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Letteratura latina
1. Introduzione

Letteratura latina Tradizione letteraria in lingua latina comprendente, oltre alle opere composte nell’antica Roma, anche la produzione scritta in gran parte dell’Europa occidentale durante il Medioevo e il Rinascimento.

2. La tradizione latina

I primi documenti della letteratura latina risalgono al III secolo a.C., ma la sua tradizione è continuata, in varie forme, fino ai nostri giorni. La caduta dell’impero romano e il graduale sviluppo delle lingue romanze – derivate dal latino volgare, lingua non letteraria parlata dal popolo – non intaccarono il ruolo di principale lingua letteraria che per secoli il latino svolse nell’Europa occidentale. Il latino letterario continuò il suo sviluppo in epoca medievale con contenuti ispirati perlopiù al cristianesimo. Con l’avvento dell’Umanesimo nel XV secolo, le forme classiche vennero riproposte e il latino ricevette un nuovo sviluppo creativo protrattosi fino al XVII secolo. Fino a tempi recenti la letteratura classica (latina e greca) ha rappresentato nella cultura occidentale una delle componenti fondamentali della formazione medio-alta. Il latino è ancora adottato come lingua ufficiale della Chiesa cattolica – anche se dal 1971 nella comunicazione liturgica è stato sostituito dalle lingue nazionali – e persiste, non solo in Italia, come strumento formativo nei licei.

3. Caratteristiche della letteratura latina

La letteratura latina nacque e si sviluppò come progressiva appropriazione – attraverso traduzioni, rifacimenti e imitazioni – dei modelli greci, fino a diventare, almeno nel I secolo a.C. e nel I secolo d.C., la letteratura più importante della vasta cultura ellenistica diffusasi in tutto il bacino del Mediterraneo all’interno dell’impero romano bilingue (col latino nella parte occidentale e il greco in quella orientale). La letteratura latina e quella greca costituirono a loro volta il modello fondamentale, specie nel Rinascimento, per il successivo sviluppo delle letterature europee. Gli scrittori latini, coscienti della loro dipendenza formale dai modelli greci, riuscirono peraltro a esprimere e valorizzare gli aspetti tipicamente latini delle loro esperienze. In particolare, quasi tutti dovettero interpretare il ruolo di civilizzazione che Roma svolse nel mondo antico. La letteratura latina trovò la sua massima espressione nella poesia epica e lirica, nell’oratoria, nella storiografia, nella commedia e nella satira, l’unico importante genere letterario inventato dai romani.

4. L’età arcaica

Le più antiche attestazioni letterarie in lingua latina sono rintracciabili nella lirica religiosa (carmen saliare), nella celebrazione degli antenati (carmina ed elogi funebri che stanno all’origine della storiografia latina), nell’organizzazione giuridica (leggi delle XII Tavole), nella storiografia (annales redatti dai pontefici massimi) e in forme teatrali come l’atellana, una sorta di Commedia dell’Arte ante litteram.

5. Da Livio Andronico a Plauto

L’anno convenzionale di nascita della letteratura latina vera e propria è il 240 a.C., quando Livio Andronico, uno schiavo di lingua greca portato da Taranto a Roma, tradusse e adattò per le scene romane, dietro incarico del senato, un testo teatrale greco. Seguirono, sempre a opera sua, altri rifacimenti di tragedie e commedie greche. Ma Andronico ha soprattutto il merito di aver tradotto, adottando il verso italico (saturnio), l’Odissea di Omero.

Il campano Gneo Nevio fu il primo scrittore italico. Scrisse un poema epico in saturni sulla prima guerra punica (Bellum poenicum), inaugurando il poema epico di argomento nazionale, in cui l’elemento mitico si fondeva con quello storico. Fu inoltre il primo a scrivere drammi di argomento romano (fabula praetexta) oltre a commedie di grande successo sulla falsariga di quelle greche. Fondamentale nell’età arcaica fu Quinto Ennio soprattutto per i suoi Annales, poema appassionato e vigoroso nel quale la storia di Roma e delle sue conquiste è narrata in esametri dattilici, adattati con successo alla lingua latina. Ennio offrì il modello linguistico dell’epica romana fino a Virgilio. Delle opere di questi primi scrittori rimangono solo frammenti giuntici attraverso le citazioni di altri autori. Abbiamo invece 21 commedie di Plauto, il più originale manipolatore di commedie greche adattate alla sensibilità latina, e insieme il più grande innovatore nel campo della lingua, resa brillante anche attraverso il gioco continuo dell’allitterazione. La sua opera interpreta una società ancora unitaria nell’etica e nella cultura.

