Europa (geografia)
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Europa (geografia)
5. Storia
1. Preistoria

Molto frammentarie sono le testimonianze della presenza in Europa di Homo erectus, che vi sarebbe giunto circa 1.500.000 anni fa, provenendo dall’Africa. Le documentazioni paleontologiche più consistenti datano a 900.000 anni or sono e sono costituite da resti di animali e da strumenti di pietra. Altri significativi reperti segnalano la trasformazione di Homo erectus in esperto cacciatore, la sua vita in accampamenti all’aperto o in grotte e l’uso abituale del fuoco (400.000 anni fa). Risalendo la storia si rintracciano molti resti dell’uomo di Neanderthal, alla cui scomparsa all’epoca del Paleolitico superiore (circa 35.000 anni fa) fece seguito l’arrivo di Homo sapiens sapiens: presente in tutti i continenti, si identifica in Europa con l’uomo di Cro-Magnon, dal nome della località di rinvenimento nella Francia meridionale.

I rivolgimenti climatico-ambientali crearono le premesse per il passaggio dal nomadismo dei cacciatori alla sedentarietà degli agricoltori-allevatori. Ebbe così inizio il Neolitico, la cui diffusione in Europa avvenne a partire da est (area danubiana e balcanica) e da sud (area mediterranea). Le stesse direzioni seguì la diffusione dei metalli, il cui utilizzo si accompagnò alla nascita delle prime unità statali, all’inizio del II millennio a.C. Queste comparvero nell’area mediorientale, quando in Europa prevalevano insediamenti meno elaborati sul piano politico, come le culture delle terramare e quella villanoviana in Italia, o le società palafitticole presenti nelle lagune e ai bordi dei laghi. Il passaggio dall’età del Bronzo all’età del Ferro corrispose per l’Europa a un periodo di grandi mutamenti: nelle zone centrosettentrionali la cultura cosiddetta “dei campi di urne” (caratterizzata tra l’altro dal rituale della cremazione, ricorrente dall’Est europeo alla penisola iberica) cedeva il passo al diffondersi della cultura di Hallstatt, mentre nel Mediterraneo orientale le migrazioni indoeuropee dalla Russia modificavano profondamente il panorama demografico.

2. Storia antica

All’alba della storia si delineò una frattura non solo geoclimatica, ma anche di civiltà, che divise l’Europa antica in due settori ben distinti: da una parte una cultura mediterranea, che si sviluppò grazie ai contatti con l’Egitto e il Medio Oriente, zone molto progredite, e dall’altra una cultura continentale che non sviluppò sistemi sociali altrettanto complessi, rimanendo nel quadro di un’economia di villaggio quasi autosufficiente.

All’inizio del I millennio a.C. in Italia la sovrapposizione tra elementi differenti, quello celtico, quello indoeuropeo e quello greco, fu più marcata che altrove e determinò il nascere di una società capace di raffinate elaborazioni simboliche ed espressioni artistiche, come quella degli etruschi. Nello stesso periodo, sul Mediterraneo la fioritura delle città-stato della Magna Grecia creava ulteriori collegamenti con le evolute civiltà orientali.

L’impero romano fu il più potente fattore di unificazione della regione europea, tra la linea Reno-Danubio e il Mediterraneo, comprendente anche la Francia, l’Inghilterra e la Spagna. Il quadro mutò sostanzialmente ai tempi di Marco Aurelio, quando si verificò la prima grande invasione di popolazioni germaniche, avanguardia di quelle ondate migratorie che, nel V e VI secolo, portarono dentro i confini dell’impero popoli provenienti dall’est, che i romani chiamarono “barbari”. L’insediamento di popolazioni germaniche e slave disgregò l’impero romano d’Occidente. L’imponente movimento di unni, ostrogoti, visigoti, alani, vandali, svevi, franchi e germani non distrusse però il tessuto intimo della civiltà romana che, mentre assimilava le genti dell’est nelle sue strutture, ne veniva a sua volta radicalmente modificata. La caduta di Roma fece venire meno quella divisione dell’Europa, che l’impero romano stesso aveva operato, tra il mondo tribale dei barbari e quello dei popoli amministrati da Roma.

