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Stati Uniti d’America
1. Introduzione

Stati Uniti d’America (nome ufficiale United States of America), repubblica federale dell’America settentrionale, costituita da 48 stati confinanti (i cosiddetti Lower 48) e da due stati geograficamente non contigui: l’Alaska e le isole Hawaii. I 48 stati limitrofi si estendono nella fascia centrale dell’America settentrionale e sono delimitati a nord dal Canada, a est dall’oceano Atlantico, a sud-est dal golfo del Messico, a sud-ovest dal Messico, a ovest dall’oceano Pacifico. A nord i Grandi Laghi e il fiume San Lorenzo delimitano in parte il confine con il Canada, mentre a sud il Rio Grande separa gli Stati Uniti dal Messico. Lo stato dell’Alaska è situato all’estremità nordoccidentale del continente americano e l’arcipelago delle isole Hawaii si trova nell’oceano Pacifico, a più di 5.000 km di distanza dalla costa statunitense. Gli Stati Uniti comprendono inoltre alcuni territori non incorporati, dipendenze e possedimenti, i principali dei quali sono Puerto Rico, le isole Vergini Americane, le Samoa Americane, Guam, le Marianne Settentrionali, gli atolli di Midway e Wake.

La superficie del paese è di 9.826.630 km², comprendendo l’Alaska e le isole Hawai, che si estendono ripettivamente per 1.717.854 km² e 28.311 km². L’intero sistema delle acque interne ha una superficie di 507.788 km². La linea costiera si estende per 19.924 km. La capitale è Washington, DC.

2. Territorio

Gli Stati Uniti presentano una grande varietà di paesaggi e ambienti che sono all’origine di una flora e di una fauna notevolmente diversificate, approfondite nelle voci riguardanti i singoli stati.

1. Morfologia

La struttura geomorfologica degli Stati Uniti è caratterizzata dalla presenza di due sistemi montuosi (quello dei monti Appalachi a est e quello delle Montagne Rocciose a ovest) allineati da nord a sud, e di un vasto insieme di pianure nella parte centrale. Essa è il risultato di una lunga successione di collisioni e separazioni di grandi aree della parte superficiale della crosta terrestre, in base alla teoria geologica della tettonica a zolle. Il nucleo continentale più antico è lo Scudo Canadese, o Altopiano Laurenziano, costituito da una massa di graniti e di altre rocce cristalline che affiorano in tutto il Canada orientale e nella parte nordorientale degli Stati Uniti. Alla formazione dello Scudo seguì un lungo periodo di inattività della crosta terrestre durante il quale il continente, in seguito a continui fenomeni erosivi, assunse l’aspetto di un tavolato che i mari adiacenti ricoprirono con spessi strati di sedimenti. Verso la fine di questo periodo estese foreste coprivano le superfici emerse, e la combinazione di materiale organico e di sedimenti marini permise la formazione di vasti giacimenti di petrolio e di carbone.

Il periodo di calma geologica ebbe termine quando i continenti dell’America settentrionale e dell’Europa entrarono in collisione nel primo periodo della formazione dei fossili, il Carbonifero, in seguito al quale i continenti americani si scontrarono con quello africano. Il fenomeno provocò la formazione del sistema montuoso degli Appalachi, originariamente costituito da vette elevate. Questa collisione determinò la deriva della massa continentale verso ovest con una conseguente espansione dell’oceano Atlantico e un periodo di calma geologica che interessò nuovamente le aree orientali degli Stati Uniti. Il materiale prodotto dall’erosione dei monti Appalachi si depositò e si accumulò nella regione interna delle Grandi Pianure e nelle pianure costiere affacciate sull’Atlantico e sul golfo del Messico.

Nel frattempo, la compressione tra la zolla americana in spostamento verso ovest e la zolla pacifica determinò la formazione di nuovi sistemi montuosi nella sezione occidentale: le Montagne Rocciose con i loro altipiani (del Colorado e del Montana) e le loro catene montuose, come le Black Hills del South Dakota. Lo slittamento delle rocce lungo le faglie formate da ulteriori spinte determinò la formazione della Sierra Nevada in California, dei monti Wasatch nello Utah, delle catene montuose allineate del Nevada e della Teton Range nel Wyoming. Il suolo dell’Arizona e dello Utah meridionale si sollevò e i fiumi incisero profondi canyon.

2. Effetti dei mutamenti climatici

Nel Pleistocene grandi calotte di ghiaccio iniziarono a coprire la parte orientale del Canada e i rilievi dell’Ovest e da qui iniziarono un graduale spostamento verso sud trasportando materiale roccioso e detriti. Le erosioni glaciali hanno determinato l’attuale configurazione del paesaggio del New England e del Minnesota settentrionale, caratterizzato da accumuli morenici e da laghi allineati. Lo scioglimento dei ghiacci alimentò i fiumi Hudson, Illinois, Minnesota, Missouri e Columbia, che nel loro corso scavarono ampie valli; esso fu anche all’origine della formazione dei Grandi Laghi.

Morfologie glaciali si rintracciano in tutta la fascia settentrionale degli Stati Uniti, a partire dai bassi crinali sabbiosi che segnano i letti e le sponde di antichi laghi ai confini orientali e occidentali del Vermont e nell’Ohio nordoccidentale, attraverso le sabbiose province centrali del Wisconsin, nei pressi del Red River in Minnesota, nel South Dakota e nel North Dakota, intorno al Grande Lago Salato nello Utah, sino al bacino Missoula nel Montana e nella Central Valley in California.

I fenomeni di glaciazione hanno inoltre lasciato spessi depositi di loess sulle fertili pianure circostanti i fiumi Mississippi e Missouri, sui più scoscesi promontori del Wisconsin occidentale e del Tennessee occidentale, nelle regioni orientali dello stato di Washington. Episodi di innalzamento del livello dei mari hanno portato alla formazione di distese sabbiose all’interno della pianura costiera del golfo del Messico e sui pendii delle montagne che dominano l’oceano Pacifico; la baia di Chesapeake e molte altre valli di origine fluviale, situate lungo la costa atlantica dalla Georgia al Connecticut, si formarono invece in seguito a fasi di abbassamento del livello dei mari.

3. Clima

Negli Stati Uniti il clima è ovunque temperato, a esclusione dell’Alaska, situata nella fascia climatica subartica. Esso presenta tuttavia marcate variazioni regionali dovute alla disposizione dei rilievi, orientati in senso meridiano, e alla diversa influenza degli oceani. La vasta sezione interna del paese, priva di sbarramenti orografici, è particolarmente esposta alle masse d’aria fredda provenienti dal Polo Nord, che possono spesso raggiungere le aree più meridionali del paese, e, in senso opposto, alle masse d’aria calda e umida provenienti dai tropici, che possono spingersi sino alle regioni nordorientali.

La sezione orientale del paese, esposta all’Atlantico, è soggetta a sud agli influssi subtropicali, che rendono gradevole il clima della Florida, a nord agli influssi continentali, come dimostra il clima severo di New York. La sezione occidentale è invece condizionata climaticamente dalle correnti oceaniche occidentali, che rendono umidi e piovosi i versanti montuosi rivolti al Pacifico a nord, mentre a sud, nella California, prevalgono gli influssi subtropicali che apparentano il clima locale a quello mediterraneo. Tutta la parte interna, invece, dalle Grandi Pianure sino alle catene costiere, schermata dai rilievi, è poco piovosa e in certe aree addirittura desertica.

Due fenomeni, legati alla circolazione atmosferica, condizionano in modo determinante il clima degli Stati Uniti. Il primo, legato agli alisei, riguarda le correnti ascendenti di aria calda e umida provenienti dalla fascia equatoriale che, a 30° di latitudine nord, perduta l’umidità, iniziano a scendere, portando condizioni atmosferiche calde e asciutte nelle aree sudoccidentali del paese, soprattutto in estate. Un altro fenomeno significativo è la corrente a getto, cioè quel forte vento che soffia generalmente da ovest verso est negli strati alti dell’atmosfera, e che influenza in modo decisivo la circolazione negli strati più bassi dell’atmosfera stessa.

In estate la corrente a getto si trova generalmente vicino al confine con il Canada, ma può spostarsi a nord fino all’Alaska o a sud fino alla Louisiana. Nello stato di Washington e in Alaska essa porta l’aria umida del Pacifico verso le regioni interne, mentre negli altri stati occidentali hanno la prevalenza le masse di aria asciutta provenienti dal Messico e dal Canada. A est, al contrario, la corrente a getto può determinare lo spostamento di masse d’aria umida dal golfo del Messico al Canada. Durante l’inverno il sistema dei venti influenza le regioni meridionali del paese. Le masse d’aria provenienti dal Pacifico portano nuvole e pioggia sui rilievi della costa californiana e dell’Alaska meridionale.

I cataclismi meteorologici sono strettamente connessi alla direzione stagionale della corrente a getto e ai fronti a essa associati. Le piogge torrenziali sono più frequenti nelle vicinanze del golfo del Messico; i tornado si verificano nelle regioni centrali degli Stati Uniti, dove le masse d’aria provenienti dal Canada e dal golfo si scontrano violentemente; gli uragani si sviluppano nella tarda stagione estiva e, provocati dalle masse d’aria calda provenienti dall’Atlantico, si spostano verso gli stati sudorientali nella stagione autunnale. Le abbondanti nevicate invernali negli Stati Uniti orientali sono causate dal rapido raffreddamento dell’aria del golfo, fenomeno che, nella regione dei Grandi Laghi, risulta amplificato dai venti continentali freddi provenienti da nord.

4. Idrografia

Il territorio degli Stati Uniti è diviso in diversi sistemi idrografici. Anzitutto la sezione orientale del paese riversa le sue acque nell’oceano Atlantico attraverso la serie di fiumi che scendono dagli Appalachi: l’Hudson, il Delaware, il Susquehanna, il Potomac e il Savannah, tutti con una portata considerevole, dovuta alle frequenti precipitazioni; essi, grazie a ciò, costituiscono importanti vie di comunicazione utilizzate in prevalenza per il trasporto delle merci.

Tutta la grande regione interna convoglia le sue acque nel golfo del Messico, in massima parte attraverso il Mississippi. Dalla sinistra esso riceve affluenti importanti come l’Ohio, il Tennessee e l’Illinois, soggetti a piene frequenti nella stagione primaverile, con portate che diminuiscono nelle calde settimane della tarda estate e nei nevosi mesi invernali. La regolazione del flusso e il controllo delle piene di questi fiumi sono stati messi a punto attraverso un complesso sistema di dighe e argini.

Lo scioglimento delle nevi alimenta gli affluenti che scorrono da ovest, tra cui il Missouri, il Platte e l’Arkansas. Al golfo del Messico tributano direttamente altri fiumi, come il Rio Grande. Al Pacifico sono diretti i corsi d’acqua che drenano le regioni occidentali come il Colorado, il Sacramento, lo Snake e il Columbia, che scorrono verso ovest. Quasi tutti questi fiumi riducono la loro portata allontanandosi dalle sorgenti montane e alcuni, come il Colorado, sono regolati da dighe e deviati per un utilizzo urbano e agricolo così massiccio che non portano più acqua al mare. In Alaska tutta la rete idrografica è legata allo Yukon.

Dei numerosi laghi presenti sul territorio statunitense i principali sono i Grandi Laghi (Superiore, Michigan, Huron, Erie e Ontario), collegati tra loro da una serie di canali e corsi d’acqua; essi rappresentano il bacino lacustre più esteso del mondo, collegato a sua volta, attraverso il San Lorenzo, all’oceano Atlantico. Innumerevoli laghi minori sono disseminati nella zona nordorientale degli Stati Uniti, nel Midwest settentrionale e in gran parte dell’Alaska. Fra i principali vi sono il Champlain, il Winnipesaukee e il Cayuga a nord-est, e il Winnebago, il Red e i Mille Lacs nel Midwest. Il Grande Lago Salato dello Utah e molti altri bacini di estensione minore situati nello stato del Montana costituiscono i resti di laghi molto più estesi formatisi in epoca glaciale.

5. Flora

Quando iniziò la colonizzazione europea circa metà del territorio statunitense era ricoperto da foreste, l’estensione delle quali è stata negli anni notevolmente ridotta per lasciare il posto a coltivazioni e insediamenti abitati. Gli Stati Uniti conservano tuttavia una vegetazione molto ricca che varia in corrispondenza delle diverse fasce climatiche del paese.

La vegetazione dell’Alaska settentrionale è dominata da una tundra brulla, battuta dal vento, dove crescono in prevalenza muschi, licheni e bassi arbusti. Nelle regioni interne e meridionali la stagione favorevole alla crescita è più lunga e spiega la presenza di alcune specie di conifere, in particolare abeti. Qui si sviluppa la taiga che si estende fino al New England settentrionale e alla regione dei Grandi Laghi.

A sud della taiga crescono foreste di conifere e latifoglie quali pini, aceri, olmi, betulle, querce, noci americani, faggi e sicomori. Questo tipo di vegetazione caratterizza la regione dei Grandi Laghi e la maggior parte del New England e degli stati del Middle Atlantic. Le specie arboree si fanno più numerose procedendo verso sud: il Parco nazionale delle Great Smoky Mountains, che si trova tra il North Carolina e il Tennessee, ospita più specie di alberi dell’intero continente europeo.

Nelle regioni che si affacciano sul golfo del Messico crescono in prevalenza foreste di pini, oltre a magnolie e alberi della gomma (tupelo); lungo le coste paludose si incontrano cipressi e mangrovie che permettono alla costa di resistere all’erosione del vento e delle mareggiate.

A ovest degli Appalachi le fitte foreste di latifoglie si estendono sino alla valle del Mississippi, ma, procedendo verso il centro delle Grandi Pianure, diventano sempre più rade, per lasciare il posto a gruppi isolati di querce e praterie. Queste, prima che la terra fosse destinata alla coltivazione, occupavano l’attuale Corn Belt, dall’Indiana alle Grandi Pianure dell’est. Più a ovest, in corrispondenza di climi più aridi, la vegetazione delle praterie è dominata a nord da specie arbustive quali l’artemisia, e a sud dal mesquite e dal ginepro.

La graduale transizione verso la tipica vegetazione delle zone aride è interrotta dalle Montagne Rocciose e da contrafforti montuosi isolati, dove crescono alberi d’alto fusto. Qui pini e ginepri, sui bassi versanti, lasciano il posto, a quote più elevate, a pioppi tremuli, abeti e abeti rossi. In tutti gli stati del Mountain e in quelli affacciati sul Pacifico le zone aride, caratterizzate da una povera vegetazione arbustiva, si alternano a quelle montuose, ricche di foreste. Nelle aree desertiche crescono l’artemisia, il ginepro, il mesquite, cespugli di creosoto e yucca; le “foreste” di cactus, che nell’immaginazione popolare sono associate alle aree desertiche, si trovano in realtà sui versanti dei rilievi nel deserto del Mojave e nel deserto di Sonora. Sull’altopiano del Colorado, più alto e ancora piuttosto arido, si trovano pini ponderosa e piñon.

Le estati calde e secche e gli inverni miti e umidi delle coste della California meridionale permettono la crescita di una particolare vegetazione arbustiva xerofila, meglio conosciuta come chaparral. Più a nord, sulle pendici occidentali dei rilievi costieri e della Sierra Nevada, la stagione invernale più lunga e particolarmente piovosa favorisce la crescita di sequoie. Nell’Oregon occidentale e nello stato di Washington cresce una ricca foresta, alimentata dalle abbondanti precipitazioni, che ospita innumerevoli specie di abeti, cedri e pini (alcuni dei quali di statura gigante, come il pino Douglas), che costituiscono un’importante risorsa forestale. Lungo le coste dell’Alaska le specie arboree sono meno numerose, ma caratterizzate da una rapida crescita.

