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Apocalisse di Giovanni
1. Introduzione

Apocalisse di Giovanni Ultimo libro del Nuovo Testamento, ricco di allegorie e soggetto a numerose interpretazioni.

2. Paternità

La tradizione ecclesiastica attribuisce pressoché unanimemente il libro dell'Apocalisse (dal greco apokálypsis, 'rivelazione') a Giovanni, l'autore dell'omonimo Vangelo e delle tre lettere. Tuttavia già l'antichità cristiana (il vescovo di Alessandria Dionigi, III secolo) distingueva tra l'apostolo e discepolo di Gesù e un altro Giovanni detto 'il presbitero' (l'anziano) così che, anche se la maggior parte degli esegeti propende oggi per l'attribuzione apostolica dello scritto, la questione rimane aperta.

Anche l'epoca di composizione è stata variamente determinata: alcuni (la maggior parte) collocherebbero l'opera negli ultimi anni dell'impero di Domiziano (94-95 d.C.), altri nel periodo successivo alla persecuzione di Nerone, durante il regno di Vespasiano (69-79). Rimane comunque abbastanza condiviso che lo scritto sia stato redatto dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme a opera di Tito (70).

Non è facile nemmeno chiarire il motivo e l'occasione che hanno generato il libro dell'Apocalisse, poiché tutto dipende dall'interpretazione generale che si dà al testo e ai particolari elementi simbolici e allusivi presenti. Peraltro, l'appartenenza dell'opera a un genere come quello apocalittico non sempre riesce a risolvere dubbi e problemi. L'opera sembra delinearsi in un momento critico per le comunità cristiane, segnate dalle persecuzioni e provate nella fede. L'invito dell'autore, la ferma raccomandazione che attraversa le pagine del testo è quella di 'perseverare': il senso della storia umana, rivelatosi nella morte salvifica di Cristo, sta per manifestarsi definitivamente, quando Dio darà ai credenti 'cieli e terra nuova' (21:1) dopo aver definitivamente sconfitto il male (Satana, l'Anticristo). Si tratta allora di leggere i segni che anticipano la fine, divenendo quindi l'Apocalisse profezia del futuro.

Interessante appare anche l'interpretazione che concentra decisamente su Cristo il senso del testo: invece che indicare il futuro, l'opera sarebbe una grande riflessione teologica sul significato salvifico ed escatologico della morte di Cristo così che i continui riferimenti e allusioni all'Antico Testamento sarebbero da leggere in riferimento alla venuta storica di Cristo e non a quella finale.

3. Struttura dell'opera

Dopo la grande visione d'apertura, dalla quale apprendiamo che il veggente si trova nell'isola di Pátmos, si apre un primo settenario di lettere inviate alle Chiese di Efeso, Smirne, Pergamo, Tiatira, Sardi, Filadelfia, Laodicea, tutte in Asia Minore (1-3:22). Viene successivamente introdotta la figura dell'Agnello, simbolo di Cristo immolato nella sua Pasqua, che apre progressivamente i sette sigilli di un misterioso libro e a cui si accompagnano segni portentosi in cielo e in terra. Il settenario delle trombe dischiude alle ulteriori visioni del dragone (simbolo di Satana) che aggredisce la donna (simbolo della Chiesa) e della bestia a cui è affidato il potere seduttivo e mortale di aggredire i credenti. Il male sembra spandersi irrimediabilmente sulla terra. Agli angeli vengono allora consegnati sette flagelli e sette coppe che vengono poi versate sulla terra: si avvia così il giudizio di Dio sugli empi e sulla città che li rappresenta, Babilonia (forse un'allusione a Roma). Dopo la sconfitta del dragone e del falso profeta a opera del Verbo di Dio viene descritta la resurrezione dei giusti destinati a regnare con Cristo per mille anni (capitolo 20). Dopo questo periodo, la liberazione temporanea di Satana porterà all'ultimo tentativo di aggressione dei credenti, ma il definitivo intervento di Dio chiuderà per sempre la storia del male. Può così presentarsi l'ultima visione del libro: Gerusalemme, la nuova città che scende dal cielo 'adorna come una sposa per lo sposo' (21:2).

Particolarmente difficile e delicata appare l'interpretazione del capitolo 20, che ha dato origine a diffuse teorie millenaristiche.