3. Età medievale

Alla fine dell’VIII secolo, dopo i grandi rivolgimenti delle invasioni barbariche e dopo la breve riconquista operata da Giustiniano, il quadro parve stabilizzarsi con il consolidamento di differenti domini: il regno dei franchi a occidente; il regno dei longobardi nell’Italia settentrionale; l’impero bizantino nel sud dell’Italia e nei Balcani.

L’assimilazione dell’elemento germanico con quello romano fu favorita dall’affermazione del regno dei franchi, la più solida forma politica del Basso Medioevo, che Carlo Magno portò alla massima estensione. Fondamentale fu il ruolo della Chiesa, riorganizzata sul piano disciplinare e attrezzata culturalmente allo scopo di operare l’inquadramento e il disciplinamento delle popolazioni. Nell’Est dell’Europa la Chiesa cattolica entrò in competizione con quella bizantino-ortodossa, organizzata a Costantinopoli: la rottura tra Chiesa occidentale e Chiesa orientale (1054) ne fu la conseguenza (vedi Scisma).

L’unità del grande impero carolingio fu ben presto minata dalle spinte centrifughe delle aristocrazie, dalle quali derivò un numero crescente di signorie regionali. Il dissolversi dell’ordinamento pubblico carolingio fu indotto altresì dalle invasioni di normanni, ungari, saraceni, che favorirono ovunque il processo di incastellamento, ossia la dimensione militare e politica di piccola gittata territoriale, basata su vincoli di fedeltà locale più che su ampie strutture istituzionali.

Con l’XI secolo si avviò una forte ripresa dell’Europa: si incrementarono gli scambi interni e ci furono un notevole sviluppo economico, frutto di una rivoluzione agraria, e un forte rinnovamento culturale, nato nelle università e nei monasteri. Tutto ciò fu accompagnato da un cambiamento ai confini orientali: ungari, cechi e polacchi si stanziarono nelle regioni dell’Europa centrale e si convertirono al cristianesimo, creando con la loro presenza una barriera difensiva di fronte ai nomadi delle steppe. Le frontiere dell’Europa, sempre mutevoli, si stabilizzarono intorno a tre grandi spazi politico-culturali: il primo era quello delle regioni centroccidentali (Italia, Francia, Germania) a cui il neonato Sacro romano impero dava una parvenza di unità istituzionale, ma a cui la Chiesa imprimeva l’identità più forte; il secondo coincideva con un’indefinita zona periferica di missione e di conquista lungo i margini orientali a est del Danubio, che si stavano trasformando in periferia della civiltà europea; il terzo si proiettava oltre quei confini – verso nazioni e popoli che fino al Settecento saranno comunemente considerati barbari – tra le pianure dell’Ucraina e gli Urali, tra l’Ungheria e il Caucaso, tra il Baltico e il Circolo polare artico.

Il cuore dell’Europa era quindi l’Occidente plasmato dal sistema feudale e via via riorganizzatosi in unità politiche, sorte su base regionale o nazionale, che andavano dai comuni alle signorie, dagli stati regionali alle città-stato patrizie, dalle repubbliche mercantili ai regni nazionali. Tra queste forme di dominio le monarchie dinastiche con ampia giurisdizione territoriale erano destinate a esercitare un ruolo preminente, grazie al monopolio della forza militare, all’assoggettamento del territorio, all’utilizzazione di funzionari al servizio dello stato.