La vegetazione delle isole Hawaii, dove il clima è influenzato dalla presenza dei rilievi e dagli alisei carichi di umidità, presenta lungo la costa nordorientale foreste di alberi di guava che alle medie altitudini, dove si registra una media delle precipitazioni annuali particolarmente elevata, lasciano il posto a una ricca foresta tropicale (ohia). A quote elevate la vegetazione è di tipo arbustivo e sulle vette più alte, il Mauna Loa e il Mauna Kea, si trovano macchie di tundra. Le zone sottovento (sud-est) sono, di fatto, aride e ospitano cespugli spinosi di koa e kiave che crescono sui pendii leggermente più umidi.

6. Fauna

Nelle zone artiche e nella tundra montana vivono la marmotta, lo scoiattolo e, occasionalmente, l’orso. Numerosi grandi mammiferi, tra i quali il tricheco e la foca, trovano un habitat ideale nelle regioni costiere dell’Alaska. Caribù e alci trascorrono l’estate nella tundra, mentre d’inverno migrano verso sud nelle foreste di conifere. Le foreste di latifoglie delle montagne appalachiane ospitano l’alce, l’orso bruno, la volpe, il cervo, il procione, la moffetta e una grande varietà di piccoli uccelli. Lungo la costa del golfo del Messico vivono volatili quali il pellicano, il fenicottero e il martin pescatore, mentre le acque delle paludi costiere e della Florida sono abitate dall’alligatore. I bisonti vengono comunemente associati alle praterie, sebbene un tempo popolassero la maggior parte dell’America orientale, prima di essere quasi completamente sterminati dagli europei; oggi vivono solo in aree protette o in cattività. Tartarughe, conigli e cani della prateria vivono nelle regioni centrali.

Gli stati montuosi occidentali, in particolare l’Alaska, sono gli ultimi rifugi di animali di grossa taglia: l’alce, l’antilocapra, il cervo, la pecora bighorn (delle Montagne Rocciose), la capra delle nevi, il lupo e, in poche zone isolate, il grizzly. In Alaska vive inoltre l’orso kodiak (vedi orso bruno), il più grande carnivoro del Nord America. Le zone desertiche dell’Ovest sono abitate da pochi animali di piccola taglia e, in alcuni casi, da serpenti velenosi; il ratto canguro, la lucertola e i rapaci sono animali tipici di queste inospitali regioni. La fauna delle Hawaii comprende molte specie autoctone, ma fra queste molte sono quasi estinte a causa delle modificazioni indotte nell’habitat naturale dall’uomo. L’unico mammifero indigeno presente nelle Hawaii è il pipistrello.

7. Problemi e tutela dell’ambiente

La pressione demografica e un tenore di vita fra i più alti del mondo stanno intaccando le risorse naturali del paese. L’acqua dolce scarseggia negli aridi stati dell’Ovest, dove le risorse idriche vengono impiegate per l’irrigazione dei campi coltivati. La maggior parte dei corsi d’acqua è inquinata da composti chimici impiegati in agricoltura (sebbene negli ultimi anni i pesticidi siano stati gradualmente sostituiti nel controllo dei parassiti dall’applicazione di sistemi biologici di lotta integrata), oppure dagli scarichi industriali e civili (per quanto gli Stati Uniti siano all’avanguardia nell’uso di tecnologie per la depurazione delle acque). L’assetto idrografico è stato in passato alterato dall’uomo con la creazione di numerosi bacini artificiali, la modifica dei corsi naturali dei fiumi principali o lo sbarramento degli stessi con la costruzione di dighe. La diffusa consapevolezza che tali interventi siano spesso causa di alterazioni degli equilibri ambientali ha frenato un approccio aggressivo sull’irreggimentazione delle acque.

I suoli sottoposti ad agricoltura intensiva sono soggetti a erosione e a un grave degrado. Lo sviluppo urbano continua a trasformare fertili campi e zone boschive in distese d’asfalto e il problema della deforestazione si fa sempre più pressante. Quasi tutte le foreste originarie sono state abbattute, tranne quelle situate nelle zone più remote e quelle incluse nelle aree protette. Il servizio forestale e alcune compagnie private gestiscono parte del patrimonio forestale e gli interventi relativi al taglio del legname. Le operazioni di trattamento dei minerali svolte nelle miniere di rame e carbone a cielo aperto hanno ricadute pesanti sull’ambiente.

Con un’estensione che abbraccia molte latitudini, gli Stati Uniti ospitano diversi tipi di biomi ed ecosistemi. Molti degli habitat naturali sono stati significativamente alterati e alcuni, come la prateria, sono quasi scomparsi. Sono habitat a rischio anche alcuni deserti e zone umide, come gli estuari della baia di Chesapeake e gli acquitrini delle foreste nordorientali.

Il territorio protetto copre l’23,1% della superficie del paese (2007). Nel 1872 fu fondato il Parco nazionale di Yellowstone, il primo al mondo concepito per la tutela dell’ambiente. Oggi il governo gestisce, oltre a numerosi parchi nazionali, un sistema di monumenti naturali, aree ricreative e rifugi per animali selvatici. Tuttavia, anche le organizzazioni non governative hanno un ruolo importante nella salvaguardia del patrimonio naturale. Mammoth Cave, Great Smoky Mountains, Death Valley, Sequoia e Dry Tortugas sono alcuni tra i principali parchi nazionali. Molti parchi sono iscritti nelle liste dei World Heritage Sites, ad esempio il Grand Canyon, l’Hawaii Volcanoes, l’Everglades, lo Yosemite e il Redwood. Negli Stati Uniti vi sono 47 riserve della biosfera nel quadro del programma MAB (Man and the Biosphere, L’uomo e la biosfera) dell’UNESCO. Il paese coopera con il Canada a numerosi progetti per la conservazione del suolo; inoltre, è prevista la realizzazione di un parco transnazionale fra Stati Uniti d’America e Messico.

Dalla metà degli anni Settanta il tema del risparmio energetico è particolarmente sentito sia dall’opinione pubblica sia dalle istituzioni governative. In quasi tutte le comunità sono stati adottati regolamenti edilizi particolarmente severi in tema energetico e la crescita della domanda di energia è calata significativamente. In California e nell’area sudorientale vengono sfruttate l’energia eolica e l’energia solare, anche se il loro contributo alla produzione totale di energia è minimo. Le centrali a carbone producono ancora più della metà dell’energia nel paese. Le centrali idroelettriche, situate in particolare nella zona del Pacific, e le centrali nucleari, dislocate soprattutto nell’area nordorientale, sono altre fonti energetiche importanti. Ma l’industria del nucleare, di cui gli Stati Uniti furono fra i pionieri negli anni Cinquanta, è stata fortemente rallentata dall’opposizione pubblica, dagli alti costi di costruzione degli impianti e da incidenti a cui è stata data grande risonanza.

In quanto maggiori consumatori mondiali di energia, gli Stati Uniti sono anche i principali responsabili delle emissioni gassose alla base dell’effetto serra. In ottemperanza al Protocollo di Montréal, il paese ha diminuito le proprie emissioni di CFC (clorofluorocarburi), che contribuiscono alla distruzione dello strato di ozono e al riscaldamento globale. Circa metà dell’inquinamento atmosferico proviene dall’industria e il resto dagli scarichi degli autoveicoli. L’inquinamento atmosferico urbano è regolato da un atto federale noto come Clean Air Act (Atto per l’aria pulita), tuttavia i singoli stati adottano spesso normative più severe, ma molte grandi città continuano a superare i livelli di guardia e nuove leggi sono state adottate per limitare i danni causati dalle piogge acide.

Gli Stati Uniti hanno ratificato il Trattato Antartico, i Trattati per il legname tropicale del 1983 e del 1994 e numerosi altri accordi internazionali sull’ambiente in tema di inquinamento atmosferico, cambiamento climatico, specie in via d’estinzione, modificazioni ambientali, scarico dei rifiuti in mare, conservazione della vita marina, eliminazione dei test nucleari, protezione dell’ozonosfera, inquinamento navale, tutela delle zone umide e caccia alle balene.

3. Popolazione

La popolazione degli Stati Uniti è il risultato di un processo immigratorio imponente, il più grandioso della storia dell’uomo, avvenuto nel giro di un paio di secoli. Nella seconda metà del Settecento vi erano negli Stati Uniti soltanto 3,9 milioni di abitanti, divenuti 23,2 alla metà del secolo successivo. A partire da quella data le ondate immigratorie si fecero via via più massicce, sino a raggiungere cifre di 9-10 milioni di persone nel corso di appena un decennio, come è accaduto nei primi del Novecento.

Oggi la popolazione, etnicamente composita come in nessun altro paese al mondo, ma dominata culturalmente dall’elemento anglosassone, è di 303.824.650 abitanti (2008). La sua distribuzione è molto ineguale. La parte più popolosa è la sezione orientale, dove si registrano densità medie superiori ai 150 abitanti per km² (la densità media dell’intero paese è di appena 33 unità per km²), che si elevano alquanto nella regione occupata dalla cosiddetta megalopoli atlantica, la corona di grandi città che si estendono tra Washington, DC e Boston.

La popolazione degli Stati Uniti è però caratterizzata, oggi come agli inizi del popolamento europeo, da una grande mobilità: negli anni Ottanta e Novanta, ad esempio, si sono avuti massicci spostamenti dagli stati del Nord-Est e del Centro-Nord verso gli stati del Sud e dell’Ovest, accompagnati da una sempre crescente diversificazione per quanto concerne la composizione etnica, la lingua e la religione. Durante il decennio 1980-1990 si è verificato un incremento di 22.164.068 unità che, nella misura di circa il 54%, ha interessato gli stati di California, Nevada, Texas e Florida, dovuto sia a spostamenti interni sia al maggior incremento naturale della popolazione di questi stati, dove sono presenti forti comunità di origine ispanica.

1. Composizione etnica

La popolazione degli Stati Uniti ha una composizione etnica estremamente diversificata e tutt’altro che stabilizzata. Così, ad esempio, se il totale della popolazione è cresciuto del 9,8% tra il 1980 e il 1990, pari cioè a un incremento medio di poco inferiore all’1%, la popolazione degli afroamericani è aumentata del 14,2%, dai 26,7 milioni del 1980 ai 30,5 milioni del 1990. Le persone di origine ispanica sono passate da 14,6 milioni a 22,4 milioni fra il 1980 e il 1990, con un incremento pari al 53%. La popolazione dei nativi americani, praticamente decimati nelle terre migliori e più appetite dagli europei, è oggi di appena 2.475.956 persone, compresi gli inuit (eschimesi) e gli aleuti, che corrisponde allo 0,9% della popolazione totale. Il censimento del 1990 dava pari a 7,5 milioni il numero degli abitanti provenienti dalle isole dell’Asia e del Pacifico.

Sempre secondo il censimento del 1990, il gruppo maggiore (circa 58 milioni di americani) è di discendenza germanica, mentre 38,7 milioni hanno origini irlandesi e 32,7 milioni origini inglesi. Cospicuo è anche il numero degli abitanti di origine italiana e slava. La maggioranza bianca, durante gli anni Settanta-Novanta, si è ridotta percentualmente sia per l’immigrazione proveniente dall’Asia, dall’America latina e da altre aree, sia per i tassi di crescita più elevati fra la popolazione di colore. Nel 1990 i bianchi costituivano circa l’80% della popolazione statunitense, i neri il 12,3%, gli amerindi lo 0,8% e gli abitanti provenienti dalle isole dell’Asia e del Pacifico il 3%.

2. Distribuzione geografica

Negli anni Novanta le tendenze nella distribuzione geografica della popolazione statunitense continuavano a essere diversificate: la crescita demografica delle zone a Sud e a Ovest avveniva a spese degli stati delle regioni centrali del Nord e del Nord-Est. I non bianchi e gli ispano-americani tendono a rimanere concentrati nelle medesime zone geografiche. Nel 1990, ad esempio, i neri costituivano più di un quinto della popolazione di sette stati, tutti nel Sud: Mississippi, South Carolina, Louisiana, Georgia, Alabama, Maryland e North Carolina. Circa il 46% dei nativi americani viveva nell’Ovest e quasi tutti gli inuit e gli aleuti risiedevano in Alaska. Quasi la metà dei 7,3 milioni di abitanti provenienti dalle isole dell’Asia e del Pacifico erano in California e alle Hawaii, mentre il 65% dei 22,4 milioni di ispano-americani viveva in California, Texas, New York e Florida. I dati del censimento del 1980 mostravano nel precedente decennio un incremento della popolazione urbana di appena lo 0,1% dal 1970 al 1980, l’aumento decennale più esiguo in tutta la storia del paese.

3. Divisioni amministrative e città principali

Gli Stati Uniti d’America sono costituiti da 50 stati e da un Distretto federale, il District of Columbia; gli stati sono: Alabama, Alaska, Arizona, Arkansas, California, Colorado, Connecticut, Delaware, Florida, Georgia, Hawaii, Idaho, Illinois, Indiana, Iowa, Kansas, Kentucky, Louisiana, Maine, Maryland, Massachusetts, Michigan, Minnesota, Mississippi, Missouri, Montana, Nebraska, Nevada, New Hampshire, New Jersey, New Mexico, New York, North Carolina, North Dakota, Ohio, Oklahoma, Oregon, Pennsylvania, Rhode Island, South Carolina, South Dakota, Tennessee, Texas, Utah, Vermont, Virginia, Washington, West Virginia, Wisconsin, Wyoming.

Le città principali sono, per importanza di funzioni e numero di abitanti, New York e Chicago; seguono nell’ordine le conurbazioni di Los Angeles e San Francisco, che insieme formano la megalopoli della costa occidentale, ormai in competizione con quella atlantica (formata da New York, Boston, Philadelphia, Baltimora e Washington, DC). Molte altre città svolgono importanti funzioni regionali, spesso con precise specializzazioni dal punto di vista economico. Gli Stati Uniti contano ben venticinque città popolate da oltre 2 milioni di abitanti e una quarantina con più di un milione. Nel 2005 gli abitanti delle città costituivano l’81% della popolazione, quelli delle campagne il 19%.

4. Lingua e religione

La lingua ufficiale degli Stati Uniti è l’inglese, parlato dalla grande maggioranza della popolazione. Tuttavia, quasi 32 milioni di residenti parlano in famiglia una lingua diversa: circa il 54% di questi utilizza lo spagnolo, mentre altre lingue diffuse sono il cinese, il giapponese, il coreano, il vietnamita, l’arabo, l’italiano, il francese, il tedesco, il polacco, il greco, il portoghese e quelle parlate dai nativi americani.

Dalla colonizzazione fino al XIX secolo in ogni stato si assistette al fiorire di innumerevoli congregazioni e correnti religiose, tutte di ispirazione cristiana. Dopo l’adozione della Costituzione del 1788 si vennero allentando i legami tra i singoli stati e le loro particolari chiese. Durante la prima metà del XIX secolo la popolazione statunitense era in grande parte di religione protestante, mentre i cattolici e gli ebrei costituivano esigue minoranze. Il numero dei cattolici crebbe significativamente a partire dal 1820 con l’arrivo di molti immigrati dall’Irlanda; tra il 1845 e il 1855 questa emigrazione si fece più massiccia, a causa di una grave carestia che colpì il paese. Dopo il 1848, in seguito ai moti popolari soffocati da una violenta repressione, un gran numero di luterani emigrò in America dalla Germania, mentre nella seconda metà del secolo la maggior parte degli immigrati proveniva dalle nazioni dell’Europa meridionale e orientale – Italia, Austria, Ungheria e Russia – ed era di religione cattolica o ebraica. Fra gli sviluppi religiosi del XIX secolo vi fu la fondazione di alcune chiese locali, fra le quali la Chiesa di Gesù Cristo dei Santi dell’Ultimo Giorno, alla quale appartengono i mormoni, la Chiesa avventista del Settimo Giorno e i Testimoni di Geova.