1. L’influsso ellenistico e il circolo degli Scipioni

Dopo di lui la cultura cominciò a divaricarsi anche per il crescente peso del mondo greco-ellenistico, che aveva il suo centro più vitale ad Alessandria. A Roma, nel cosiddetto “circolo degli Scipioni“, con la figura centrale di Scipione Emiliano e con la presenza di Terenzio e dei greci Polibio e Panezio, venne elaborata una mediazione tra la cultura etico-estetica dell’ellenismo da un lato e la virtus e il senso realistico dei romani dall’altro; e prese forma una concezione neostoica (vedi Stoicismo) della vita, di tipo aristocratico, che per lungo tempo costituì l’ideologia della classe dirigente romana.

L’africano Terenzio, uno dei due grandi nomi del teatro latino insieme a Plauto, servì da modello a gran parte delle commedie europee fino all’età moderna. Egli propose una sensibilità morale così nuova e moderna da apparire ostico al pubblico romano. Latino di Tuscolo era invece Catone, il primo maestro della prosa latina, che espresse nelle Origines l’ideologia politica della confederazione italica e nel De agricoltura (giuntoci per intero) la mentalità sociale dei contadini italici. La dimensione individualistica e per certi aspetti autobiografica si configura per la prima volta con le Satire di Lucilio, anch’egli legato al “circolo degli Scipioni”.

Del periodo compreso tra Catone e Cicerone (seconda metà del II secolo a.C.) non ci è giunta nessuna opera completa, anche se i fermenti culturali furono vivi, specie nell’ambito teatrale, con Pacuvio, Accio e Lucio Afranio, e nella storiografia in particolare con Sisenna (morto nel 67 a.C.), che trovò un illustre continuatore in Sallustio.

6. L’età di Cesare e di Augusto

Il I secolo a.C. è considerato l’età aurea della letteratura latina: allora maturarono i frutti dell’assimilazione della cultura ellenistica. Fu anche il secolo delle guerre civili (Mario e Silla, Cesare e Pompeo, Ottaviano e Antonio), che alterarono l’equilibrio degli istituti politici tradizionali. E fu un’età antitradizionalista: a Roma, diventata la metropoli di uno stato sovranazionale, si approfondì il distacco tra società civile e società politica. Si configurarono marcate posizioni individualistiche e modelli interpretativi della realtà estranei, le une e gli altri, alla cultura tradizionale, perché centrati sul problema del destino e della felicità individuali.

1. Una nuova humanitas

Il primo caso è quello dei poetae novi e in particolare di Catullo, il primo grande poeta lirico latino; il secondo è quello di Lucrezio che produsse un eccezionale poema didascalico-filosofico di impostazione epicurea, De rerum natura (Sulla natura). Fu però anche il secolo del declino della tradizione, avviata da Nevio e da Ennio, dell’arte drammatica e dell’epopea nazionale. La lingua letteraria subì un processo di canonizzazione in senso aristocratico e con Cicerone mostrò di aver acquisito gli strumenti per tradurre il pensiero greco. A Cicerone spetta il merito di aver riaffermato i valori della tradizione entro un più moderno sistema culturale, elaborando un ideale di humanitas in cui il momento politico è ancora quello culminante, ma arricchito di valori letterari e filosofici. Nuova è anche la storiografia, centrata sul presente (Cesare) o sul recente passato (Sallustio) e pensata come lavoro di diagnosi e interpretazione politica oltre che come opera di documentazione oggettiva.

2. Il periodo aureo

All’interno dell’età augustea, compresa tra la morte di Cesare (44 a.C.) e quella di Augusto (14 d.C.), vanno distinte due generazioni: quella degli intellettuali formatisi nel pieno delle guerre civili e quindi disposti a interpretare (spesso dietro sollecitazione del potere centrale) il senso della civiltà romana (Virgilio, Orazio e Livio); e una seconda generazione che aveva le guerre civili alle spalle: di essa il poeta maggiore fu Ovidio, che scrisse per la società colta e raffinata presente nei salotti della Roma mondana. Alla prima generazione appartengono anche Tibullo e Properzio, sofisticati interpreti della poesia elegiaca che, a partire da Catullo e dai poetae novi, assunse forme originali, divenute poi canoniche per la letteratura europea. Virgilio creò con l’Eneide il modello linguistico del poema epico per i secoli a seguire e offrì un’interpretazione mitologica, ma in chiave moderna, dell’impero romano, ricollegandosi all’epica omerica. A Orazio si deve il modello di una lirica nuova, orientata su quella greca classica e caratterizzata da un’insuperata compiutezza formale. Livio “sacralizzò”, in un’opera monumentale (142 libri di cui ne rimangono 35), l’intera storia romana dalle origini al suo tempo. Quanto a Ovidio, il maggiore rappresentante della seconda generazione augustea, si ricordano la sua Ars amatoria (manuale ironico sull’arte della conquista amorosa che costituisce un’opera originale, perché sia a greci sia a latini mancava una didascalica erotica) e soprattutto le Metamorfosi (lungo poema che ripropone antichi miti in una struttura narrativa molto libera), opera che avrà una fortuna enorme, insieme agli scritti di Virgilio, per tutto il Medioevo.