4. Età moderna

L’Europa nell’età moderna si trovò divisa in tante unità politiche, tra le quali emersero Spagna, Francia e Inghilterra, che tra XVI e XVII secolo avrebbero assunto un ruolo-guida negli equilibri statali di questa parte del mondo. La cultura dell’umanesimo e del rinascimento diede un’impronta di alta civiltà all’Europa che stava uscendo dal Medioevo e fornì un modello di creatività culturale che spezzò le forme statiche e autoritarie del sapere.

All’alba dell’età moderna un altro fattore di trasformazione decisivo è rintracciabile nella rottura dell’unità religiosa provocata dalla Riforma protestante. Proprio le confessioni religiose contribuirono a definire le unità culturali di tipo nazionale in Germania e nel Nord Europa e resero coeso lo spazio cattolico della Controriforma; d’altro canto emarginarono le minoranze religiose e azzerarono i valori della tolleranza. In quello stesso periodo gli europei si espandevano al di fuori del proprio habitat millenario intraprendendo, in Asia, Africa e America, viaggi di esplorazione e conquiste che diedero origine alla lunga epoca coloniale conclusasi nella seconda metà del XX secolo. L’ultima guerra di religione si consumò nel XVII secolo: si tratta della guerra dei Trent’anni, che fu però anche guerra per l’egemonia politica. Dopo il 1648 gli stati europei non avrebbero più combattuto guerre di religione e, fino a Napoleone, avrebbero evitato di turbare un sistema di equilibri dal quale era cancellata l’idea che un solo stato fosse predominante.

Il Settecento, secolo dei Lumi e della Rivoluzione francese, fornì una più intima coesione culturale all’Europa, che sviluppò un linguaggio internazionale della politica e visse tensioni ideologiche comuni, mentre l’espansione rivoluzionaria e napoleonica della Francia travolse i vecchi equilibri delle monarchie assolute. L’età della Restaurazione, inaugurata dal congresso di Vienna (1814-15), conobbe un disegno d’ordine politico e di stabilità internazionale di cui si resero garanti le grandi potenze, ma che non resse l’onda d’urto di insurrezioni nazionali, indipendentistiche e sociali, che a più riprese ne scompaginarono il quadro.

5. Età contemporanea

Processi di indipendenza e unificazioni statali (Grecia, Belgio, Italia, Germania) crearono un’Europa distinta in due settori: da una parte gli stati nazionali, retti perlopiù da monarchie liberali, dall’altra i tre grandi imperi tedesco, austroungarico e russo, aggregazioni multinazionali e plurietniche, tendenzialmente esposte a forme autoritarie di potere. Crescita demografica e sviluppo economico indotto dall’industrializzazione modificarono la fisionomia sociale e materiale dell’Europa: nascevano le città industriali, si formavano ceti medi e proletariato, si elaboravano moderne ideologie e forme di partecipazione nuove che esprimevano la transizione dalle società elitarie alle società di massa. Alla fine dell’Ottocento si esasperò il nazionalismo e lo sviluppo industriale scatenò mire imperialistiche. Questi fattori furono fra le cause dello scoppio della prima guerra mondiale nel 1914.

La guerra mondiale divenne crogiolo di tensioni sociali che si arroventarono nell’immediato dopoguerra, rinfocolate dalla crisi economica che produsse disoccupazione e inflazione. Esasperazione dei ceti medi, sottoposti a perdita di reddito e di prestigio, spirito di rivalsa dei ceti abbienti nei confronti del movimento operaio, attesa di soluzioni rivoluzionarie sull’esempio del bolscevismo in Russia furono altrettanti elementi che infuocarono il clima europeo e predisposero gli animi a soluzioni autoritarie e illiberali, quali il fascismo e il nazismo, le cui pretese espansionistiche portarono allo scoppio di una nuova guerra, la seconda guerra mondiale, uno scontro tra democrazie e dittature dalle dimensioni internazionali.