Il protestantesimo è attualmente la religione maggiormente diffusa negli Stati Uniti (53% della popolazione); fra i maggiori gruppi protestanti vi sono i battisti (19%), i metodisti (8%) e i presbiteriani (2,8%). La comunità cattolico-romana rappresenta circa il 25% della popolazione totale. La religione non cristiana numericamente più rilevante è quella ebraica (2%), seguita da quelle musulmana (1,9%), buddhista e induista.

5. Istruzione e cultura

Nella maggior parte degli Stati Uniti l’analfabetismo è pressoché assente. Il tasso di alfabetizzazione della popolazione adulta è pari al 99,5% (1995). Nel 1996 i quattro quinti degli americani di età superiore ai 25 anni avevano completato le scuole superiori; un risultato notevole se paragonato alla percentuale del 15% rilevata nel 1940.

5.1. Scuole e università

Nel paese ci sono istituzioni scolastiche sia pubbliche sia private che garantiscono l’educazione a partire dall’asilo nido fino all’università. L’istruzione elementare e secondaria richiede dodici anni di scuola, al termine dei quali viene rilasciato un diploma. In teoria la responsabilità della gestione dell’educazione pubblica è locale. In realtà il controllo locale è stato in gran parte sostituito dalla legislazione statale che si occupa dei sistemi di finanziamento, delle linee-guida dei programmi e delle politiche scolastiche. Essendo di competenza dei singoli stati, esistono nel paese diversi sistemi di istruzione pubblica. A livello di istruzione elementare e secondaria, essa è finanziata da tre livelli istituzionali: locale, statale e federale. Poiché le tasse locali sono legate ai livelli di reddito delle singole zone, esiste una disparità nella qualità dei servizi educativi offerti: nelle zone più ricche le scuole hanno maggiori finanziamenti, mentre in quelle più povere accade il contrario.

I primi atenei furono fondati tra la metà del XVII e del XVIII secolo. Teologia, giurisprudenza e medicina erano le principali materie insegnate nelle università di Harvard, Yale, Princeton, alla Columbia University e al Dartmouth College. Un’importante svolta all’insegnamento universitario fu impressa nel 1862 dal presidente Abraham Lincoln, che finanziò l’istituzione di università destinate all’insegnamento di discipline di carattere pratico, quali le scienze agrarie e le arti industriali. L’atto promulgato da Lincoln (Morril Act) prevedeva l’accesso all’università indipendentemente dalle possibilità economiche della famiglia d’origine e incoraggiava la frequenza femminile. Fra le istituzioni universitarie create a partire dal Morril Act si ricordano la University of Arizona, la University of California a Berkeley, la Michigan State University e la University of Wisconsin. Altri prestigiosi istituti universitari del paese sono la Cornell University, la Johns Hopkins University, la New York University e la Stanford University.

5.2. Biblioteche

Nel 1992 gli Stati Uniti possedevano più di 31.850 biblioteche. Circa il 48% di esse erano pubbliche, mentre 4620 erano di proprietà di college o università. La principale è la Library of Congress a Washington, DC, ma molto importanti sono anche le biblioteche municipali di città come New York, Los Angeles, Boston, Philadelphia, Baltimora, Portland (nell’Oregon) e quelle di grandi istituzioni accademiche come le università di Harvard, Stanford e Yale, la University of Michigan, la Columbia University, la University of California a Berkeley, e la University of Texas a Austin. Molte di queste biblioteche contengono collezioni di libri particolari e rari, come quelli raccolti dal centro Schomburg per le ricerche sulla cultura nera presso la New York Public Library; altre famose collezioni sono la Huntington Library a San Marino (California); la Pierpont Morgan Library di New York e la Folger Shakespeare Library a Washington, DC.

5.3. Musei

Gli Stati Uniti ospitano più di 7000 musei, i principali dei quali sono: il Museum of Modern Art di New York, il più vasto e accreditato museo d’arte moderna del mondo; lo Hirshhorn Museum and Sculpture Garden a Washington, DC, che ospita importanti collezioni d’arte moderna, e il San Francisco Museum of Modern Art. Altri importanti musei sono: il Metropolitan Museum of Art, il Guggenheim Museum e il Whitney Museum of American Art di New York, l’Art Institute di Chicago, il Museum of Fine Arts di Boston, il M.H. of Young Fine Arts Museum di San Francisco, il Philadelphia Museum of Art e il Museum of Fine Arts di Houston. A Los Angeles si trova inoltre il J. Paul Getty Museum, mentre la città di Washington, DC ospita dal 1985 l’Holocaust Museum.

Fra i maggiori musei scientifici vi sono l’American Museum of Natural History di New York; la Smithsonian Institution a Washington, DC; il Field Museum of Natural History e il Museum of Science and Industry, entrambi a Chicago; l’Academy of Natural Sciences di Philadelphia; la Maryland Academy of Sciences di Baltimora e il Natural History Museum di Los Angeles.

5.4. Musica, danza e teatro

La prima orchestra sinfonica americana, la Philharmonic Society of New York, fu fondata nel 1842, mentre le prime lezioni in un Conservatorio di musica si tennero all’Oberlin College nel 1865. Fra le maggiori orchestre sinfoniche attive negli Stati Uniti ricordiamo la Boston Symphony Orchestra, la Chicago Symphony Orchestra, la Cleveland Orchestra, la Los Angeles e la New York Philharmonic. Oltre a queste orchestre dal grande organico, esistono numerosi piccoli ensemble che eseguono musica da camera, come il Julliard String Quartet e il Kronos Quartet, nati nelle università e un po’ ovunque in tutto il paese. Gli Stati Uniti possiedono inoltre importantissimi enti lirici, tra i quali il più famoso è certamente la Metropolitan Opera di New York, dislocati in tutte le maggiori città.

Il New York City Ballet e l’American Ballet Theater, entrambi fondati negli anni Quaranta, esercitano una notevole influenza creativa sulla danza contemporanea americana. Importanti compagnie di ballo sono inoltre il San Francisco Ballet, il Dance Theater of Harlem e l’Alvin Ailey American Dance Theater. Tra i maggiori protagonisti della danza moderna e contemporanea statunitense si ricordano Isadora Duncan, Martha Graham, Merce Cunningham, Paul Taylor, Trisha Brown, Lucinda Childs e Bill T. Jones. Il teatro negli Stati Uniti ha visto un sempre crescente interesse da parte del pubblico a partire dalla metà degli anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta. Le maggiori sale sono concentrate nelle grandi città (la via dei teatri più conosciuta al mondo è senza dubbio Broadway, a New York), ma compagnie di professionisti e di dilettanti sono attive in tutto il paese. Tra i drammaturghi di spicco del panorama teatrale statunitense si citano Eugene O’Neill, Tennessee Williams, Arthur Miller, Edward Albee, Sam Shepard e David Mamet. Un ruolo fondamentale nella storia del teatro occidentale contemporaneo ha svolto infine la compagnia del Living Theatre.

Per approfondimenti riguardanti la cultura del paese, vedi Arte statunitense; Cinema statunitense; Letteratura statunitense.

4. Economia

Gli Stati Uniti sono la prima potenza industriale a livello mondiale dall’inizio del XX secolo. Fino alla seconda metà dell’Ottocento l’economia del paese poggiava tradizionalmente sull’agricoltura; dopo la guerra di secessione, che vide lo scontro fra gli stati industriali del Nord e quelli agricoli del Sud, furono compiuti importanti progressi nella produzione di beni industriali di base; in seguito, con la prima guerra mondiale, i manufatti iniziarono a dominare le esportazioni più delle materie prime. Con lo sviluppo dell’industria, l’agricoltura divenne più meccanizzata ed efficiente, utilizzando sempre minor forza lavoro.

Dopo la seconda guerra mondiale si assistette allo sviluppo del settore dei servizi, come la pubblica amministrazione, le libere professioni, le attività commerciali e finanziarie. Oggi il settore dei servizi è il più rilevante dal punto di vista economico e impiega il 77,8% della forza lavoro; l’industria ne impiega invece il 20,6% e l’agricoltura solo il 1,6%.

L’economia degli Stati Uniti si è basata sin dalle origini sulla libertà d’impresa, protetta dalle regole del capitalismo più avventuroso, più affrancato da vincoli d’ogni sorta; questo è stato ed è alla base dell’ideologia che permea l’intera vita americana, per la cui difesa gli Stati Uniti si sono impegnati in diverse guerre (in Europa, in Asia) che assicurassero al sistema americano, con la difesa dei valori morali, anche il mercato mondiale alle sue imprese. Ma esso ha subito nel corso del tempo alcune correzioni imposte dalla fragilità stessa di un sistema soggetto a ricorrenti crisi. Così, a partire dall’inizio degli anni Trenta, in seguito alla crisi del 1929, il governo degli Stati Uniti ha avuto un ruolo protezionistico sempre più importante nell’economia, che ha regolamentato in vari modi. Alcune disposizioni governative, ad esempio, sono state dettate dall’esigenza di tutelare i consumatori da prodotti non sicuri e i lavoratori da condizioni di lavoro non adeguate, mentre altre normative sono state adottate per la salvaguardia dell’ambiente dall’inquinamento.

1. Produzione nazionale

Gli Stati Uniti sono la prima nazione al mondo per produzione economica. Nel 2006 il prodotto interno lordo era di 13.164 miliardi di dollari USA, equivalente a un PIL pro capite di 43.967,80 dollari USA. Le attività del settore primario contribuiscono nella misura dell’1,3% (2004) alla formazione del prodotto interno lordo annuale, il settore secondario nella misura del 22% e il terziario, di gran lunga il più redditizio, nella misura del 76,7%.

2. Agricoltura e allevamento

Benché il settore agricolo contribuisca solo nella misura dell’1,3% (2004) al prodotto interno lordo e impieghi meno del 2% della forza lavoro del paese, gli Stati Uniti sono ancora oggi il paese leader nel mondo in molti settori della produzione agricola. Oltre a soddisfare il fabbisogno alimentare interno, i prodotti agricoli rappresentano una voce importantissima nel mercato delle esportazioni.

Scomparse le piccole aziende a conduzione familiare, l’attività è oggi praticata in grandi imprese meccanizzate che riforniscono sia i mercati urbani sia le aziende di trasformazione alimentare. Le colture praticate sono varie e distribuite in caratteristiche regioni (chiamate belts, “cinture” o “fasce”) specializzatesi in funzione delle condizioni ambientali e dell’organizzazione produttiva. Le principali sono quelle del grano, del mais (per l’allevamento suino e di mucche da latte), del tabacco, del cotone. Le maggiori produzioni sono quelle di cereali (mais, frumento, avena e orzo), foraggio, patate e barbabietola da zucchero. Per più di un secolo e mezzo la coltivazione del cotone è stata alla base dell’economia degli stati del Sud, soprattutto nelle regioni a est del Mississippi. Attualmente questo tipo di coltura viene praticata in modo estensivo ricorrendo a una meccanizzazione su larga scala. Il tabacco è prodotto soprattutto in North Carolina e nel Kentucky. Altri prodotti di rilievo sono arachidi (Georgia) e pomodori (Florida), oltre a pesche, mele (Washington), arance, uva (California), ananas (Hawaii).

Una voce di grande rilievo nell’economia del paese è inoltre rappresentata dall’allevamento, che alimenta una fiorente industria lattiero-casearia, soprattutto nella zona dei Grandi Laghi. Le estese pianure dell’Ovest offrono ideali terreni di pascoli per i bovini da carne, mentre nella sezione nordorientale delle pianure centrali particolarmente diffuso è l’allevamento di suini.

3. Risorse forestali e pesca

Le foreste, estese per circa 303 milioni di ettari (2005), coprono più di un quarto della superficie degli Stati Uniti e forniscono 473 milioni di metri cubi di legname (2006). Circa tre quarti della produzione sono costituiti da legno dolce, mentre i legni duri ne rappresentano solo un quarto. Un 50% del legname è destinato all’industria delle costruzioni (abete douglas e pino giallo) ed è ricavato soprattutto dalle foreste degli stati affacciati sul Pacifico; un terzo è utilizzato come pasta di legno nella manifattura della carta. Il rovere è il più diffuso dei legni duri. Le foreste del Sud forniscono circa un terzo del legname da costruzione, circa i tre quinti della pasta di legno e gran parte della trementina, della pece, della resina e del catrame di legno prodotti negli Stati Uniti. Nelle pianure costiere meridionali crescono innumerevoli varietà di pino. Alberi dal legno duro di grande interesse commerciale, come l’albero della gomma, il frassino e la quercia, crescono nelle zone pianeggianti lungo i fiumi del Sud, mentre noce americano, acero e rovere si trovano sugli Appalachi e in parte dell’area dei Grandi Laghi.

Con una quantità di pescato pari a 5.948.882 tonnellate (2005), gli Stati Uniti si collocano ai primissimi posti nella classifica mondiale. L’Alaska è il primo stato sia per quantità sia per valore del pescato: fra le specie più redditizie vi sono il salmone e l’halibut. Altri stati che hanno buone risorse ittiche sono, in ordine di importanza economica, Massachusetts, Louisiana, Texas, Maine, California, Washington, Florida e Virginia. Il principale porto peschereccio si trova a New Bedford, in Massachusetts. Le acque costiere del New England sono ricche di aragoste, pettini, vongole, ostriche e merluzzi; nella baia di Chesapeake si pescano soprattutto granchi e, nel golfo del Messico, gamberetti. La maggior parte del pesce d’acqua dolce venduto sul mercato statunitense proviene da vivai. Le principali specie allevate sono il pesce gatto, la trota, il salmone, le ostriche e i gamberi d’acqua dolce.

4. Risorse minerarie

Gli Stati Uniti sono una fra le prime nazioni al mondo per il valore della produzione annua di minerali, concentrata principalmente in Texas, Louisiana, Alaska, Oklahoma e California. Lo sfruttamento minerario fornisce circa l’1% (2004) del prodotto interno lordo annuale e impiega lo 0,6% della popolazione attiva. I principali prodotti minerari sono i combustibili: in ordine di valore, il petrolio, il gas naturale e il carbone. Alla fine degli anni Novanta gli Stati Uniti producevano il 24% di tutto il gas naturale del mondo, il 19% del carbone e il 13% del petrolio grezzo. Il petrolio rappresentava la metà del valore della produzione di carburanti e il 38% del valore di tutti i minerali estratti negli Stati Uniti. Il Texas, l’Alaska e la Louisiana, i tre principali stati produttori di petrolio, forniscono annualmente circa i due terzi del grezzo nazionale. I maggiori giacimenti di gas naturale si trovano in Texas e Louisiana, quelli di carbone nella regione degli Appalachi, nel Wyoming e nel Kentucky. L’energia nucleare è prodotta con l’uranio estratto in Texas, New Mexico e Wyoming.

Negli Stati Uniti si estraggono inoltre diversi minerali (metallici e non metallici), tra cui rame, oro, minerale di ferro, argilla, fosfati, zinco, sale, oltre che materiali da costruzione e per la produzione di cemento, sabbia e ghiaia. Alla fine degli anni Ottanta, gli Stati Uniti producevano circa il 55% del molibdeno del mondo, il 51% della mica, il 40% del magnesio, il 30% del fosfato minerale, il 23% dell’alluminio, il 22% del piombo e il 20% dello zolfo elementare. La maggior parte del minerale di ferro proviene dal distretto del Lago Superiore, in particolare dal Minnesota nordorientale, mentre il 60% circa del rame nazionale viene estratto in Arizona. Il fosfato minerale viene prodotto in grande quantità in Florida, North Carolina, Idaho e Tennessee. In Colorado, Arizona, Idaho e Montana, invece, si ha la più rilevante estrazione di molibdeno e in Missouri e Alaska di piombo e zinco. Più dei quattro quinti del carbonato di potassio vengono prodotti in New Mexico, mentre il Nevada, l’Idaho, l’Alaska e il Montana sono importanti fonti di argento e ancora il Nevada, con la California, lo Utah e il South Dakota sono i primi fra gli stati produttori d’oro.