7. L’età giulio-claudia (14-69 d.C.)

La figura carismatica di Augusto aveva dato avvio a una fase di fatto monarchica dell’impero romano, benché venisse mantenuto tutto l’impianto della facciata repubblicana e il sovrano avesse assunto il titolo di princeps, cioè “il primo (tra i cittadini)” o di imperator, cioè “comandante militare (supremo)”. Di fatto il potere reale era ora nelle mani di uno solo, che lo trasmetteva per via ereditaria. La trasformazione rivoluzionaria della costituzione politica di Roma era riuscita ad Augusto, perché egli aveva saputo garantire la pace al termine di un estenuante periodo di guerre civili e perché era riuscito a gestire il potere assicurando ampi spazi alla vecchia classe dirigente (romana e italica) espressa dal senato, in una fase di grande espansione economica. Ma gli imperatori successivi (a cominciare da quelli della famiglia giulio-claudia) non avevano né il suo carisma, né i suoi meriti storici. Cominciò quindi un braccio di ferro per il potere tra il senato e gli imperatori, che si appoggiarono alla fedeltà dell’esercito, irrigidirono le loro posizioni assolutiste e perseguitarono quegli intellettuali che da posizioni filorepubblicane contestavano il potere. Per la prima volta dopo Augusto, gli intellettuali cominciarono a essere all’opposizione ed espressero un’inquieta sensibilità per il presente.

1. La reazione anticlassica: retorica e filosofia

La letteratura rimase aristocratica nel gusto e nelle forme, con l’unica eccezione di Fedro, che rielaborò in modo originale in versi latini le favole popolari del greco Esopo con testi (ne abbiamo 5 libri) accolti, non a caso, poco benevolmente dalla cultura ufficiale. Per l’influenza delle scuole di retorica (che, nelle mutate condizioni storiche, occuparono progressivamente gli spazi che erano stati propri, in età repubblicana, dell’oratoria), per il trasformarsi della sensibilità e dei valori, oltre che per il ruolo svolto dalla filosofia, sempre più attenta ai problemi individuali dell’uomo, nacque una letteratura nuova caratterizzata da un gusto modernista, anticlassico e anticiceroniano.

L’intellettuale che interpretò meglio, in modo simbolico, la sua età fu il filosofo Seneca (4 a.C. - 65 d.C.), nato in Spagna e figlio del più celebre retore del tempo. A lui si deve l’elaborazione del linguaggio dell’interiorità (evento fondamentale per la cultura occidentale) e l’identificazione della libertà con la libera dignità interiore. Maggior rappresentante dello stoicismo romano, Seneca ripropose, in forma moderna e in chiave politica, la figura ideale del saggio come colui che è capace di indipendenza interiore e si attrezza a un libero confronto con la morte oltre i condizionamenti del potere. Egli fu anche maestro di un nuovo stile che gioca sulla paratassi breve, sulla riproposizione variata del pensiero e su una tensione concettuale di gusto epigrammatico e sentenzioso. E ancora, è autore di cupe e tese tragedie che per secoli influenzarono la produzione drammatica europea.

Accanto a Seneca va ricordato, per la sensibilità modernista, Lucano, autore della Pharsalia o Bellum civile, poema epico sulla guerra civile tra Cesare e Pompeo; di taglio nuovo già nel tema, l’opera si caratterizza per l’esibizione retorica del suo impianto e per un patetismo espressionistico che segnano da soli la distanza dal gusto classico e che sono capaci di esprimere la violenza drammatica del potere e in genere della vita. L’educazione retorica si manifesta attraverso una complicata oscurità di linguaggio in un altro giovane, Persio, autore di poche satire dettate più da una tensione intellettuale che non dalla conoscenza della vita. Diversa, ma altrettanto nuova e certo originale, è la rappresentazione che del presente offre Petronio col suo Satyricon, opera che per genere si ricollega liberamente al romanzo greco e alla satira menippea e che, con sfoggio di raffinatezza intellettuale, offre un quadro realistico del mondo plebeo italico: al di là di ogni intenzione ideologica, l’opera è anche un quadro della società contemporanea in movimento.

8. L’età dei Flavi e di Traiano (69-117 d.C.)

Fu questa l’età di massima espansione dell’impero e insieme l’età in cui la forza vitale delle province superò quella dell’Italia, in cui il senato era ormai largamente provinciale e in cui da un lato crebbe l’apporto culturale delle province romanizzate e, dall’altro, si fece più marcata l’indipendenza della cultura latina da quella greca. Sul piano politico i Flavi valorizzarono la centralità, in crisi, dell’Italia e stabilirono un rapporto meno conflittuale col senato (con l’eccezione di Domiziano), sicché si preparò il passaggio al principato elettivo (scelta temporanea) con Traiano.