L’Europa uscì dalla seconda guerra mondiale devastata e sgomenta. Il conflitto aveva causato decine di milioni di morti, di invalidi, di profughi e immani distruzioni; ma soprattutto aveva consentito al miscuglio di ideologie totalitarie, nazionaliste e razziste di prendere corpo nella più grande sciagura della storia moderna, la shoah (l’eliminazione scientifica del popolo ebreo dell’Europa centrale nei campi di sterminio nazisti), e legittimato il ricorso a una nuova arma, incomparabilmente più letale di quelle esistenti e capace di distruggere in un sol colpo intere città: la bomba atomica.

L’Europa del dopoguerra fu sostanzialmente divisa da barriere politiche e ideologiche che condussero alla formazione di due blocchi contrapposti (quello occidentale, alleato con la NATO agli Stati Uniti, e quello orientale dominato dall’Unione Sovietica), e al manifestarsi di una nuova contrapposizione: la cosiddetta “Guerra Fredda”, in cui la pace era assicurata solo da un sostanziale equilibrio militare tra i due blocchi, entrambi in possesso di armi di distruzione di massa. In questo equilibrio, l’Europa occidentale (la cosiddetta “piccola Europa”), perso il suo primato a vantaggio degli Stati Uniti, recitò agli inizi solo una parte marginale. Debilitata dalla guerra e impegnata nello sforzo della ricostruzione, essa vide anche sgretolarsi gli imperi coloniali costituiti durante cinque secoli dalle sue maggiori potenze; tuttavia riuscì, usufruendo del sostegno ottenuto dagli Stati Uniti attraverso il piano Marshall, a superare la grave crisi in cui l’aveva gettata la guerra e a recuperare in breve tempo un rilevante peso economico, anche grazie alla creazione di importanti organizzazioni sovranazionali quali il Mercato comune europeo (MEC), e l’Associazione europea di libero scambio (EFTA). Un analogo progetto di collaborazione politica tardò invece ad avviarsi, a causa degli ostacoli rappresentati dalle differenze nazionali acuitesi con il conflitto e del timore di perdere una sovranità nazionale da diversi paesi appena riconquistata. Il processo di unificazione politica, avviato nel 1967 con la costituzione della Comunità europea, vide infatti solo nel 1979 l’elezione di un primo parlamento, sebbene ancora privo della capacità di incidere sulle politiche nazionali dei paesi membri.

La maggiore potenza europea del dopoguerra fu l’Unione Sovietica, l’unica capace di assumere un ruolo internazionale di primo piano (soprattutto grazie al suo peso militare e tecnologico), e di catturare un consenso ideologico non solo nei paesi del Terzo Mondo impegnati nella lotta contro il colonialismo (i cui preesistenti movimenti nazionalisti subirono una crescente influenza socialista e marxista), ma negli stessi paesi occidentali, come ad esempio in Francia, in Grecia e in Italia; qui, in particolare, le forze della sinistra comunista, rafforzatesi nella lotta contro il nazifascismo, sebbene escluse dai governi, ne condizionarono però le scelte.

Già alla fine degli anni Cinquanta e ancor più negli anni Sessanta, il modello sovietico cominciò tuttavia a mostrare i primi segni di crisi. La “destalinizzazione” promossa da Nikita Kruscev incise poco sulla sostanza del regime sovietico, che accentuò anzi i suoi tratti totalitari con Leonid Brežnev. L’insofferenza nei confronti della supremazia sovietica – che aveva già causato il distacco della Iugoslavia di Tito, sottrattasi all’influenza di Mosca nel 1948 – alimentò, a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta con l’insurrezione dell’Ungheria, un forte malcontento. Nella seconda metà degli anni Sessanta, nei paesi dell’Europa dell’Est crebbe un’opposizione sociale e politica ai regimi comunisti, la cui risposta consistette tuttavia in un aumento della repressione e, in alcuni casi, nel ricorso alle truppe del Patto di Varsavia (come ad esempio in Cecoslovacchia).