5. Risorse energetiche

Il petrolio fornisce il 41% dell’energia consumata negli Stati Uniti e garantisce circa il 97% dell’energia usata nel settore nazionale dei trasporti. Il gas naturale assicura circa il 24% dell’energia utilizzata a scopo domestico e industriale, mentre il carbone viene principalmente utilizzato per generare energia elettrica e per la produzione dell’acciaio. Le centrali idroelettriche contribuiscono alla produzione energetica per il 7,1%, quelle nucleari per il 19,6%, mentre le centrali alimentate a combustibile producono il 70,9% dell’energia (2003).

Nel 1947 la produzione di petrolio del paese divenne insufficiente a soddisfare il fabbisogno interno e oggi gli Stati Uniti sono costretti a importare il 12% del greggio necessario al consumo interno. Per quanto riguarda il carbone, gli ingenti giacimenti presenti nel paese consentono di esportare parte della produzione.

6. Industria

Gli Stati Uniti sono leader mondiali per il valore della produzione industriale. Il 22% (2004) del prodotto interno lordo è ascrivibile a questo settore, nel quale è impegnato più di un quinto della popolazione attiva. Sebbene l’industria continui a essere un settore cruciale per l’economia statunitense, la sua importanza è andata tuttavia diminuendo a partire dalla fine degli anni Sessanta.

Il cuore della produzione industriale statunitense è rappresentato dal Nord-Est e, in particolare, dagli stati di New York, Ohio, Illinois, Michigan e Pennsylvania, a cui si deve il 28% del profitto annuo dell’industria. Gli stati nei quali si è avuto un notevole sviluppo industriale sono, al sud, il Texas e, a ovest, la California che all’inizio degli anni Novanta deteneva il primato della produzione industriale del paese.

Le principali categorie di manufatti industriali, in base al loro valore commerciale, sono rappresentate da prodotti chimici, mezzi di trasporto, prodotti dell’industria alimentare, macchinari e attrezzature elettroniche. Nei primi anni Novanta tutti i macchinari industriali (motori, attrezzature per l’agricoltura, macchine per costruzione, impianti di refrigerazione, attrezzature per l’ufficio e computer) fornivano circa il 10% del profitto annuo creato dall’industria. La California è lo stato leader nella produzione di macchinari industriali, seguita da Illinois, Ohio e Michigan; quest’ultimo è leader dell’industria automobilistica, mentre la California lo è per i veicoli aerospaziali e per l’elettronica.

L’industria alimentare forniva, alla fine degli anni Novanta, circa l’11% del fatturato industriale, mentre l’industria chimica (Texas e Louisiana) contribuiva per il 12%. In California sono presenti numerosi stabilimenti per la lavorazione dei prodotti agricoli, mentre l’Illinois e il Wisconsin sono ai primi posti nella produzione di carne e in quella lattiero-casearia. L’industria delle apparecchiature elettroniche comprende i settori della produzione di strumenti elettrici industriali, di elettrodomestici, di apparecchi radio e televisivi, di componenti elettronici e di dispositivi per la comunicazione. La California (soprattutto nella cosiddetta Silicon Valley), l’Illinois, l’Indiana e il Massachusetts sono leader nella produzione di materiale elettronico e informatico, uno dei settori dell’industria statunitense che si è sviluppato a ritmi rapidissimi. I minerali di ferro, estratti nella zona del Lago Superiore, e quelli importati dal Canada e da altri paesi, insieme al carbone proveniente dai giacimenti appalachiani, sono alla base della grande industria del ferro e dell’acciaio, uno dei fondamenti storici del sistema industriale degli Stati Uniti.

Pennsylvania, Ohio, Illinois e Michigan sono gli stati che guidano la produzione di metalli di prima fusione. L’Ohio, che possiede una forte concentrazione di impianti per la lavorazione della gomma e degli pneumatici, è da molto tempo leader in questo settore. Le industrie grafiche ed editoriali sono molto diffuse e in tutto il paese vengono pubblicati numerosissimi libri e giornali. In questo settore lo stato di New York, con la sua industria libraria, è al primo posto, ma anche la California, l’Illinois e la Pennsylvania ricoprono un ruolo importante. L’industria cartaria è importante soprattutto in quegli stati che possiedono considerevoli risorse forestali (in particolare legno di conifere) sfruttate per la produzione di carta: Wisconsin, Alabama, Georgia, gli stati di New York e di Washington, Maine e Pennsylvania. Gli altri principali settori industriali degli Stati Uniti sono quello tessile, dell’abbigliamento, degli strumenti di precisione, del legname, dei mobili, degli oggetti in cuoio e del tabacco.

7. Commercio e finanza

Gli Stati Uniti sono la prima nazione al mondo per quanto riguarda il commercio con l’estero, con un volume di scambi che alla fine degli anni Novanta era superiore ai 1.500 miliardi di dollari. Nel 2004 il valore totale delle esportazioni ammontava a 818 miliardi di dollari, a fronte di importazioni per 1.525 miliardi di dollari. A partire dalla metà degli anni Settanta le gravose importazioni di petrolio dall’estero e di prodotti industriali dal Canada e dall’Asia (specialmente dal Giappone) hanno creato un disavanzo nella bilancia commerciale. Dal 1984 al 1990 il deficit annuo ha sempre superato i 100 miliardi di dollari; la bilancia commerciale è tuttora passiva, con un valore negativo di -44,3% (2002–2004).

I principali prodotti di esportazione sono macchinari e mezzi di trasporto, che coprono il 45,3% (1995) del valore totale delle esportazioni, prodotti chimici (11,2%), generi alimentari (7,3%), minerali e metalli (2,3%), prodotti agricoli (2,4%). Il paese intrattiene rapporti commerciali massimamente con Canada, Giappone, Messico, Germania, Cina, Taiwan, Regno Unito e Corea del Sud.

Nel 2006 gli Stati Uniti sono stati meta turistica di 51,1 milioni di persone. Il settore rappresenta quindi una risorsa importante per l’economia del paese, che ha sviluppato valide strutture ricettive in ogni stato. Il turismo, facilitato dall’estesissima rete stradale, dall’efficienza dei trasporti e delle strutture ricettive, è attratto in particolare dalle metropoli di New York, Chicago, Los Angeles e San Francisco e dai numerosi luoghi di grande interesse paesaggistico, quali i parchi e le riserve naturali.

La valuta statunitense è il dollaro, diviso in 100 cents; l’istituto di emissione è il Federal Reserve System, a cui fanno capo tutte le banche nazionali degli Stati Uniti.

8. Trasporti e vie di comunicazione

Lo sviluppo delle reti di comunicazione ha avuto un ruolo fondamentale nella crescita degli Stati Uniti. Allo sviluppo dei collegamenti via terra, che prima del 1790 era rappresentato essenzialmente da strade non asfaltate, seguì nella prima metà del XIX secolo la creazione di numerosi canali per collegare tra loro i fiumi navigabili e i laghi negli Stati Uniti orientali, in particolare nella regione dei Grandi Laghi.

La prima ferrovia transcontinentale fu costruita tra il 1862 e il 1869 dalle compagnie Union Pacific e Central Pacific, che usufruirono a tale scopo di consistenti finanziamenti del governo federale. Le ferrovie transcontinentali furono i principali mezzi di trasporto usati dai coloni europei che popolarono l’Ovest alla fine del XIX secolo. Il sistema ferroviario fu incrementato fino al 1917, quando l’estensione della rete ferroviaria in funzione raggiunse il valore massimo di circa 407.165 km. Ulteriori sviluppi hanno interessato soprattutto la rete stradale, oggi maggiormente utilizzata per il trasporto sia di merci sia di passeggeri.

Il trasporto aereo iniziò a competere con gli altri mezzi dopo la prima guerra mondiale. Il servizio passeggeri ebbe un certo sviluppo nei tardi anni Venti, mentre il trasporto merci via aerea si affermò soltanto dopo la seconda guerra mondiale. Oggi il trasporto delle merci avviene principalmente per ferrovia e, in misura minore, per vie d’acqua. Il trasporto aereo è riservato ad articoli di alta priorità e valore. Per quanto riguarda il trasporto di passeggeri, circa l’81% del traffico avviene su automobili private, il 17% per via aerea, l’1,1% su autobus e lo 0,6% per ferrovia.

La rete dei trasporti si estende su tutto il paese, ma è molto più fitta nella sezione orientale degli Stati Uniti, dove si trovano le maggiori concentrazioni urbane e industriali. Nel 2004 gli Stati Uniti disponevano di 6.433.272 km fra strade e autostrade. Le quattordici maggiori compagnie ferroviarie gestiscono il 76% del totale della rete ferroviaria, con 228.999 km di linee in funzione. Amtrak, un’azienda sovvenzionata a livello federale, gestisce quasi tutti i treni che collegano le maggiori città, trasportando più di 22 milioni di passeggeri l’anno (dati dei primi anni Novanta).

Gli Stati Uniti possiedono una marina mercantile relativamente ridotta (6.486 navi nel 2007). Tra i maggiori porti del paese, alcuni dei quali specializzati in traffici particolari, ci sono quelli di New Orleans, New York, Houston, Valdez Harbor in Alaska, Baton Rouge, Corpus Christi, Long Beach, Seattle, Norfolk Harbor in Virginia e Tampa. Le vie d’acqua interne sono rappresentate dal fiume Mississippi che, insieme ai suoi tributari, costituisce una rete importantissima per il traffico commerciale; dalla Saint Lawrence Seaway, l’estesa rete di canali di collegamento creata tra il San Lorenzo, i Grandi Laghi e l’oceano Atlantico; e, infine, dai canali costieri su cui si svolge il 17% dei trasporti.

Il sistema fluviale del Mississippi è lungo più di 24.140 km e fa capo al porto di Saint Louis, in Missouri. Il porto più significativo dei Grandi Laghi è invece Duluth, in Wisconsin, dove convergono i traffici delle Grandi Pianure. L’Intracoastal Waterway è una trafficata rete di canali navigabili che si snoda per 1.740 km lungo la costa atlantica e per 1.770 km lungo quella del golfo del Messico.

Le compagnie aeree degli Stati Uniti trasportano ogni anno più di 460 milioni di passeggeri: si tratta in prevalenza di voli interni effettuati da viaggiatori americani. In totale esistono nel paese oltre cinquemila aeroporti pubblici e dodicimila privati; tra i più frequentati si ricordano l’aeroporto di Chicago-O’Hare, il William B. Hartsfield ad Atlanta, il John F. Kennedy e il Fiorello La Guardia di New York, l’aeroporto di San Francisco, quello di Los Angeles e quello di Miami.

5. Ordinamento dello stato

Gli Stati Uniti sono una repubblica federale. Le legge fondamentale dello stato è la Costituzione, entrata in vigore nel 1789 e integrata nel 1791 con i dieci emendamenti (Bill of Rights) posti a tutela delle libertà del cittadino, tra cui la libertà di opinione, di stampa, di religione. La Costituzione stabilisce tre distinti poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario. Ognuno dei tre ha facoltà che possono influire sul funzionamento degli altri due, in modo da ottenere un sistema di controllo reciproco e di equilibrio noto come checks and balances.

1. Potere esecutivo

Il presidente degli Stati Uniti viene eletto, insieme al vicepresidente, da un’assemblea di “grandi elettori” (chiamata electoral college), eletta a sua volta attraverso un voto popolare; entrambi restano in carica per quattro anni. Il presidente esercita il potere esecutivo con l’ausilio di un gabinetto di 14 segretari (cioè i ministri), da lui nominati e confermati dal Senato. Il presidente degli Stati Uniti dispone di ampi poteri: è capo dello stato e del governo, ha facoltà legislativa e può esercitare il diritto di veto. È inoltre comandante in capo delle forze armate; i suoi poteri militari sono controllati dal Congresso, cui è rimandata la decisione di dichiarare guerra. Per legge, il presidente deve preparare e presentare al Congresso un rapporto annuale sull’andamento degli affari pubblici, il Rapporto sullo stato dell’Unione (State of the Union Address). Il presidente è affiancato da consiglieri specializzati nei diversi settori, dall’amministrazione pubblica all’economia, dalla difesa alla scienza e così via.

2. Potere legislativo

Il potere legislativo è esercitato dal Congresso, composto da due camere: la Camera dei rappresentanti (House of Representatives) riunisce 435 membri eletti a suffragio universale per due anni; il Senato (Senate) è composto da 100 membri (due per ogni stato) eletti a suffragio universale per sei anni; il Senato viene rinnovato per un terzo ogni due anni ed è presieduto dal vicepresidente degli Stati Uniti. Il Congresso esercita estesi poteri nell’ambito degli affari interni; esso dispone peraltro della facoltà di ricorrere alla procedura dell’impeachment contro il presidente. Hanno diritto al voto tutti i cittadini a partire dai 18 anni di età.

3. Potere giudiziario

Al vertice del sistema giudiziario statunitense vi è la Corte suprema, composta da nove magistrati nominati a vita dal presidente; essa riesamina i casi provenienti dalle corti federali, i tribunali di ciascuno stato. La Corte suprema fa capo a un procuratore generale, di nomina presidenziale.

Negli Stati Uniti vige la pena di morte, tranne che in Alaska, Hawaii, Iowa, Maine, Massachusetts, Michigan, Minnesota, North Dakota, Rhode Island, Vermont, West Virginia e Wisconsin. La pena di morte è stata dichiarata incostituzionale in Kansas e nello stato di New York.

4. Istituzioni periferiche

Gli Stati Uniti sono una federazione di 50 stati (dotati ciascuno di un governatore, di un’assemblea legislativa e di una Costituzione), ai quali si aggiunge il distretto della capitale. Quasi tutti gli stati sono suddivisi in contee. Il governo nazionale e gli stati sono strettamente legati in un sistema amministrativo di federalismo cooperativo. Gli stati amministrano infatti i fondi che il governo stanzia per i singoli programmi (ad esempio per l’istruzione o per attività e opere di pubblico interesse), mantenendo standard operativi fissati dagli organismi federali.

5. Difesa

Gli Stati Uniti sono il principale membro della NATO e la maggiore potenza nucleare del mondo. L’esercito statunitense si basa sull’arruolamento volontario ed è presente in tutte le zone nevralgiche del pianeta; nel 2004 contava 1.473.960 effettivi ed è consistente la presenza al suo interno di personale femminile.

6. Forze politiche

La scena politica statunitense è storicamente dominata da due partiti, che si dividono tutti i seggi del Congresso: il Partito repubblicano (Republican Party) e il Partito democratico (Democratic Party). All’interno del Partito democratico si sono delineati negli ultimi decenni due schieramenti: i democratici del Nord, più favorevoli a un maggior controllo statale sull’economia e a una spesa sociale attenta alle minoranze e alle fasce più disagiate della popolazione; quelli del Sud sono invece più liberisti in economia e tradizionalmente meno sensibili a tematiche sociali e civili. I repubblicani sono invece più compatti per quanto riguarda la politica economica: essi sono favorevoli a una riduzione della spesa pubblica e alla diminuzione della pressione fiscale; sono invece più divisi per quanto riguarda le questioni sociali e i diritti civili. Il sistema politico statunitense non favorisce lo sviluppo di altri partiti, anche se negli ultimi decenni alcune organizzazioni politiche hanno avuto un ruolo di rilievo a livello locale. Tra i partiti minori gioca un ruolo di crescente importanza a livello nazionale il Green Party (Verdi, ecologista).

7. Organizzazioni internazionali

Gli Stati Uniti sono membri delle Nazioni Unite e hanno un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’ONU. Appartengono inoltre a numerosi enti delle Nazioni Unite, come l’Organizzazione internazionale del lavoro (ILO), la Banca internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo (BIRS) e il Fondo monetario internazionale (FMI). Va ricordato infine come gli Stati Uniti rivestano un ruolo fondamentale in numerose altre organizzazioni internazionali come l’Organizzazione degli stati americani (OSA) e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE).