Dopo l’anarchia dell’anno 69 d.C., Vespasiano riorganizzò lo stato e favorì un’opera di restaurazione culturale, che consisteva nell’assegnare una preminenza e una funzione di modello agli scrittori dell’età classica, quella di Cesare e di Augusto. In particolare, divennero punti di riferimento incontrastati Cicerone per la prosa e Virgilio per la poesia. A Virgilio guardarono una serie di narratori in versi quali Gaio Valerio Flacco (morto nel 93 d.C.), Silio Italico e Stazio. L’opera di quest’ultimo, e soprattutto la Tebaide, ebbe una particolare fortuna nel Medioevo, anche per la sua ortodossia virgiliana sul piano linguistico.

1. Il canone classicista

Grande importanza per la restaurazione del gusto classicista ebbe, con il suo trattato Institutio oratoria (Istituzione oratoria), Quintiliano (nato in Spagna), il primo retore a ricoprire una cattedra a spese dello stato. Con lui prese avvio quella canonizzazione di Cicerone, sul piano del gusto linguistico e retorico, che sarebbe durata per secoli, attraverso l’Umanesimo fino, nella sostanza, all’insegnamento attuale del latino nelle scuole superiori. Grande erudito e maestro della prosa scientifica e didattica fu Plinio il Vecchio, la cui Naturalis historia (Storia naturale) svolse un ruolo enciclopedico fondamentale per generazioni e costituisce per noi una fonte ricchissima di notizie altrimenti perdute. Il nipote Plinio il Giovane è autore di un raffinato epistolario, il più importante, per l’informazione e l’abilità letteraria, dopo quello ciceroniano, al quale per vari aspetti fa riferimento.

2. Satira e storiografia

Questa età vanta la straordinaria figura di Marziale, il maggiore scrittore latino di epigrammi, dalla inesausta inventiva e anch’egli interprete, come Plinio il Giovane, ma su un altro piano, della società romana contemporanea. Documenta il sempre dominante gusto retorico e diatribico anche il maggior scrittore di satire dopo Orazio, Giovenale, che espresse in forme violente lo sdegno del provinciale per il degrado morale della metropoli.

Tra i numerosi storici spicca Tacito, il maggiore storico latino dell’età imperiale, che con un linguaggio denso, volutamente asimmetrico e vicino ai confini della poesia, di impianto non ciceroniano, tracciò un bilancio amaro del primo secolo dell’età imperiale, vagheggiando, pur nella coscienza di un impossibile ritorno, i valori politici e morali dell’età repubblicana. Diversa tempra di storico, ma grande felicità narrativa tra curiosità e pettegolezzo e puntualità nell’informazione, rivela Svetonio col De vita Caesarum (conosciuto in italiano col titolo Le vite dei dodici Cesari), dal carattere aneddotico ed erudito.

9. L’età degli Antonini (II secolo d.C.)

Il secolo si aprì nell’ordine politico e militare di Traiano e Adriano e si chiuse con l’anarchia militare che precedette i Severi. Il linguaggio letterario manifesta il declino della spiritualità romana in corso. Se nell’età di Cesare e di Cicerone il centro ideale della pagina letteraria era il periodo dalla complessa architettura (segno di ordine razionale e di fiducia in quell’ordine), e se nell’età di Seneca, col suo gusto anticlassico, era il periodo breve e sentenzioso, punto di riferimento della pagina divenne ora la parola, il cui culto retorico ed erudito esprimeva la disintegrazione della spiritualità. Sarebbe stato il cristianesimo, con la sua forza trascinante, a ridare vitalità alla cultura latina.

1. Arcaismo ed erudizione

Il II secolo manifesta in più casi un gusto arcaizzante: ama le parole antiche, ma il richiamo al passato è spesso una rinuncia all’azione e l’irrazionalismo si accompagna al recupero un po’ rigido della parola di un tempo. L’imperatore Marco Aurelio esprime non tanto il vecchio ideale della ragione al potere quanto l’abito mentale di un mistico: suggestivi, al riguardo, sono i suoi Ricordi.

Comparve in questo periodo la figura dell’intellettuale itinerante, a metà tra il maestro di retorica e il mago. Tale è il romanziere Apuleio, autore delle Metamorfosi o L’asino d’oro (titolo, il secondo, invalso nelle traduzioni), affascinante narrazione romanzesca e fantastica (vi è contenuta anche la celebre novella di Amore e Psiche). L’amore per la parola, specie se rara e antica, si affianca al gusto erudito e antiquario, fonte per noi di notizie preziose. Tali sono le Noctes Atticae (Le notti attiche) di Aulo Gellio. Un giocoliere della parola è invece il retore Frontone. Amore per la grazia e la musicalità della parola, non senza leziosità sentimentale, manifestano i cosiddetti “poeti novelli”, alla cui sensibilità si accosta l’anonimo autore del Pervigilium Veneris (Vigilia della festa di Venere).