Negli anni Settanta, come effetto di un più generale processo di distensione avviato tra le superpotenze (ma anche della strategia della Ostpolitik inaugurata dal leader socialdemocratico tedesco Willy Brandt), i rapporti tra le “due Europe” andarono progressivamente migliorando. L’Unione Sovietica, pur rimanendo una temibile potenza nucleare, aveva perso la sua battaglia per il primato politico ed economico e cercava in un disimpegno militare l’occasione per un diverso impiego delle sue risorse. La “piccola Europa” era invece attratta dall’enorme mercato dell’Est, dove ambiva a esportare merci e contemporaneamente un’idea di civiltà e progresso elaborata in quarant’anni di sviluppo economico e politico. In entrambi i campi, rimaneva tuttavia la convinzione che la divisione internazionale affermatasi alla fine della seconda guerra mondiale avrebbe continuato a condizionare a lungo la storia europea.

Negli anni Ottanta, mentre nell’Europa occidentale avanzava il processo di unificazione (che coinvolgeva ormai molti paesi, tutti quelli più importanti), nell’Est la crisi giunse al suo epilogo, cioè allo stesso crollo del sistema comunista, in seguito a una rapida successione di eventi: la comparsa di una fortissima opposizione di ispirazione cattolica in Polonia, capeggiata dal sindacato Solidarność e ampiamente sostenuta dall’Occidente e in particolare dalla Chiesa cattolica, alla cui guida era stato eletto da poco il polacco Karol Wojtyła; la guerra dell’Afghanistan, costata all’Unione Sovietica un altissimo prezzo economico e in vite umane; l’affermarsi, all’interno dello stesso regime sovietico, di un gruppo di riformatori capeggiati da Michail Gorbaciov, eletto nel 1985 segretario generale del partito e nel 1988 alla presidenza del paese.

6. Sviluppi recenti

Tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta del XX secolo la geografia dell’Europa è stata ridisegnata dal crollo del sistema comunista dell’Est. Dall’implosione dell’Unione Sovietica sono nati diversi stati, la Cecoslovacchia si è divisa in due entità diverse; le due Germanie si sono riunite sotto la Repubblica Federale Tedesca. La crisi del sistema socialista si è consumata in un clima drammatico e incerto ma sostanzialmente pacifico, tranne che nella Repubblica federale iugoslava, dove vecchi rancori e, soprattutto, una scellerata strategia nazionalista perseguita dalle leadership delle repubbliche e delle comunità etniche e religiose che componevano l’arcipelago iugoslavo, hanno causato l’esplosione di un violentissimo e brutale conflitto (vedi Guerra civile iugoslava) che, dopo aver causato centinaia di migliaia di vittime e milioni di profughi, insidia tuttora la stabilità dei Balcani e la stessa esistenza dei nuovi stati nati dalla rottura del patto federativo.

Al fallimento dell’esperimento comunista, che ha segnato la storia recente dell’Europa, ha tuttavia corrisposto solo una parziale affermazione del modello occidentale, sia nella sua versione liberaldemocratica che in quella socialdemocratica. A sua volta infatti l’Europa occidentale, incalzata dalle grandi trasformazioni originate dalla globalizzazione dell’economia, è alle prese con la faticosa ricerca di nuovi modelli politici e sociali con i quali sostituire quelli sempre più contrastati dello stato nazionale e dello stato sociale. Al suo interno si vanno infatti da tempo manifestando insofferenze verso le idee-forza sulle quali la “piccola Europa” si è costituita e si è trasformata negli ultimi cinquant’anni e verso i principi che hanno sinora consentito il suo sviluppo sociale, politico ed economico. Lo stesso processo di unificazione, peraltro allargato a diversi paesi dell’ex blocco orientale, stenta a imboccare – dopo aver perseguito e perfezionato una strategia economica, da ultimo con l’Unione monetaria europea – una strada politica e sociale rivolta a restituire all’Europa il ruolo che ha avuto nel mondo negli ultimi secoli.