Coscienza (psicologia)
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Coscienza (psicologia)
2. La coscienza dalla filosofia alla psicologia

La maggior parte delle discussioni filosofiche sulla coscienza nacque dall’assunto della separazione tra mente e corpo, formulato dal filosofo francese Cartesio nel XVII secolo. Egli diede alla coscienza il significato di “consapevolezza soggettiva” di sé e dei propri contenuti mentali e la considerò come l’unica forma di conoscenza di cui l’essere umano non possa dubitare.

Il filosofo inglese John Locke identificò invece la coscienza con le sensazioni e le percezioni fisiche che essa stessa registra, mentre i filosofi tedeschi Gottfried Wilhelm Leibniz e Immanuel Kant le attribuirono un ruolo più centrale e attivo nell’organizzazione dell’esperienza umana.

Il filosofo che influenzò più direttamente i successivi studi psicologici sulla coscienza fu il tedesco Johann Friedrich Herbart. Egli sostenne che le idee possiedono una certa qualità e intensità e che possono favorirsi o inibirsi a vicenda. Le idee possono così passare da stati di realtà (consci) a stati di tendenza (inconsci); la linea che separa questi due ambiti costituisce la cosiddetta “soglia della coscienza”.

Questa concezione favorì lo sviluppo, da parte del fisiologo tedesco Gustav Theodor Fechner, della misurazione psicofisica della soglia della sensazione e il successivo sviluppo, da parte di Sigmund Freud, del concetto di inconscio.