10. Il basso impero (III-V secolo d.C.)

Il II secolo si chiuse con i Severi e con il ritorno al principato dinastico, sempre più orientaleggiante. La prolungata anarchia del III secolo si risolse con Diocleziano, che conferì all’impero una nuova organizzazione di tipo burocratico e militare. E mentre nell’impero dilagavano la cultura e la spiritualità cristiana, la cultura pagana, in posizione di debolezza, fu rappresentata dall’opera del poeta cartaginese Nemesiano, oltre che da una consistente produzione di scritti grammaticali, eruditi, giuridici e tecnici, in versi e in prosa. Prese ora consistenza una forma letteraria attestata per la prima volta, in ambito latino, agli inizi del III secolo, quella dei centoni.

Il IV e il V secolo, l’età del basso impero, videro il formarsi di un nuovo ceto dominante, costituito dagli alti gradi della burocrazia. La parte occidentale dell’impero romano manifestava un processo irreversibile di decadenza, tanto che nel 330 la capitale passò a Bisanzio. Alla morte di Teodosio (395) l’impero romano perse la sua unità, mentre la letteratura pagana, in una realtà policentrica e nel contesto dell’ormai dominante spiritualità cristiana, andava estenuandosi.

1. Gli ultimi scrittori pagani

Il tentativo di far risorgere la cultura pagana per iniziativa di Giuliano l’Apostata rimase un caso isolato, anche se Roma continuava a essere l’emblema della romanità. A farsi cantore della sua grandezza fu un poeta nato ad Alessandria d’Egitto e di madrelingua greca, Claudiano (morto all’inizio del V secolo), che visse a Roma solo per pochi mesi prima di stabilirsi alla corte di Milano: egli fu il più grande poeta latino e il più fecondo panegirista del basso impero. E la grande storiografia di Tacito fu continuata non da un rappresentante del senato, bensì da un ufficiale di carriera nato ad Antiochia, Ammiano Marcellino, anch’egli di madrelingua greca. L’opera di Svetonio venne ripresa nel IV secolo da una raccolta di biografie di imperatori, indicate col titolo complessivo di Historia Augusta.

Quanto alla poesia occorre ricordare almeno Ausonio, il maggiore rappresentante della cultura gallica. L’ultimo gruppo di intellettuali che appartengono a un’aristocrazia romana rimasta fedele alla propria tradizione culturale e ideale viene descritto nei Saturnali di Macrobio, opera che costituisce una sorta di compendio della cultura antica.

11. Letteratura latina cristiana

La letteratura latina cristiana si sviluppò solo a partire dalla fine del II secolo e prese avvio con le prime traduzioni della Bibbia, precedenti a quella fondamentale – la Vulgata – di san Gerolamo. L’area più attiva fu l’Africa settentrionale al tempo delle persecuzioni di fine II e III secolo. Comparvero allora gli “Atti” dei martiri o “passioni”, dal valore prevalentemente documentario.

1. Gli apologisti (III secolo)

L’attività più specificamente letteraria cominciò con un gruppo di scrittori che difendevano il cristianesimo dalle accuse pagane (vedi Apologetica), polemizzavano con gli eretici e sviluppavano temi di carattere disciplinare e organizzativo. Tra questi scrittori si segnala Tertulliano per l’ampiezza dell’opera, per la forza polemica che la percorre e per la creatività linguistica che vi si dispiega. Accanto a lui stanno altri tre scrittori (Minucio Felice, Cipriano, Novaziano) che documentarono i conflitti religiosi tra Roma e Cartagine oltre che il ruolo svolto da Roma nell’elaborazione del latino cristiano.

Mentre nella seconda metà del III secolo la Chiesa sviluppò la sua organizzazione, continuarono le persecuzioni e insieme la produzione letteraria degli apologisti, con toni di contrapposizione radicale alla cultura pagana (Arnobio), ma anche con tentativi di mediazione (Lattanzio). E mentre ci si avviava alla tolleranza del cristianesimo con l’editto di Milano (313), comparve una riscrittura del Vangelo secondo Matteo in quattro canti di esametri virgiliani e venne prodotto il primo lavoro di esegesi biblica in latino per mano del vescovo di Pettau in Pannonia.

2. La costruzione della dottrina teologica e i padri della Chiesa (IV-V secolo)

Nonostante il nuovo clima di tolleranza, il cristianesimo non era ancora culturalmente forte nell’area a lingua latina dell’impero. Fu il confronto teologico con l’eresia ariana – importante anche per i riflessi sull’ordine pubblico – a produrre una serie di testi che si configurano come un importante sistema dottrinale. A Ilario di Poitiers si deve il trattato De Trinitate, la più importante summa teologica antiariana, oltre che commenti al Vangelo di Matteo e ai Salmi e i più antichi inni in latino fino a oggi conservati. A lui spetta anche il merito di aver introdotto in Occidente lo spiritualismo platonico di Origene, mentre Mario Vittorino (polemista nei confronti di ariani e manichei) recuperò la tradizione platonica attraverso Plotino e Porfirio.

