard.