| Lingua e linguaggio | Articolo | ||||
| Per stampare le informazioni, scegliere Stampa dal menu File. | |||||
| 4. | Evoluzione del linguaggio e delle lingue |
L’evoluzione del linguaggio, cioè della facoltà di produzione e percezione della lingua da parte dell’uomo, fu parallela a quella della specie umana. Si ritiene che la comprensione del linguaggio umano implichi una particolare specializzazione del lobo frontale sinistro del cervello (l’area di Broca): è possibile che il linguaggio umano non potesse essere distinto dalla comunicazione animale finché non si verificò questa specializzazione fisiologica.
Si ritiene che già l’uomo di Neanderthal fosse in grado di produrre un linguaggio articolato: l’imporsi, 40.000 o 30.000 anni fa, di Homo sapiens (che presenta organi vocali e forma del cranio molto meglio adattati al linguaggio) determinò un netto sviluppo della capacità linguistica. Le lingue umane moderne potrebbero dunque datare da 30 a 40.000 anni: la grande diversità fra le lingue parlate nel mondo indica la straordinaria velocità del cambiamento del linguaggio umano a partire dalla sua formazione.
Nel Settecento il filosofo tedesco Gottfried Leibniz avanzò l’ipotesi che tutte le lingue antiche e moderne derivassero da un unico protolinguaggio. Questa teoria è conosciuta come “monogenesi”: la maggior parte degli studiosi ritiene che il protolinguaggio si possa configurare come un insieme di tratti ipotetici comuni a tutte le lingue, e non come una lingua che sia stata realmente parlata. Se è vero che molte lingue attuali derivano da progenitori comuni, è tuttavia possibile, secondo la teoria della “poligenesi”, che il linguaggio umano sia sorto spontaneamente in molti luoghi diversi e che dunque le lingue del mondo non abbiano alcun progenitore comune.
Anche accogliendo l’ipotesi di una sola lingua originaria, oggi non possiamo determinarne né i suoni, né la grammatica, né il vocabolario. È possibile tuttavia indicare leggi generali dell’evoluzione delle lingue: è questo il campo di studio della glottologia.
Sia il linguaggio umano poligenetico o monogenetico, le differenze fra le varie lingue sembrano essere relativamente superficiali; anche se lingue come il cinese, l’italiano e il turco sembrano avere poco in comune, le differenze sono comunque minori delle somiglianze. Sul piano fonetico, le lingue usano più o meno gli stessi suoni, e non c’è lingua che adoperi suoni non presenti in almeno un’altra lingua non correlata o che non possano, con l’esercizio, essere prodotti da tutti gli uomini. Così è per le strutture grammaticali, che variano comunque all’interno di categorie definite. È dunque possibile pensare a strutture universali del linguaggio.
Se una lingua soggiace a cambiamenti molto ampi sul piano fonetico, grammaticale e lessicale, può trasformarsi in un’altra lingua: è ciò che accadde ad esempio al latino, mutatosi nelle lingue romanze, e che possiamo vedere oggi nell’evoluzione in pidgin dell’inglese o del francese. Lingue vicine geograficamente possono tendere ad assomigliarsi, come accade nelle lingue caucasiche o in quelle balcaniche, e una stessa lingua parlata in territori molto lontani può tendere alla differenziazione, come accade per l’inglese britannico e l’inglese americano o per il portoghese e il brasiliano. Questa continua crescita ed evoluzione caratterizza le lingue in tutti i loro aspetti, come espressione della natura e della cultura umana.