La figura dominante della cultura ecclesiastica del IV secolo fu il vescovo di Milano, sant’Ambrogio, autore di numerosi commenti all’Antico Testamento, di trattati dogmatici e morali, di inni e di un interessante epistolario. Il cristianesimo elaborò anche, con Paolo Orosio, una storia del mondo dalla creazione al 417, e con Prudenzio (nato in Spagna) offrì un vero talento poetico in lingua latina: la sua Psychomachia (Battaglia per l’anima) inaugurò una nuova tradizione poetica che comportava l’impiego dell’allegoria.

La prosa cristiana è dominata dalle figure di due padri della Chiesa, san Gerolamo e sant’Agostino. L’opera maggiore di san Gerolamo, la traduzione della Bibbia nota col nome di Vulgata, divenne il testo biblico canonico in latino ed ebbe enorme influenza sulla prosa successiva. Sant’Agostino fu la mente speculativa più alta: innestò nel pensiero cristiano la forma della tradizione classica e gettò le basi della filosofia occidentale moderna, sottoponendo all’esame dell’intelletto i problemi dell’anima ed elaborando ulteriormente il linguaggio dell’interiorità specie nelle Confessioni.

In questo periodo furono prodotte anche opere che, pur non avendo un orientamento specificamente cristiano, esercitarono un notevole influsso sul pensiero cristiano successivo. Di Marziano Capella (prima metà del V secolo) è la curiosa opera allegorica, mista di versi e prosa, nota col titolo di De nuptiis Mercurii et Philologiae (Le nozze di Mercurio con la Filologia), che fornì alla cultura europea cristiana uno strumento per organizzare in forma enciclopedica quella parte della cultura secolare che riteneva importante. Nel corso del V secolo l’attività letteraria più viva fu, in area gallica, il dibattito teologico tra Agostino e Pelagio sul problema del rapporto tra grazia e libertà.

12. Letteratura latina medievale

Per circa un millennio a partire dal tempo delle invasioni barbariche nella parte occidentale dell’impero romano (comprendente anche l’Irlanda, la Germania, la Polonia, la Scandinavia), si sviluppò una cultura di matrice cristiana che utilizzava come lingua comune il latino nella sua variante medievale, detto anche mediolatino.

1. Tradizione classica e monachesimo irlandese

Nonostante la cesura culturale prodotta dalle invasioni barbariche, la continuità col passato è espressa da autori come Severino Boezio, che con il De consolatione philosophiae (La consolazione della filosofia) acquistò il ruolo di nuovo filosofo, come Cassiodoro, che delineò il sistema delle arti del trivio e del quadrivio (vedi Arti liberali), e come Isidoro di Siviglia, che con le Etymologiae offrì un’enciclopedia del sapere cristiano ai secoli seguenti.

Alla rinascita culturale poco contribuirono l’Italia e l’Africa (già epicentri della letteratura latina cristiana) e molto invece l’Irlanda: uno dei suoi tanti missionari, Colombano, fondò l’abbazia di Bobbio, destinata a diventare uno dei centri di trascrizione dei testi classici. Tradizione romana e monachesimo irlandese dettero vita a una rinnovata cultura anglosassone. Tra i suoi rappresentanti spicca il dottore della Chiesa Beda, autore della Historia ecclesiastica gentis Anglorum (Storia ecclesiastica degli angli), conclusa nel 731. Dalla sua scuola uscì Alcuino, figura centrale della rinascita carolingia. Contributi alla rinascita culturale europea, e in particolare a quella carolingia, vennero anche da intellettuali profughi dalle regioni del Mediterraneo orientale e dalla Spagna in seguito all’espansione araba.

2. La rinascita carolingia

La rifondazione della cultura antica avvenne nel contesto di una nuova nozione di universalità, che si opponeva a quella araba. Nel IX secolo un cospicuo gruppo di intellettuali si raccolse alla corte di Carlo Magno: oltre al già citato Alcuino, si distinsero il colto arcivescovo di Magonza Rabano Mauro, autore forse dell’inno Veni creator Spiritus (Vieni Spirito creatore) e Paolo Diacono, autore dell’Historia Langobardorum (Storia dei longobardi). Si svilupparono la storiografia, con l’autorevole biografia di Carlo Magno dell’erudito franco Eginardo, il poema epico il Waltharius (saga germanica attribuita al monaco di San Gallo Ekkehard il Vecchio – IX-X secolo – e centrata sulla vita del re Walter di Aquitania), componimenti poetici di vario tipo, composizioni liriche e musicali come il Liber hymnorum (Libro di inni) di Notker I (840 ca. – 912) detto Balbulus (”balbuziente”), che introdusse in Germania delle sequenze musicali (ampliamenti dell’alleluja a conclusione degli inni religiosi) che costituiscono un modello per la lirica religiosa e laica dei secoli successivi.