6. Storia
1. Le origini

La formazione degli Stati Uniti, costituitisi in nazione indipendente alla fine del XVIII secolo, trae le sue origini dalle esplorazioni geografiche avviate alla fine del XV secolo con i viaggi di Cristoforo Colombo e di Giovanni Caboto. All’inizio del XVI secolo i primi gruppi di coloni europei, provenienti principalmente dalla Spagna, dalla Francia e dall’Inghilterra, si insediarono nei territori nordamericani dove vivevano gruppi di indigeni seminomadi (vedi Indiani d’America). Se si escludono le regioni dell’attuale Messico, divenute possedimento degli spagnoli, la colonizzazione europea rimase episodica fino alla fine del XVI secolo. Le guerre europee tra Spagna e Inghilterra ebbero riflessi internazionali nel momento in cui gli inglesi, spinti a contendere agli spagnoli la supremazia sui mari, per impulso di Walter Raleigh promossero la formazione di colonie stabili in Virginia.

2. L’insediamento coloniale

All’inizio del XVII secolo la Compagnia della Virginia, nata da un’associazione di mercanti londinesi, dopo avere ottenuto dalla Corona i privilegi per lo sfruttamento della costa atlantica dell’America del Nord, stabilì alla foce del fiume James, nella baia di Chesapeake, il primo insediamento stabile, Jamestown. Pressoché contemporaneamente esploratori francesi procedettero alla ricognizione del territorio che includeva l’intera valle del fiume Mississippi, ponendo le premesse per il controllo della vasta area compresa tra la regione dei Grandi Laghi e il golfo del Messico, mentre coloni olandesi si stanziarono sulla costa, fondando nel 1624 la città di Nuova Amsterdam (l’attuale New York). Nel secondo decennio del XVII secolo la colonizzazione inglese venne favorita dall’emigrazione di persone appartenenti a sette religiose, perlopiù di orientamento puritano, che cercavano un luogo in cui poter liberamente professare il proprio culto e costruire una società a misura dei loro ideali. Il viaggio che i Padri Pellegrini, membri di una congregazione calvinista, effettuarono a bordo della Mayflower nel 1620 e la fondazione della colonia di Plymouth, nel New England, sarebbero divenuti eventi costitutivi dell’identità storica degli Stati Uniti. La forte impronta religiosa, la libera iniziativa di individui uniti da comuni valori etici, la forma democratica del governo della colonia, una notevole autonomia da Londra che si concretizzava in forme di autogoverno, furono i tratti di fondo sui quali si costruì il modello coloniale nel territorio del New England.

Nel corso del XVIII secolo si definirono le peculiarità delle tre grandi aree nordamericane in cui erano inseriti gli stati coloniali inglesi, saliti al numero di tredici: quella meridionale (Virginia, Maryland, South e North Carolina, e Georgia), nella quale dominavano i latifondi agricoli riservati alla coltivazione di riso, tabacco e cotone; quella centrale (New York, New Jersey, Delaware e Pennsylvania), in cui cerealicoltura e commercio navale si integravano; quella settentrionale (Massachusetts, Connecticut, Rhode Island e New Hampshire), cuore della prima colonizzazione inglese, anch’essa a economia mista, agricola e manifatturiera, che aveva nel porto di Boston il suo centro propulsore.

3. Verso l’indipendenza

La supremazia economica dell’Inghilterra nei commerci mondiali fu sanzionata dall’espansione territoriale in America, conseguita con le vittorie militari a danno prima della Spagna, nella guerra di successione spagnola, e poi della Francia, nella guerra dei Sette anni, in seguito alla quale i britannici ottennero il Canada, la Florida e la Louisiana orientale.

Intanto i tredici stati americani acquisivano posizioni di forza nel rapporto con la madrepatria, perché le ragioni dello scambio commerciale volgevano a loro favore: crescevano le esportazioni di legname, grano, tabacco, cotone e il numero delle navi fabbricate nei cantieri americani, mentre diminuiva l’importazione di merci dall’Inghilterra. La popolazione delle colonie era intanto salita da 250.000 abitanti nel 1700 a oltre due milioni nel 1770. Anche sul piano politico il rapporto tra colonie e madrepatria cambiò, e quando il Parlamento inglese, nel 1764-65, impose il Sugar and Molasses Act (tassa sullo zucchero) e lo Stamp Act (tassa sugli atti d’ufficio) nacquero le prime forme di resistenza delle tredici colonie, che decisero per il boicottaggio delle merci inglesi.

A Boston, nel 1770, un contingente inglese sparò sulla folla che dimostrava contro l’imposizione di nuove tasse, provocando alcuni morti (vedi Massacro di Boston): l’episodio suscitò forte emozione e contribuì ad aggravare la frattura tra il governo di Londra e i coloni americani.

4. La guerra d’indipendenza

Negli anni successivi le posizioni si radicalizzarono da entrambe le parti, mentre continuava la protesta contro la tassa sul tè. Nel dicembre 1773 i coloni, per protesta contro la concessione del monopolio della vendita del tè alla Compagnia delle Indie Orientali, affondarono il carico di tre navi inglesi all’ancora nel porto di Boston (Boston Tea Party). Seguirono ritorsioni da parte del governo di Londra, a cui i rappresentanti dei tredici stati risposero rafforzando la loro alleanza e rivendicando l’autogoverno delle colonie nel primo Congresso continentale del 5 settembre 1774.

Poco tempo dopo il conflitto politico si trasformò in scontro armato, intrapreso inizialmente dallo stato del Massachusetts e divenuto una scelta generale al secondo Congresso continentale (1775), quando i tredici stati votarono a favore del reclutamento di un esercito, che affidarono al comando di George Washington. Inoltre decisero l’emissione di una moneta americana e assunsero le prerogative di autorità di governo delle colonie. Superando le resistenze dei moderati e dei lealisti, contrari alla separazione dall’Inghilterra, i rappresentanti più radicali si batterono fino a ottenere nel 1776 l’approvazione della Dichiarazione d’indipendenza, che rappresentò l’atto di nascita degli Stati Uniti.

Dalla parte degli insorti americani, dopo la loro vittoria a Saratoga Springs nel 1777, scesero in campo la Francia, l’Olanda e la Spagna: i loro aiuti militari (soprattutto dei francesi) e finanziari spostarono l’equilibrio del conflitto. Dopo cinque anni di operazioni, segnate da rari scontri in campo aperto perlopiù conclusi a favore degli americani, e a seguito della sconfitta inglese a Yorktown, furono intavolate trattative di pace che, con la mediazione della Francia, sfociarono nella firma del trattato di Parigi e nell’indipendenza delle colonie americane. Vedi anche Guerra d’indipendenza americana.

5. La Costituzione

Ottenuta l’indipendenza, occorreva definire quale forma di governo le ex colonie intendessero applicare. Ogni stato presentava proprie specifiche identità, non facilmente integrabili tra loro, e profonde erano le divergenze politiche: per questo motivo prevalse l’idea che ogni stato fosse libero di autodeterminarsi adottando una propria costituzione. Si configurò un ventaglio assai diversificato di opzioni generali, che andavano dal mantenimento di antiche carte redatte in epoca coloniale all’adozione di moderne costituzioni (come nel caso della Virginia) che sancivano i principi dell’eguaglianza, della libertà, della divisione dei poteri e che rifiutavano la schiavitù. Fu scelto un sistema federale, che conciliava le tradizioni del particolarismo e della differenziazione religiosa caratteristici dei singoli stati con le ragioni dell’interesse comune, della difesa militare, dell’impulso allo sviluppo, cementate dalla guerra di indipendenza.

Il testo della costituzione, redatto nel Congresso di Philadelphia del 1787, sanciva le idee dei federalisti: stabiliva infatti un rapporto di elezione diretta tra cittadini e governo centrale, e di sovranità diretta del secondo sui primi nell’ambito di determinate competenze (finanze, politica estera, guerra), fatta salva la garanzia di ampie autonomie ai singoli stati. Gli organi principali del governo centrale furono fissati nel Congresso (costituito dalla Camera, eletta a suffragio universale maschile e con sistema proporzionale, e dal Senato, composto da due senatori per ogni stato), nel presidente, eletto ogni quattro anni con un sistema indiretto e dotato di forti poteri esecutivi, e nella Corte Suprema, garante dell’unione federale.

Nelle prime elezioni, tenutesi il 4 febbraio 1789, fu eletto presidente George Washington. Lo slancio economico che segnò gli anni di formazione degli Stati Uniti fu favorito dalla colonizzazione di nuove terre a ovest, dove alla fine del Settecento sorsero i nuovi stati del Kentucky e del Tennessee, seguiti all’inizio dell’Ottocento da Ohio, Indiana, Michigan e Wisconsin. Iniziò allora l’avanzamento della frontiera verso il Pacifico, che consegnò agli americani uno spazio divenuto via via di dimensioni continentali, immenso serbatoio di terre e di risorse agricole e minerarie.

6. La presidenza Jefferson

Il dibattito politico, inasprito dagli echi della Rivoluzione francese e dalle opposizioni alla sovranità del potere federale, vide emergere il partito repubblicano: a quest’ultimo apparteneva Thomas Jefferson, il quale, eletto presidente nel 1800 e riconfermato nell’incarico nel 1804, interpretò la volontà della grande massa dei piccoli proprietari terrieri (i farmers), spostando l’equilibrio federale a favore dell’autogoverno locale. L’atto più importante della sua presidenza fu l’acquisto della Louisiana, la cui annessione raddoppiò la superficie degli Stati Uniti e ne orientò lo sviluppo verso la colonizzazione.

Tra il 1806 e il 1809 Jefferson decretò una serie di misure che vietarono lo scambio commerciale con i paesi europei (Non-Importation Act, Embargo Act, Non-Intercourse Act), allo scopo di protestare contro le violazioni dei diritti commerciali dei paesi neutrali, compiute da Francia e Inghilterra nel corso delle guerre napoleoniche.

7. La guerra del 1812-1814

Durante la presidenza di James Madison, le tensioni crescenti con la Gran Bretagna nel 1812 portarono allo scoppio del conflitto anglo-americano, che si protrasse fino al 1814 con sorti alterne, ma senza risolutive operazioni militari: agli americani non riuscì il tentativo di sollevare il Canada, rimasto leale alla Corona, mentre gli inglesi riuscirono a conquistare Washington, venendo poi bloccati a Baltimora. Nel trattato di Gand, che pose fine al conflitto, i due paesi si impegnarono a restituirsi i territori conquistati e a definire in successivi colloqui la linea meridionale del confine canadese. Da quell’esperienza uscì rafforzato il sentimento nazionale degli americani, ormai persuasi che il loro futuro dovesse svincolarsi del tutto dalle vicende europee.

8. Sviluppo economico e territoriale

Nella prima metà del XIX secolo il territorio federale si accrebbe con l’ingresso nell’Unione degli stati della Louisiana (1812), dell’Indiana (1816), dell’Illinois (1818), dell’Alabama (1819) e della Florida (1819). Nel 1845 entrò a far parte dell’Unione il Texas, staccatosi dal Messico; nel 1846 il Territorio del Nord-Ovest, che gli Stati Uniti ottennero in seguito a un trattato con la Gran Bretagna, e del vasto Sud-Ovest, ottenuto con la guerra contro il Messico.

A metà Ottocento il confine occidentale era giunto al Pacifico e si contavano più di trenta stati aderenti all’Unione. Un’economia fiorente e in rapido sviluppo agevolò il precoce avvio dell’industrializzazione, che mise radici negli stati atlantici, in particolare in quelli del Nord-Est, dove sorsero fabbriche moderne, all’avanguardia nello sviluppo tecnologico. Gli americani furono tra i primi a produrre, utilizzando la tecnologia del vapore e degli altiforni, i battelli a propulsione meccanica e le locomotive. Si lanciarono quindi nella corsa alla costruzione di strade ferrate in modo così intenso che la rete ferroviaria americana nel 1860 risultava la più estesa al mondo. Il nuovo mezzo di trasporto accompagnò e sostenne lo sviluppo economico, fornendo l’intelaiatura infrastrutturale senza la quale non sarebbe stato possibile organizzare uno spazio di quelle dimensioni. La rapidità di tale sviluppo risultò più accentuata nel settore industriale, nel quale a metà secolo gli Stati Uniti si collocavano al quarto posto nella graduatoria mondiale.

Altrettanto eccezionale fu la crescita demografica: la popolazione balzò dai 9,5 milioni di abitanti del 1820 agli oltre 31 milioni del 1860, con un tasso di incremento che non aveva eguali nella storia. Significativa fu la quota dello sviluppo demografico derivante dall’immigrazione: un flusso migratorio, a crescita quasi esponenziale, mosse dall’Europa, principalmente dall’Irlanda, dalla Germania e dalla Scandinavia. Numerosi giunsero anche gli africani, deportati in schiavitù per essere sfruttati come forza lavoro nelle piantagioni di cotone e di tabacco degli stati meridionali. Gli immigrati bianchi in parte si stabilirono negli originari tredici stati, in parte si diressero verso ovest, là dove un territorio vergine e sconfinato offriva un incessante richiamo allo spirito d’avventura di coloni e di pionieri. La scoperta dell’oro in California nel 1849 spinse migliaia di persone a dirigersi all’Ovest e a popolare le coste del Pacifico. Fu questo il contesto in cui nacque l’epopea del “Far West” (il “lontano Ovest”), un’epopea dapprima di carattere contadino, ma ben presto personificata da allevatori di bestiame, artigiani, commercianti, banchieri, costruttori di ferrovie, giunti in massa al richiamo delle grandi potenzialità affaristiche offerte dall’Ovest. A farne le spese furono le popolazioni indigene, che vennero letteralmente sterminate.

9. Isolazionismo e democrazia

Dopo la guerra del 1812-1814 contro i britannici, si radicarono nella politica americana le tendenze isolazioniste, favorite proprio dalla Gran Bretagna, convinta che l’America, al riparo da qualsiasi ingerenza europea, si sarebbe adattata a una posizione di dipendenza economica. Alla presidenza di James Monroe si fa risalire la proclamazione ufficiale della linea isolazionista, compendiata nella celebre formula “l’America agli americani” (vedi Dottrina Monroe). Sotto la presidenza di Andrew Jackson, esponente di punta del partito democratico, si posero le basi della democrazia americana, imperniata sulla diffusa partecipazione popolare, sull’allargamento del suffragio (con l’esclusione dei neri) e sul carattere elettivo di molte cariche istituzionali. Si stabilizzò contemporaneamente il bipolarismo partitico: da una parte il Partito democratico, con forte insediamento sociale al Sud, espressione dello spirito libertario e individualista degli uomini della frontiera, con venature radicali che lo collocavano a sinistra; dall’altra il partito Whig (poi confluito nel Partito repubblicano), espressione degli interessi industriali e finanziari del Nord.

10. Il problema della schiavitù

Già alla fine del XVIII secolo le differenze economiche e politiche apparivano polarizzate dal contrasto tra gli stati del Nord e quelli del Sud, un contrasto che per diverso tempo si concentrò sulle tariffe doganali: gli stati meridionali erano favorevoli al libero commercio perché le materie prime da loro prodotte, come il cotone e il tabacco, non avevano rivali sul mercato internazionale. La libertà commerciale costituiva la condizione per la prosperità dell’economia agricola delle grandi piantagioni del Sud. Gli stati industriali del Nord, al contrario, propugnavano misure protezionistiche per tutelare le loro merci dalla concorrenza dei manufatti inglesi. Proprio in merito a questioni commerciali fu lanciata la prima minaccia di secessione quando, nel 1828, il South Carolina si dichiarò pronto a staccarsi dall’Unione se fosse stata approvata una tariffa doganale considerata contraria agli interessi dei suoi coltivatori.

