Mafia
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Mafia
2. Origini

Il fenomeno mafioso si sviluppò nel sistema economico proprio della Sicilia occidentale, basato sullo sfruttamento del latifondo. Questo sistema, ancora di stampo feudale, era organizzato secondo una struttura a piramide che prevedeva un vertice costituito dal proprietario terriero, un’estesa base di contadini e braccianti che lavoravano direttamente la terra, e un centro composto da una rigogliosa e articolata gerarchia di “vassalli”, affittuari e subaffittuari, intermediari ecc., che controllava l’andamento dei lavori, la quantità e la qualità dei raccolti, la riscossione di affitti e gabelle.

Questa sorta di “classe media”, già utilizzata dall’aristocrazia siciliana in funzione antiborbonica, venne usata contro la classe bracciantile e contadina allo scopo di preservare i privilegi aristocratici minacciati dalle leggi dello stato unitario tendenti a una riduzione dei latifondi. Sfruttando la diffusa ostilità verso un’autorità statale lontana e ignara della situazione siciliana, la mafia si trasformò, diventando un organismo sostitutivo dell’ordine legale, e intervenne nell’amministrazione della giustizia e nella gestione dell’economia, avviando una serie di attività al limite della legalità (o del tutto illegali) da cui gli affiliati e le loro famiglie traevano sostentamento. Da qui si sviluppò anche la struttura della mafia siciliana – simile per molti aspetti a quella della ‘ndrangheta calabrese e della camorra campana –, organizzata per “famiglie” (o “cosche”), autonome e parallele, composte da un numero relativamente basso di componenti e guidate da uno o più capi.

Lo spirito mafioso poggiava su un rigido codice d’onore e sull’omertà; i conflitti, le contese, i reati andavano regolati all’interno della comunità, facendo ricorso alla mediazione, ma anche all’intimidazione e alla violenza. I rapporti con le autorità dello stato venivano condannati e veniva punito soprattutto, anche con la morte, il passaggio di informazioni alla giustizia.