Quando coi successori di Carlo Magno decadde la monarchia, la cultura trovò i suoi centri, nei due secoli seguenti, nelle abbazie delle odierne Germania meridionale e Svizzera (Fulda, Reichenau, San Gallo). Nel X secolo si sviluppò il genere letterario dell’agiografia, cioè delle semileggendarie vite dei santi e dei loro miracoli, più vicino al gusto popolare. Il secolo vide anche il fiorire di poesie, perlopiù anonime, come la prosa ritmica del canto delle scolte modenesi, e di poemetti come l’Ecbasis captivi (Fuga del prigioniero, 940 ca.), opera di un monaco lorenese, che ha come protagonisti gli animali. Sempre riconducibile all’ambito monastico sono le narrazioni di viaggio alla ricerca del paradiso terrestre, come la Navigatio Sancti Brandani, che narra di un’allegorica esplorazione dell’Atlantico settentrionale guidata dal monaco irlandese Brandano.

3. Drammi liturgici e poesia goliardica

Numerose sono anche le opere teatrali giunte a noi. Perlopiù anonime, sono centrate sul dramma liturgico, coltivato soprattutto nei conventi e legato al servizio divino. Tali testi ebbero ampia circolazione fino a tutto il Cinquecento, e da essi discese direttamente il dramma moderno. A Rosvita, monaca a Gandersheim, si devono sei drammi in prosa rimata sulla lotta tra lo spirito e la carne.

Dopo il 1000 la funzione culturale delle abbazie era ancora vigorosa. Alla metà nel nuovo secolo rinacque l’abbazia di Montecassino e in quel tempo si collocano il più antico romanzo cavalleresco del Medioevo, l’anonimo Roudlieb, e i Carmina Cantabrigensia, che anticiparono la poesia goliardica. Questa, anonima, era opera dei cosiddetti “goliardi” o “chierici (intellettuali) vaganti” e celebrava i temi del vino e dell’amore carnale, mentre il clero e la tradizionale poesia devozionale venivano trattati con toni satirici. Questi testi sono conservati in vari manoscritti, il più noto dei quali presenta una serie di componimenti, i Carmina Burana, raccolti in un manoscritto bavarese del XIII secolo.

La nascita della lirica trobadorica, contemporanea ai canti amorosi, perduti, di Abelardo, non soffocò quella latina, anzi il loro interscambio comportò un reciproco rafforzamento. Ancora più fecondo fu l’incontro culturale col mondo arabo: traduzione del Corano, migliore conoscenza di Aristotele attraverso traduzioni arabe, conciliazioni tra Aristotele e Tolomeo ecc.

4. Dalle università ai comuni

A Parigi nel XII secolo si affermarono la teologia e la speculazione mistica con Ugo e Riccardo di San Vittore, e con Pietro Lombardo prese avvio la tradizione della summa (compendio sistematico di “sentenze” – sintetiche formulazioni di un certo pensiero o una certa teoria – che comprendeva anche i commenti del compilatore). A Parigi insegnava il già ricordato Abelardo: a parte le opere filosofiche e teologiche, sono per noi di grande interesse la breve autobiografia Historia calamitatum mearum (Storia delle mie sventure) e il carteggio scambiato con Eloisa. Nel XII secolo si sviluppò anche un nuovo gusto fantastico per influsso dei racconti orientali. Inoltre riprese la narrativa animalesca, con intenzioni allegorico-morali (Ysengrinus, 1148, di Nivardo di Gand, l’antecedente del Roman de Renart); si sviluppò la trattatistica amorosa di tipo cortese (De amore, 1185 ca., di Andrea Cappellano). Iniziarono a circolare le artes poeticae, con le quali si applicò l’ars dictandi (la retorica applicata alla scrittura delle lettere), nata a Montecassino e poi passata alla prosa giuridica e quindi alla letteratura. Occorre poi considerare la cultura delle università, soprattutto francesi e italiane. Al rinnovamento francescano (secolo XIII) e alla sua spiritualità è legata la lirica religiosa: Dies irae di Tommaso da Celano e Stabat mater di Jacopone da Todi.