La causa fondamentale del contrasto risiedeva tuttavia nella schiavitù. La linea di separazione tra stati schiavisti e stati antischiavisti, definita dal Compromesso del Missouri, correva tra il Missouri, il Delaware, il Maryland e il West Virginia: a settentrione la schiavitù era proibita, a sud legalizzata. La questione riguardava circa 4.000.000 di africani, oltre il 12% della popolazione. Il contrasto si acuì in seguito all’ingresso nell’Unione dei nuovi stati del Texas, dell’Oregon e della California, che metteva in discussione il Compromesso del Missouri, e quindi alla legge sul Kansas e sul Nebraska (vedi Kansas-Nebraska Act), che stabiliva il principio in base al quale ogni stato era libero di decidere sullo schiavismo, indipendentemente dalla propria collocazione geografica. A contrastare le tradizioni e gli interessi del fronte schiavista si formò negli anni Trenta un movimento abolizionista, presto trasformatosi in forza politica a carattere partitico, che prese nome di Free Soil Party, partito del “libero suolo”, favorevole al contenimento della schiavitù negli antichi confini. Da questo nucleo si costituì il Partito repubblicano, nel quale emerse una corrente decisamente abolizionista.

11. Guerra di secessione

La questione della schiavitù divenne dirompente dopo la metà dell’Ottocento, quando il nuovo Partito repubblicano diede rappresentanza politica alle forze antischiaviste, che includevano sia borghesi e operai degli stati del Nord, mossi da ragioni umanitarie e dal convincimento della superiorità del libero mercato del lavoro, sia contadini e coloni di quasi tutti gli stati entrati da poco nell’Unione.

Il contrasto tra il Nord abolizionista e il Sud schiavista sfociò nella guerra di secessione, dopo l’elezione a presidente degli Stati Uniti (novembre 1860) di Abraham Lincoln, capo del Partito repubblicano, favorevole a una graduale abolizione della schiavitù. Nel dicembre del 1860 undici stati del Sud si staccarono dall’Unione, costituendosi negli Stati Confederati d’America (febbraio 1861), una confederazione indipendente sotto la presidenza di Jefferson Davis e con una propria capitale, Richmond, in Virginia. Il Nord rispose con la mobilitazione di un esercito, a cui si contrapposero le forze sudiste guidate dal generale Robert Lee. Nell’aprile vi fu il primo scontro armato della guerra civile che si sarebbe combattuta per quattro anni con grande dispiegamento di uomini e di armi. La mobilitazione di un grande numero di soldati (quasi cinque milioni tra i due eserciti) e il ricorso alla nuova tecnologia militare – per la prima volta furono utilizzati il fucile a ripetizione, le mine, la mitragliatrice, le corazzate, i siluri, che fecero di questa guerra la prima dell’era industriale – causò un elevatissimo numero di vittime (circa 700.000) e gravissimi danni alle città coinvolte nel conflitto.

La superiorità economica e demografica del Nord pesò sull’esito del conflitto, che si concluse il 9 aprile 1865 con la capitolazione dei sudisti. Il 14 aprile Lincoln venne assassinato durante una rappresentazione teatrale da un fanatico sudista. Il 6 dicembre fu decretata l’abolizione della schiavitù in tutti gli stati dell’Unione con il 13° emendamento della Costituzione. Due successivi emendamenti, il 14° (1868) e il 15° (1870), garantirono formalmente ai neri pieni diritti civili e politici.

12. La ricostruzione

Con la vittoria dei federali il paese poté essere pienamente unificato. Contrariamente alla linea politica di Lincoln, che avrebbe voluto attuare un piano di riconciliazione nazionale, il Congresso impose al successore, Andrew Johnson, un progetto definito di “ricostruzione” che in realtà instaurò negli stati del Sud un regime di occupazione militare. La piaga della disoccupazione colpì oltre 3 milioni e mezzo di neri liberati, mentre la produzione cotoniera calò vistosamente. In un clima tutt’altro che pacificato i settori oltranzisti si organizzarono in gruppi clandestini, tra cui il Ku Klux Klan, che cominciarono a praticare forme di terrorismo e atti di violenza contro la popolazione nera.

Le forze capitalistiche trassero grande vantaggio dalla ricostruzione postbellica, che favorì il pieno sviluppo dell’economia industriale e l’espansione dei capitali dell’Est a tutto il territorio americano. Gli Stati Uniti passarono al primo posto nella graduatoria mondiale della produzione industriale. Nel paese assunsero una posizione dominante le concentrazioni industriali e finanziarie (corporations), nonché i grandi imperi economici (trusts) collegati alle dinastie di capitalisti, come i Rockefeller, i Carnegie, i Morgan, gli Harriman.

Le ferrovie, organizzando il più grande mercato nazionale del mondo, servirono a commercializzare la produzione agricola dell’Ovest e a portare nelle campagne gli interessi e la mentalità dei capitalisti dell’Est. Decisiva risultò la costruzione, in soli sette anni, della prima linea transcontinentale americana che, partendo da Omaha nel Missouri, raggiungeva San Francisco, sul Pacifico. Grazie al treno le grandi pianure dell’Ovest si trasformarono da terra di allevatori in terra di contadini stabili, perché le potenzialità di crescita dell’agricoltura vennero incrementate dalla possibilità di far arrivare in tempi brevi le derrate alimentari dai luoghi di produzione a quelli di consumo.

13. I nuovi immigrati

La nuova fase di sviluppo economico fu alimentata da un’ulteriore progressione nella crescita demografica, favorita anche dalla crisi economica in cui versava l’Europa. Oltre dieci milioni di persone si trasferirono dall’Inghilterra, dall’Irlanda e dalla Germania. Una successiva corrente migratoria riversò, tra il 1890 e il 1914, negli Stati Uniti circa 16 milioni di europei – tra scandinavi, ebrei, polacchi, russi e italiani – e oltre 4 milioni di asiatici. Fu allora che gli Stati Uniti confermarono la loro peculiarità storica, quella di rappresentare un crogiolo di etnie e di razze (il melting pot), un’autentica “nazione di nazioni”. Il tasso di incremento demografico toccò il livello record del 171% (dai 32 milioni di abitanti del 1860 ai 92 milioni del 1910), sostenuto certo dall’immigrazione, ma ancora di più dagli elevati indici di natalità.

14. Lotte sociali e politica estera

I ritmi accelerati dell’industrializzazione e la rapida diffusione del capitalismo finanziario e industriale, furono all’origine di conflitti sociali che videro protagonisti i contadini e gli operai. Nelle campagne dell’Ovest la pressione a cui erano sottoposti i piccoli coltivatori indipendenti (farmers) a causa dell’espansione delle grandi società capitalistiche scatenò una serie di proteste anche violente, dalle quali derivò la formazione del People’s Party. Si trattava di un partito che voleva tutelare gli interessi dei farmers, ma che al tempo stesso sapeva accogliere rivendicazioni e speranze della classe operaia, alleandosi all’American Federation of Labour. Il momento di massima influenza del Partito populista si registrò alle elezioni del 1896, nelle quali il candidato William Jennings Bryan si alleò ai democratici sulla base di un programma che mirava alla riduzione del monopolio fondiario, a una rigorosa legislazione “antitrust” e a una maggiore equità fiscale.

La sconfitta subita a opera del repubblicano William McKinley segnò la crisi del movimento populista e il trionfo dei valori del capitalismo. Dalla dirompente crescita della produzione e dai processi di concentrazione capitalistica scaturirono spinte imperialistiche, analoghe a quelle che giustificavano la contemporanea colonizzazione dell’Africa operata dalle potenze europee. Tuttavia l’imperialismo americano, a differenza di quello europeo, non si orientò all’occupazione militare di spazi extranazionali né al loro controllo diretto, basandosi piuttosto su forme indirette di condizionamento. Fu la presidenza McKinley a inaugurare una politica estera coerente con queste premesse: nel 1898, dopo l’affondamento di una corazzata americana all’Avana, gli Stati Uniti mossero guerra alla Spagna appoggiando un movimento cubano anticoloniale. La rapida sconfitta della Spagna consentì a Cuba di rendersi indipendente e agli Stati Uniti di rafforzare la propria presenza sull’isola. Avendo contemporaneamente ottenuto Puerto Rico e le Filippine e annesso le isole Hawaii, gli americani si ritagliarono in brevissimo tempo un grande spazio di egemonia, candidandosi a esercitare un ruolo di potenza mondiale.

15. Theodore Roosevelt

L’assassinio del presidente McKinley portò alla presidenza Theodore Roosevelt, repubblicano, conservatore, favorevole alla libertà politica ed economica. Sotto la sua presidenza vennero approvate leggi per ridurre il potere dei monopoli, fu varata la prima moderna legislazione per la difesa dei consumatori contro le frodi alimentari e medicinali (Pure Food and Drug Act) e per la protezione dell’ambiente. In politica estera Roosevelt attuò una linea fortemente aggressiva (la politica del big stick, “grosso bastone”), favorendo la separazione del Panamá dalla Colombia (1903), condizione perché gli Stati Uniti potessero finanziare la costruzione del canale. Dopo quasi un secolo di isolamento continentale, gli Stati Uniti presero posizione sulle questioni europee, pronunciandosi a favore della Francia nella contesa coloniale franco-tedesca per il Nord Africa.

Con minore energia e popolarità, il successore William Howard Taft continuò la lotta contro i monopoli e favorì due emendamenti costituzionali di ispirazione progressista (il 16° sull’elezione diretta dei senatori e il 17° per l’imposta sul reddito).

16. La politica di Wilson

Sotto la presidenza di Thomas Woodrow Wilson scoppiò la prima guerra mondiale. Gli Stati Uniti, rimasti in un primo tempo neutrali, svolsero tuttavia una parte importante rifornendo di grano, vestiti, armi, macchine per l’industria bellica i due paesi a cui erano legati da forti vincoli storici, Gran Bretagna e Francia. Solo nel momento in cui i tedeschi diedero il via alla guerra sottomarina nell’Atlantico contro i convogli mercantili anche di paesi neutrali, il presidente Wilson dichiarò guerra alla Germania (6 aprile 1917). Sotto il comando del generale Pershing le truppe americane, composte di 1.750.000 soldati, diedero un contributo decisivo sul fronte franco-tedesco della Mosa e delle Argonne.

16.1. La pace e gli ideali di Wilson

Alla Conferenza di pace, che si riunì a Parigi nel 1919, Wilson propose un piano imperniato sulla riforma delle relazioni internazionali come condizione per evitare in futuro altre guerre. Il piano, articolato in 14 punti, prevedeva libertà di navigazione e di commercio, riduzione degli armamenti, autodeterminazione dei popoli e formazione di un organismo internazionale, la Società delle Nazioni, deputato alla pacifica composizione dei conflitti interstatali.

L’idea utopica della pace perpetua trovava una proposta di attuazione, ma il piano, che pure suscitò reazioni di consenso tra i democratici europei, alle grandi potenze europee apparve inficiato di idealismo. Alla neocostituita Società delle Nazioni, con sede a Ginevra, mancò un forte avallo internazionale poiché non vi parteciparono la Germania, la Russia e neppure gli Stati Uniti, che pure l’avevano proposta.

17. Gli anni della prosperità

Dopo la guerra, gli Stati Uniti vissero un euforico decennio di prosperità nel quale la spinta ai consumi si diffuse a ogni strato sociale. Indicativi i dati dell’industria automobilistica, che nel 1929 segnalava la produzione di oltre 23 milioni di auto e 3 milioni di autocarri. Nelle nuove forme di comunicazione, come la radio e il cinema, nei nuovi sistemi di trasporto, come l’aviazione, nei settori di punta dell’industria, come la chimica e la siderurgia, gli Stati Uniti si posero all’avanguardia mondiale grazie alla disponibilità di capitali, ma soprattutto allo sviluppo della ricerca tecnologica e scientifica.

I tratti delle moderne società erano già presenti nelle fabbriche e nelle città americane degli anni Venti, compresi i fenomeni deteriori, evidenziati dalla piaga del gangsterismo, fiorito in seguito alle misure proibizionistiche. Nonostante i progressi industriali e il diffuso benessere, l’economia americana presentava segni di instabilità, particolarmente visibili nel settore agricolo che subiva le conseguenze del calo di esportazioni in Europa. Lo stesso sistema industriale soffriva per eccesso di produzione, mentre il debito contratto dagli europei in dollari durante la guerra rendeva instabile la finanza statunitense.

18. La crisi del 1929 e il New Deal

I nodi dell’economia e della finanza si intrecciarono nella grande crisi scoppiata nell’ottobre del 1929, con il crollo della Borsa di New York, a cui né i mezzi della finanza né quelli dello stato poterono porre rimedio, così che migliaia di aziende fallirono e la disoccupazione salì fino al punto di interessare nel 1934 il 25% della popolazione attiva (circa 13 milioni di americani). Vedi Grande depressione.

Nelle elezioni del 1932 fu eletto presidente il candidato del Partito democratico, Franklin Delano Roosevelt, a cui andarono i voti dei ceti medi, dei contadini, degli operai, dei disoccupati, ossia di quei settori maggiormente esposti alla crisi. Roosevelt, uomo di grande prestigio personale, incarnò le speranze di rinascita dell’economia americana e di sviluppo della società. La piattaforma elettorale fu all’insegna della parola d’ordine del New Deal (“nuovo corso”). Nella prima fase del New Deal fu posto l’obiettivo di ripristinare il credito, di rilanciare la produzione industriale e agricola, di aggredire la disoccupazione, e tutto questo con una terapia d’urto (i “Cento giorni”) rapida e a tutto campo. Nel settore finanziario Roosevelt, appena eletto, dispose controlli sulle banche e sul mercato azionario, punto di partenza della crisi, e lasciò svalutare il dollaro, abbandonando la parità con le monete europee.

Nella seconda fase, avviata nel 1935, prima che le elezioni riconfermassero Roosevelt alla presidenza con una maggioranza schiacciante, l’attività di riforma assunse come impegno la sicurezza sociale e il welfare (agenzia contro la disoccupazione, assicurazioni contro la disoccupazione e la vecchiaia, riconoscimento dei diritti sindacali, risanamento delle abitazioni e delle città). Uno degli interventi più estesi del potere pubblico in campo economico si realizzò con l’istituzione della Tennessee Valley Authority, un’agenzia federale per lo sfruttamento idroelettrico di quell’area. Il New Deal attuò una politica di deficit di bilancio e di incremento della spesa pubblica come leva per orientare lo sviluppo e ridurre i dislivelli di reddito tra i ceti sociali, che fu considerata da alcuni la pratica applicazione delle teorie dell’economista John Maynard Keynes. In termini economici il New Deal si risolse in un parziale successo (ad esempio il reddito pro capite nel 1940 fu inferiore, ma di poco, a quello del 1929); in termini politici riuscì a conciliare risanamento economico e ampliamento della democrazia.

19. La seconda guerra mondiale

In politica estera gli Stati Uniti, pur vigilando sulle proprie aree d’influenza, avevano ripreso posizioni isolazioniste che le leggi di neutralità del 1935-1937 ribadirono. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Roosevelt e il suo segretario di stato Cordell Hunt si impegnarono per convincere Congresso e opinione pubblica della necessità di fornire aiuti agli stati aggrediti da Adolf Hitler. Dopo la terza elezione a presidente, Roosevelt rinsaldò i legami con le democrazie occidentali firmando con Winston Churchill la Carta Atlantica, che riaffermava alcuni principi del programma di Wilson (autodeterminazione dei popoli, collaborazione pacifica, ricerca della pace tramite organismi internazionali) e che sarebbe divenuta di lì a poco la piattaforma politica dell’ingresso in guerra degli Stati Uniti.

