| Coscienza (psicologia) | Articolo | ||||
| Per stampare le informazioni, scegliere Stampa dal menu File. | |||||
| 3. | Lo studio della coscienza |
Lo studio sperimentale della coscienza ebbe inizio nel 1879, quando il fisiologo e psicologo tedesco Wilhelm Max Wundt fondò a Lipsia il primo laboratorio di ricerca in psicologia sperimentale. Per Wundt il compito della psicologia era lo studio della struttura della coscienza, che si estendeva alle sensazioni e che includeva i sentimenti, le immagini, la memoria, l’attenzione, la durata, la dinamica e il movimento. La metodologia impiegata da Wundt si basava sull’introspezione: i soggetti riferivano allo sperimentatore i contenuti mentali della propria esperienza cosciente. Tale approccio introspettivo fu, in seguito, pienamente sviluppato dallo psicologo statunitense Edward Bradford Titchener.
Avendo stabilito come obiettivo quello di descrivere la struttura della mente, Titchener tentò di evidenziare, a partire dai resoconti introspettivi, le dimensioni degli elementi della coscienza. Il gusto, ad esempio, fu descritto secondo alcune dimensioni basilari, che implicavano quattro categorie: dolce, amaro, salato e aspro. Questo approccio è conosciuto come strutturalismo.
A partire dagli anni Venti del Novecento nell’ambito della psicologia si verificò una profonda rivoluzione: lo sviluppo del comportamentismo. Ciò produsse l’esclusione del concetto di coscienza da gran parte della riflessione psicologica per oltre cinquant’anni. Ad avviare questo movimento fu lo psicologo statunitense John Broadus Watson, il quale, in un articolo del 1913, scrisse: “Ritengo che si possa riscrivere una psicologia senza usare i termini coscienza, stati mentali, mente, immaginazione e simili”. Da quel momento in poi gli psicologi si dedicarono prevalentemente allo studio del comportamento, descritto in termini di stimolo e risposta, trascurando completamente il concetto di coscienza.