Importante è in Italia la produzione letteraria nel XIII secolo, anche per lo sviluppo del mondo comunale. Si ricorda l’opera didascalica di Bonvesin de la Riva (morto intorno al 1313); le cronache, tra cui quella di Salimbene da Parma; le raccolte di brevi racconti in forma di exempla (narrazioni esemplari per il loro valore morale) e di miracula; e la Legenda aurea, serie di vite di santi del domenicano e vescovo di Genova Jacopo da Varazze (1230-1298). Tuttavia la forma culturale più importante è quella del dibattito filosofico attraverso summae, commentarii e quaestiones (digressioni e dibattiti su un certo tema condotti dal maestro nelle università durante la lettura di un testo di studio). E anche quando lo sviluppo dei volgari avrebbe cominciato a soppiantare l’uso del latino, tutta la letteratura di carattere teorico-scientifico avrebbe continuato a essere scritta in lingua latina, come attestano i trattati De vulgari eloquentia e Monarchia di Dante. L’ultimo grande testo in lingua latina del Medioevo fu l’Imitazione di Cristo, attribuita al monaco tedesco Tommaso da Kempis: la sua diffusione in Europa fu seconda solo ai Vangeli.

13. Letteratura latina del Rinascimento

L’ultima grande stagione della letteratura in lingua latina è quella dell’Umanesimo e del Rinascimento. All’origine della grande cultura del Rinascimento furono, a partire dalla fine del Trecento, la ricerca e lo studio appassionato dei testi antichi (latini e poi anche greci) che erano sopravvissuti, in genere grazie alla trasmissione monastica, attraverso i secoli del Medioevo. Tali testi vennero sentiti come modelli e guide fondamentali per il rinnovamento culturale in corso, sviluppatosi dalla civiltà comunale.

1. L’umanesimo italiano

Pioniere della ricerca e dello studio appassionato dei testi antichi fu Petrarca, le cui opere (tutte in latino eccetto il Canzoniere e i Trionfi) sono orientate su grandi modelli antichi: su sant’Agostino il Secretum, su Cicerone il vasto epistolario e su Virgilio il poema in esametri Africa. Molto più ridotta è la produzione latina in versi e in prosa del Boccaccio, ma altrettanto forte è la sua passione per il mondo antico: suo è ad esempio il volgarizzamento della X Deca di Tito Livio. Tuttavia solo nel Quattrocento, e in particolare nei centri culturali coincidenti con le corti signorili (di cui il più importante fu quello di Firenze) si sviluppò una nuova letteratura rigorosamente stabilizzata sui modelli antichi. E si può dire che almeno fino al 1470 circa il latino tornò a essere la sola lingua della comunicazione intellettuale (con una produzione volgare ridotta per quantità e qualità). Sono da considerare umanisti-maestri Guarino Veronese e Vittorino da Feltre. Alcuni dei primi prosatori nuovi furono a vario titolo funzionari della Repubblica fiorentina: Coluccio Salutati, Leonardo Bruni, autore di opere storiche e di un epistolario di tipo ciceroniano, e Poggio Bracciolini, al quale si devono un affascinante epistolario e il Liber facetiarum (Libro delle facezie, 1452), che ebbe una grande diffusione nel corso del secolo. Figura centrale fu quella di Lorenzo Valla, per il quale la filologia non fu solo la scienza della ricostruzione dei codici antichi, bensì strumento di definizione critica di un nuovo modello culturale terreno.

In ambito filosofico campeggiano le figure di Marsilio Ficino, che tentò la conciliazione tra pensiero platonico e cristianesimo e il superamento dell’aristotelismo e della scolastica medievale, e di Pico della Mirandola, noto per De hominis dignitate (La dignità dell’uomo).

Accanto alla prosa fiorì una straordinaria produzione di versi. Il poeta più innovativo e versatile fu Giovanni Pontano, che seppe elaborare una lingua duttile sulla lezione di Virgilio e di Ovidio (De amore coniugali, De tumulis). L’altro grande poeta fu il Poliziano, i cui versi latini gareggiano per grazia con quelli, più noti, in lingua volgare.

Altro filologo (studiò il testo del De rerum natura di Lucrezio) e originale poeta è Michele Marullo (1453-1500), che si segnala su tutti per la capacità di trattare il latino come lingua viva. Marco Gerolamo Vida (1485-1566) è noto per il De arte poetica, trattato in esametri che costituisce la prima importante esposizione della retorica cinquecentesca, e per il poema Christias, una vita di Cristo in stile virgiliano, opera modesta nonostante l’ambizione di realizzare un’epopea cristiana pari a quella pagana.

2. L’umanesimo europeo

La tradizione di una letteratura moderna in lingua latina classica inaugurata in Italia venne sviluppata anche in Europa. Particolare importanza ha la vasta produzione dell’umanista olandese Erasmo da Rotterdam, autore tra l’altro del celebre Elogio della follia (1511), diretto soprattutto contro i teologi e i dignitari della Chiesa. Altrettanto celebre è Utopia (1516) del letterato e filosofo inglese Thomas More, opera visionaria che, delineando uno stato democratico in cui vige la tolleranza religiosa, segnava un superamento dei valori medievali e avrebbe esercitato un influsso decisivo sul pensiero politico occidentale.