Questa decisione fu adottata l’8 dicembre 1941, il giorno dopo l’attacco sferrato dai giapponesi alla base americana di Pearl Harbor, nelle Hawaii: la dichiarazione di guerra al Giappone fece scattare il meccanismo delle alleanze internazionali, per cui Germania e Italia dichiararono guerra agli Stati Uniti (11 dicembre). Il grande sforzo bellico permise agli Stati Uniti di superare lo svantaggio che inizialmente avevano con il Giappone e di inserirsi nel fronte europeo e africano con un contributo decisivo di uomini e di mezzi. Alle operazioni di guerra si correlò un’intensa attività diplomatica, condotta da Roosevelt di concerto con Churchill (ma talvolta con dissensi anche profondi da parte del primo ministro inglese) e con Stalin e sfociata nelle Conferenze del Cairo, di Teheran e di Jalta, che ebbero effetti risolutivi sia per le sorti della guerra sia per la sistemazione geopolitica del dopoguerra.

20. Il piano Marshall

La guerra segnò di fatto l’espansione planetaria degli Stati Uniti, la cui influenza nel dopoguerra si esercitò, in forme e con intensità differenti, in America latina, in Giappone, nelle Filippine, nel Pacifico, in diversi paesi dell’Africa e dell’Asia, in tutte le democrazie occidentali dell’Europa. L’egemonia americana si consolidò con azioni di intervento diretto o, più spesso, indiretto nella vita politica degli stati, nelle relazioni internazionali, nelle scelte economiche. In Europa con il piano Marshall furono erogati ingenti aiuti finanziari e materiali, necessari a rimettere in sesto l’economia postbellica. Si trattava di una necessità prioritaria per gli stessi Stati Uniti perché un’Europa in ripresa avrebbe potuto divenire un mercato per l’economia americana. Il programma di assistenza presentava anche un risvolto politico, essendo finalizzato a rafforzare i legami di fedeltà con i paesi dell’Europa occidentale, in primo luogo con quelli nei quali i partiti comunisti avevano ottenuto alte percentuali di voti alle prime elezioni del dopoguerra (Italia e Francia).

21. La Guerra Fredda

Il contrasto che già nell’immediato dopoguerra divise le due potenze, Stati Uniti e Unione Sovietica, assunse un carattere totale: fu cioè conflitto ideologico, strategico, politico ed economico. Il democratico Harry Truman, presidente dal 1945 al 1953, fu artefice di una linea politica detta del containment (contenimento), rivolta ad arginare l’espansione del comunismo nel mondo (vedi dottrina Truman), nella quale si collocarono sia il piano Marshall di aiuti all’Europa, esteso a livello mondiale col programma detto del “Quarto punto”, sia il Patto Atlantico di alleanza militare dei paesi occidentali (NATO). Il clima di contrapposizione degli anni della cosiddetta Guerra Fredda contagiò anche la politica interna americana, con la campagna anticomunista (il maccartismo, dal nome del suo promotore, il senatore Joseph McCarthy), che colpì, oltre che militanti politici, artisti, intellettuali e sindacalisti. In Corea, Truman non esitò a inviare un corpo di spedizione per scacciare le forze comuniste dal Sud: la guerra che ne derivò coinvolse anche URSS e Cina e costituì il primo episodio di conflitto regionale combattuto con l’intervento diretto delle superpotenze.

22. La presidenza Eisenhower

Il successore di Truman, Dwight David Eisenhower, governò tra il 1953 e il 1960, in un periodo di contraddizioni, in cui alla forte crescita dell’economia e dei consumi sia negli Stati Uniti che nei paesi suoi alleati (che provava come il sistema capitalistico consentisse la diffusione del benessere a milioni di persone) corrispose l’esplosione di violenti conflitti razziali. Gravi disordini portarono alla luce la questione degli afroamericani, che denunciarono la condizione di discriminazione e di povertà cui il sistema politico ed economico statunitense li costringeva.

In politica estera Eisenhower estese la presenza militare americana in Asia, fornendo aiuti militari al Laos e patrocinando la costituzione della SEATO (organizzazione militare di difesa dei paesi non comunisti del Sud-Est asiatico). Nel corso della crisi di Suez (1956) Washington tenne una condotta prudente – che di fatto sconfessava l’azione militare di forza anglo-francese seguita alla nazionalizzazione del canale da parte dell’Egitto –, ma sospese gli aiuti finanziari promessi al presidente Nasser.

23. Le presidenze Kennedy e Johnson

Basato sulla necessità di superare il divario tra paesi ricchi e poveri e di migliorare le relazioni internazionali, il programma elettorale (battezzato “Nuova frontiera”) realizzato con la collaborazione di una vasta platea di intellettuali democratici con cui John F. Kennedy si aggiudicò le elezioni del 1960 suscitò speranze in patria e all’estero. Una volta assunta la presidenza, Kennedy sostenne la costituzione dei “Corpi della pace” (associazioni di volontari impegnati per lo sviluppo nei paesi del Terzo Mondo), varò il piano di “Alleanza per il progresso” rivolto al sostegno dell’America latina e adottò misure per l’integrazione degli afroamericani, fortemente volute dal fratello Robert. Proprio sull’America latina, e su Cuba in particolare, Kennedy puntò la propria attenzione, temendo che la rivoluzione castrista potesse fare dell’isola caraibica un avamposto del comunismo. Dopo la disastrosa spedizione della Baia dei Porci (1961), Kennedy continuò a tenere sotto pressione Cuba e quando una più consistente minaccia si profilò con l’installazione dei missili sovietici, decretò il blocco dell’isola, sfidando la reazione di Mosca. Il ritiro dei missili da Cuba scongiurò la minaccia di una terza guerra mondiale (vedi Crisi cubana dei missili). Kennedy contrastò l’avanzata delle forze comuniste anche in Asia e si impegnò in un crescente aiuto militare al regime sudvietnamita di Ngo Dinh Diem, prima attraverso “consulenti”, poi con vere e proprie truppe.

Presidente più giovane degli Stati Uniti (fu eletto all’età di 43 anni) e primo presidente cattolico, Kennedy godette di una vasta popolarità sia all’interno sia all’estero, ma la sua attenzione ai temi sociali e ai diritti civili gli valse anche la forte opposizione dell’establishment politico americano e il Congresso gli negò i fondi per realizzare il programma della “Nuova frontiera”.

La morte di Kennedy (1963), ucciso in circostanze mai del tutto chiarite durante una visita ufficiale a Dallas (Texas), portò alla presidenza Lyndon B. Johnson, che venne confermato alla carica nelle elezioni del 1964. Sotto la presidenza Johnson, l’impegno americano in Indocina crebbe considerevolmente (vedi Guerra del Vietnam). Ma l’impopolarità della guerra, contro la quale si levò la protesta dei pacifisti con risonanza nell’opinione pubblica occidentale, e la consapevolezza di non poterla risolvere militarmente indussero l’amministrazione statunitense ad avviare le trattative per una soluzione concordata del conflitto.

Johnson portò a compimento la battaglia contro la segregazione con l’approvazione del Civil Rights Act (1964), cui fece seguito un periodo di gravi tensioni, rivolte e violenze razziali culminate nel 1968 nell’assassinio del leader pacifista nero Martin Luther King. Durante la presidenza Johnson, gli Stati Uniti videro crescere, accanto ai movimenti pacifisti e a quelli per i diritti civili, un inedito movimento di contestazione del sistema sociale e politico, che ebbe una particolare risonanza nel mondo della cultura: cinema, teatro, musica, poesia, letteratura ecc. La stagione cosiddetta “hippie” cambiò in pochi anni il volto del paese, ma anche quello dell’Europa, dove il fenomeno “controculturale” si radicò in breve tempo e si diffuse anche all’Est, superando la “cortina di ferro”.

Nel frattempo gli Stati Uniti compirono un enorme sforzo scientifico e tecnologico e nel luglio 1969, con il successo della missione lunare dell’Apollo 11, scavalcarono definitivamente l’Unione Sovietica nella corsa allo spazio.

24. Le presidenze Nixon e Ford

Sotto la presidenza del repubblicano Richard Nixon, succeduto nel 1969 a Johnson, la diplomazia americana, incarnata dal 1973 dal segretario di stato Henry Kissinger, conobbe una profonda svolta. Dopo aver avviato un faticoso ritiro delle truppe americane dal Vietnam e le trattative con Hanoi (culminate in una tregua nel 1973 e nella pace nel 1975), Nixon perseguì una politica di distensione con l’Unione Sovietica (accordo SALT I per la limitazione delle armi strategiche), mirando nel contempo a normalizzare le relazioni con la Cina comunista con la cosiddetta “diplomazia del ping-pong” (1972). Gli Stati Uniti svolsero anche un ruolo centrale nel Medio Oriente e nell’America latina, dove interferirono pesantemente sostenendo anche colpi di stato e brutali dittature pur di contrastare l’affermarsi di regimi ritenuti ostili (come ad esempio in Cile) e il fenomeno terzomondista della guerriglia.

In politica interna, Nixon cercò di ripristinare la stabilità sociale, scossa dai forti movimenti di protesta del decennio precedente, e di rilanciare l’economia, mettendo fine alla convertibilità del dollaro (1971). Rieletto nel 1972, Nixon venne travolto nel 1973 dall’esplosione dello scandalo Watergate, che da inchiesta giornalistica assurse a simbolo della battaglia per la libertà di opinione, valore costitutivo della storia americana, calpestata dalle illegalità perpetrate dall’amministrazione. Costretto a dimettersi nell’agosto del 1974, venne sostituito dal vicepresidente Gerald Ford.

25. La presidenza Carter

L’eco non sopita dello scandalo Watergate e la recessione economica seguita alla crisi del petrolio favorirono la riconquista della Casa Bianca da parte dei democratici di Jimmy Carter. Questi cercò di rafforzare il prestigio americano scosso dalla guerra del Vietnam, rilanciando un’azione internazionale di segno nuovo, che ebbe il suo maggior successo nella mediazione tra egiziani e israeliani che si concluse con gli accordi di pace di Camp David (1978). Parte di questa nuova politica fu anche la firma del trattato (1977) con cui gli Stati Uniti si impegnarono a restituire allo stato di Panamá la sovranità sul canale a partire dal 2000.

Alla grave crisi economica Carter oppose una politica di austerità, sollevando il malcontento delle fasce sociali più deboli. Più della crisi economica, furono però due eventi di eccezionale portata internazionale a fiaccare nel 1979 il governo di Carter: la rivoluzione islamica in Iran (gennaio) e l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica (dicembre). All’invasione dell’Afghanistan, Carter rispose con severe contromisure (sospensione degli accordi sulle armi atomiche, embargo dei cereali, avvio del programma degli euromissili). L’ultimo anno di presidenza fu drammaticamente segnato dalla lunga “crisi degli ostaggi”, che oppose Washington al nuovo governo islamico insediatosi a Teheran dopo la cacciata dello scià Reza Pahlavi; la crisi si sarebbe risolta solo nel 1981, con la nuova amministrazione repubblicana, con una vendita sottobanco di armi al regime dell’ayatollah Khomeini (vedi Irangate).

26. La presidenza Reagan

Quando nel gennaio 1981 assunse la presidenza, Ronald Reagan trovò un paese prostrato, affetto da una forte crisi di identità, oltre che economica. L’energica politica da lui attuata nel corso di due mandati fu battezzata “reaganomics” proprio per rimarcarne il tratto personale. Sul piano più culturale, ispirato alla cosiddetta “moral majority” (“maggioranza morale”), una composita lobby cristiana conservatrice, Reagan perseguì una politica attenta ai valori tradizionali e alla famiglia e ostile all’aborto, al femminismo, alle rivendicazioni dei gay. Sul piano economico e finanziario, il reaganismo si caratterizzò, analogamente al contestuale “thatcherismo” britannico, al più radicale neoliberismo: riduzione delle tasse, contrazione dello stato sociale, massima libertà nei rapporti di lavoro (deregulation). Il boom finanziario che seguì dimostrò però tutta la sua fragilità con l’allarmante crollo della Borsa del 19 ottobre 1987.

Con Reagan i bilanci dell’esercito registrarono un forte incremento, dovuto principalmente alla Strategic Defense Initiative, o Star Wars, “guerre stellari” (vedi Scudo di difesa spaziale), e agli euromissili. Infatti, abbandonando la politica di distensione perseguita dalle precedenti amministrazioni, Reagan sfidò l’Unione Sovietica a una corsa al riarmo che avrebbe compromesso il tentativo di Michail Gorbaciov di riformare politicamente ed economicamente lo stato sovietico, crollato poi nel 1991. Non rifiutò tuttavia un confronto prudente con l’URSS e riprese i negoziati per la riduzione delle armi strategiche (1985). In politica estera Reagan rispolverò l’intero armamentario della guerra fredda, attizzando il conflitto nei paesi che tentavano di emanciparsi dall’egemonia statunitense (come ad esempio il Nicaragua).

27. La presidenza di George Bush

Succeduto a Reagan, di cui era stato vicepresidente, alla guida dell’amministrazione statunitense, George Bush si ritrovò ad affrontare una grave recessione e un grosso debito federale. Gli ulteriori tagli apportati dall’amministrazione alla spesa sociale crearono tra le classi più povere un clima di esasperazione e nell’aprile del 1992, in seguito a un episodio di razzismo di cui fu protagonista una pattuglia della polizia, nei sobborghi di Los Angeles scoppiò una delle rivolte più violente della storia statunitense, provocando in pochi giorni una sessantina di morti, centinaia di feriti ed estese distruzioni.

In seguito alla definitiva crisi del sistema comunista tra il 1989 e il 1991, gli Stati Uniti rimasero l’unica superpotenza. Nel dicembre del 1989 Bush lanciò contro Panamá la più vasta offensiva militare dai tempi del Vietnam; rivolta a rovesciare e catturare il dittatore Manuel Antonio Noriega, considerato uno dei maggiori narcotrafficanti centroamericani, l’operazione causò anche la morte di diverse migliaia di civili. Nel 1991, in seguito all’invasione irachena del Kuwait, gli Stati Uniti si posero alla guida di un’ampia coalizione internazionale lanciando l’operazione nominata “Desert Storm” (“Tempesta nel deserto”), che portò in breve tempo alla sconfitta dell’esercito di Saddam Hussein (vedi Guerra del Golfo).

La scena internazionale vide gli Stati Uniti attivamente impegnati nel ciclo dei negoziati in seno al GATT (Uruguay Round, 1986-1993) e nelle trattative che portarono tra il 1991 e il 1993 alla firma del trattato START sulla riduzione degli arsenali strategici.

28. La presidenza Clinton

Dopo il lungo periodo di predominio repubblicano, i democratici si aggiudicarono le elezioni presidenziali del novembre 1992 con Bill Clinton. Questi, che fu favorito nella corsa alla Casa Bianca dalla partecipazione alle elezioni di un terzo candidato di area conservatrice, Ross Perot, riuscì tuttavia ad affermarsi soprattutto recuperando gli elettori che avevano abbandonato il Partito democratico durante l’era Reagan (e chiamati per questo “Reagan democrats”). Clinton perseguì una politica di riforme che affrontasse sia la situazione economica del paese, investito da una forte recessione, sia la critica situazione sociale, onde impedire il ripetersi di rivolte. Clinton cercò anche di attuare una vasta riforma del sistema sanitario e assistenziale (affidandone lo studio a una commissione guidata dalla moglie Hillary), ma il progetto venne tenacemente avversato dai repubblicani e dalle grandi compagnie private di assicurazione.

Preseguendo sulla linea dell’amministrazione repubblicana che lo aveva preceduto, Clinton sostenne la liberalizzazione degli scambi internazionali in seno al GATT (e all’Organizzazione mondiale per il commercio che ne rilevò le funzioni), e sottoscrisse con Messico e Canada, nel 1994, un accordo di libero scambio (NAFTA).

In politica estera, Clinton confermò il sostegno al presidente russo Boris Eltsin e sostenne energicamente le trattative di pace tra israeliani e palestinesi, culminate nello storico incontro di Washington tra Yitzhak Rabin e Yasser Arafat (settembre 1993). Gli Stati Uniti ebbero un ruolo importante nella risoluzione della crisi bosniaca e lo sforzo della loro diplomazia condusse agli accordi di Dayton (1995).

Alle elezioni di medio termine del 1994 il Partito democratico subì una cocente sconfitta e i repubblicani conquistarono la maggioranza in entrambe le camere del Congresso. La situazione del paese, migliorata sensibilmente dal punto di vista economico e occupazionale, presentava però gravi problemi legati alla povertà (soprattutto tra le comunità nere e ispano-americane) e alla sicurezza. Il paese conobbe anche l’intensificarsi di un fenomeno settario bianco, antigovernativo e razzista, e dopo il tragico episodio consumatosi a Waco nel 1993 (costato la vita a un’ottantina di aderenti a una setta estremista), nel 1995 un devastante attentato dinamitardo realizzato a Oklahoma City da un gruppo di “suprematisti” bianchi provocò 186 morti e centinaia di feriti.

28.1. Il secondo mandato di Clinton

Nel 1996 furono riconfermate sia la presidenza democratica sia la maggioranza repubblicana nel Congresso. Il secondo mandato di Clinton si caratterizzò per un ulteriore miglioramento dell’economia e dell’occupazione, ma anche per un forte deterioramento della situazione sociale. A monopolizzare tuttavia la scena politica nazionale fu per lungo tempo il “Sexgate” (o “caso Lewinsky”, dal nome della stagista della Casa Bianca che agli inizi del 1998 aveva rivelato la sua relazione con il presidente Clinton). Sottoposto a un’inchiesta meticolosissima da parte del procuratore Kenneth Starr e in seguito accusato di falsa testimonianza e di intralcio alla giustizia, Clinton fu oggetto di un’ossessiva e morbosa campagna politico-giuridico-mediatica. L’offensiva nei confronti della Casa Bianca non ebbe tuttavia gli effetti sperati dai repubblicani, che, penalizzati nelle elezioni di “medio termine” (1998), si videro in seguito bocciare la richiesta di impeachment a carico di Clinton.

In politica estera, Clinton si sforzò di rafforzare il ruolo internazionale degli Stati Uniti. Confermata la sua ostilità a Cuba e alla Libia, il presidente americano si lanciò in un’energica campagna contro il fondamentalismo islamico che lasciò molto freddi i suoi tradizionali alleati arabi come l’Arabia Saudita o la Giordania; questi due paesi si unirono infatti alla protesta araba quando gli Stati Uniti minacciarono un nuovo massiccio intervento militare in Iraq alla fine del 1998 (poi scongiurato grazie al successo della missione diplomatica del segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan).

In seguito ai drammatici sviluppi del conflitto in atto tra serbi e albanesi in Kosovo, nel febbraio del 1999 gli Stati Uniti presero parte, con gli altri paesi del gruppo di contatto (Russia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia), ai negoziati di Rambouillet, rivolti a raggiungere un accordo che garantisse l’autonomia della provincia serba e la sicurezza della popolazione di etnia albanese e che scongiurasse il precipitare della crisi. Dopo il fallimento dei negoziati, l’amministrazione statunitense fu la più risoluta nel sostenere l’intervento armato dell’“Allied Force” (Forza Alleata), una coalizione formata da alcuni paesi della NATO, tra cui l’Italia.

Tra gli effetti collaterali del conflitto vi fu un deterioramento delle relazioni tra Stati Uniti, Russia e Cina. L’ambasciata cinese di Belgrado fu peraltro colpita durante i bombardamenti, ma l’incidente non ebbe conseguenze sui negoziati commerciali tra Washington e Pechino, che a novembre del 1999 firmarono uno storico accordo commerciale che preannunciò l’ingresso della Cina nel WTO (2001).

Nel corso degli ultimi due anni della presidenza Clinton l’economia del paese, grazie soprattutto al settore delle telecomunicazioni e ai sorprendenti sviluppi delle attività legate alla cosiddetta “new economy”, registrò un’ulteriore crescita (nel maggio 1999 l’indice Dow Jones, triplicato sotto la presidenza Clinton, superò per la prima volta 11.000 punti). I profondi sconvolgimenti avvenuti nell’economia e nella società statunitense e la sempre più ineguale distribuzione della ricchezza favorirono anche la diffusione del malcontento e la comparsa di un forte movimento di critica alla globalizzazione, che, nato all’interno dei movimenti della sinistra radicale ed ecologista, si estese presso altri settori della società statunitense e nel mondo del lavoro; nella primavera del 2000, tra i protagonisti della clamorosa protesta contro il vertice di Seattle dell’Organizzazione mondiale per il commercio (WTO), vi furono infatti i sindacati e centinaia di organizzazioni operanti nei più diversi ambiti sociali.

A contrassegnare l’ultima fase della presidenza di Clinton, fu anche l’affermarsi, sulla scena politica internazionale e in diretta contrapposizione con gli Stati Uniti, del terrorismo di matrice islamica. Nel 1998 le ambasciate statunitensi di Kenya e Tanzania vennero colpite da due gravi attentati. Clinton rispose con un nutrito lancio di missili contro il Sudan e l’Afghanistan, diventati, nel corso degli anni Novanta, i principali santuari della galassia radicale islamica e in particolare dei gruppi legati all’organizzazione Al Qaeda di Osama Bin Laden. Durante il suo secondo mandato, Clinton provò anche a rilanciare il processo di pace in Palestina, ma il suo tentativo si arenò contro l’intransigenza delle leadership israeliana e palestinese.

29. La presidenza di George W. Bush

La campagna elettorale per la presidenza, che oppose nel novembre 2000 il vicepresidente Al Gore, candidato dei democratici, a George W. Bush, si concluse con la vittoria di quest’ultimo. Decisiva ai fini del risultato finale fu la candidatura di Ralph Nader, popolare difensore dei diritti civili, che sottrasse al democratico Gore una parte dell’elettorato, sebbene modesta (2,6%).

Quelle del 2000 furono tra le elezioni più incerte e combattute della storia degli Stati Uniti, non solo per l’insolita lunghezza della campagna elettorale – durata praticamente tutto l’anno – e per la sua asprezza, ma anche per la confusione che caratterizzò la fase conclusiva. Lo stretto margine di voti che separava i due contendenti in diversi stati (e soprattutto in Florida, dove i democratici contestavano la validità dello scrutinio) tenne in sospeso il paese per più di un mese dal voto popolare; solo il 13 dicembre, e con lo scarto di un solo voto, la Corte Suprema convalidò la vittoria di Bush.

Nei primi “cento giorni” – che nel sistema politico statunitense rappresentano un importante segnale dell’indirizzo che la nuova amministrazione intende seguire – il presidente Bush prese decisioni significative circa molte questioni anticipate durante la campagna elettorale: lotta all’aborto, alleggerimento della pressione fiscale, tagli ai finanziamenti dei settori assistenziale, previdenziale e scolastico. Dopo timidi segnali di ripresa economica, a partire dalla primavera 2001 l’industria statunitense iniziò a perdere colpi; le maggiori perdite si ebbero nel settore della New economy, con la chiusura di centinaia di imprese.

In politica internazionale le prime iniziative della nuova amministrazione indicarono un netto cambiamento di rotta e una ridefinizione degli obiettivi strategici americani. Annunciata dallo sblocco della vendita di armi a Taiwan e da due aspri scontri diplomatici con Mosca e Pechino, la strategia statunitense si delineò ulteriormente con la rimessa in discussione di una serie di importanti trattati internazionali – sull’ambiente, sulle armi batteriologiche, sulle armi leggere, sulle mine antiuomo – in attesa di ratifica. Il nuovo vento “unilateralista” si manifestò anche con la diminuzione dell’impegno nei confronti di alcune questioni internazionali (ad esempio il conflitto nei Balcani e in Medio Oriente), costantemente nell’agenda della passata amministrazione. Bush rilanciò inoltre il progetto del cosiddetto “Scudo spaziale” – la National Missile Defense, Difesa missilistica nazionale – già caro al presidente Reagan, incontrando la ferma opposizione della Cina e della Russia ma anche la perplessità dei paesi dell’Unione Europea, preoccupati di una pericolosa corsa al riarmo.

29.1. 11 settembre 2001

L’11 settembre 2001 gli Stati Uniti vennero colpiti da un attacco terroristico di sconvolgenti dimensioni, lanciato contro i simboli del potere politico ed economico. In un’agghiacciante sequenza, tre aerei di linea vennero sequestrati da commando suicidi e scagliati, nel breve arco di tempo di un’ora (dalle 8,45 alle 9,43) con tutto il loro carico umano contro le Torri Gemelle del World Trade Center di New York e la sede del ministero della Difesa americano, il Pentagono. Un quarto aereo dirottato, dopo aver solcato i cieli alla ricerca di un ulteriore obiettivo, precipitò al suolo nei dintorni di Pittsburgh alle 10,47. Dopo lo schianto del primo aereo contro la torre nord del World Trade Center, l’attacco venne ripreso e trasmesso in tutto il mondo dalle televisioni. Centinaia di milioni di persone assistettero così in diretta al violento impatto del secondo aereo contro la torre sud e poi, tra le 10 e le 10,27, al crollo delle due torri che travolse migliaia di persone e coprì Manhattan di uno spesso strato di polvere e fumo. L’attacco terroristico causò circa tremila morti e centinaia di feriti, lasciando il paese in uno stato di profondo shock. Per limitare i nefasti effetti dell’attentato, la Borsa di Wall Street rimase chiusa per alcuni giorni.

29.2. Una nuova strategia mondiale

Dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 la lotta contro il terrorismo diventò la preoccupazione principale dell’amministrazione statunitense. Il presidente Bush lanciò una campagna diplomatica volta a ottenere il più ampio sostegno internazionale per un’energica offensiva contro l’organizzazione Al Qaeda di Osama Bin Laden, ritenuto il mandante dell’attacco terroristico, e l’Afghanistan che ne ospitava le basi. Bush ottenne il sostegno, oltre che degli alleati della NATO (che attivò il meccanismo di solidarietà militare previsto dall’articolo 5 dell’organizzazione), di moltissimi altri paesi. Alla coalizione capeggiata da Washington si aggiunse anche il Pakistan, sino ad allora il maggior alleato del regime afghano dei taliban. Fallito l’ultimo tentativo diplomatico con il rifiuto di Kabul di consegnare Bin Laden, il 7 ottobre la coalizione capeggiata dagli Stati Uniti lanciò contro l’Afghanistan l’operazione Enduring Freedom (“Libertà duratura”), rivolta ad annientare la macchina bellica dei taliban e a favorire l’instaurazione di un regime moderato nel paese.

Nell’arco di pochi mesi la nuova amministrazione statunitense ridisegnò completamente il quadro strategico e quello dei rapporti diplomatici con i suoi alleati e con il resto del pianeta. Nel discorso sullo stato dell’Unione, pronunciato il 29 gennaio 2002, il presidente Bush pose la lotta al terrorismo al centro dell’attività del suo governo; secondo la nuova strategia, gli Stati Uniti avrebbero dovuto promuovere e guidare una lotta senza quartiere sia contro le organizzazioni terroriste, sia contro gli stati sospettati di favorirne l’azione. Tra quelli considerati “stati canaglia” dall’amministrazione americana, Bush ne menzionò esplicitamente tre (Iraq, Iran e Corea del Nord), accomunandoli sotto l’etichetta di “asse del male” e accusandoli di perseguire lo sviluppo di armi di distruzione di massa. Nei mesi successivi Washington concentrò la sua offensiva diplomatica contro l’Iraq. La nuova politica di Bush si scontrò in diverse occasioni con gli alleati europei – in particolare con la Germania e con la Francia, anche per la svolta compiuta nei confronti della crisi israelo-palestinese, che aveva visto l’amministrazione statunitense schierarsi apertamente al fianco del premier israeliano Ariel Sharon – ma infine prevalse: a sancire l’affermazione della visione strategica fu il nuovo ruolo assegnato alla NATO e l’allargamento dell’alleanza ai paesi dell’Est europeo.

La crisi internazionale determinata dagli effetti degli attentati dell’11 settembre ebbe l’effetto di far passare in secondo piano la situazione economica del paese, che nonostante una serie di interventi della Federal Reserve registrava un forte rallentamento. A ostacolare la ripresa economica intervennero anche una serie di gravi scandali finanziari (e in particolare, nel dicembre 2001, quello della Enron, gigante texano del settore energetico), che assestarono un duro colpo alla credibilità del mercato borsistico statunitense e internazionale. Il caso Enron, diventato in poche settimane uno scandalo di enorme portata, provocò un grave scontro tra le due principali istituzioni statunitensi, il Congresso e la Casa Bianca; in seguito al rifiuto di consegnare alle commissioni parlamentari gli atti relativi al rapporto intercorso tra la presidenza e la Enron, il General Accounting Office (una sorta di “corte dei conti”, formata però da parlamentari) avviò infatti, per la prima volta nella storia del paese, una formale causa contro il governo davanti al Tribunale di Washington.

Agli inizi del 2002 la pubblicazione di alcune foto dei prigionieri catturati in Afghanistan e rinchiusi nella base militare di Guantánamo, a Cuba, sollevò le proteste delle organizzazioni per i diritti umani, che invocarono il rispetto della convenzione di Ginevra (vedi Croce rossa internazionale). L’amministrazione statunitense accolse solo in parte gli appelli, riconoscendo lo status di prigionieri di guerra ai taliban ma non ai membri di Al Qaeda, l’organizzazione di Osama Bin Laden.

Un nuovo motivo di dissidio con i paesi europei arrivò in marzo, con l’annuncio dell’imposizione di tariffe doganali del 30% sull’importazione di prodotti siderurgici che provocò le proteste dell’Unione Europea; conseguirono scarsi risultati le missioni in Medio Oriente del vicepresidente Dick Cheney e del segretario di stato Colin Powell, rivolte rispettivamente a ottenere il consenso degli stati arabi a un nuovo attacco contro l’Iraq, sospettato dello sviluppo di un programma di riarmo, e il ritiro delle truppe israeliane dai territori palestinesi. L’amministrazione statunitense proseguì tuttavia sul cammino intrapreso, volto alla difesa politico-economica e militare degli Stati Uniti, e, dopo la denuncia del trattato ABM (Anti-Ballistic Missile) firmato con l’Unione Sovietica nel 1972, riprese i test missilistici rivolti alla costruzione dello “scudo spaziale”. In maggio, alla firma di un accordo tra Bush e Putin per una drastica riduzione degli arsenali atomici statunitense e russo, seguì lo storico accordo, siglato da Putin e dai capi di governo dei paesi membri della NATO, che diede vita al Consiglio NATO-Russia, diretto ad approfondire la collaborazione tra Mosca e i paesi membri dell’Alleanza atlantica.

Sul fronte interno, una nuova crisi si abbatté nel giugno 2002 sul mercato finanziario statunitense. Accusata di frode, la compagnia di telecomunicazioni WorldCom, la seconda del paese, perse in borsa il 90% del suo valore. Il crollo di WorldCom trascinò al ribasso i listini di tutte le principali piazze finanziarie del mondo. Nell’intento di rassicurare gli investitori, a luglio il Parlamento statunitense votò un provvedimento per rafforzare le pene (fino a 25 anni di carcere) verso i responsabili di falsificazione dei bilanci delle società.

Le elezioni di medio termine del 5 novembre 2002 registrarono una forte avanzata dei repubblicani, che confermarono con 226 seggi (su 435) la maggioranza già posseduta alla Camera e ottennero, con 51 seggi, anche la maggioranza del Senato. Nelle contestuali elezioni per il rinnovo dei governatori, i democratici si aggiudicarono 23 stati su 36. Alla fine di novembre il Senato approvò definitivamente l’istituzione di un nuovo ministero incaricato della sicurezza interna e della lotta al terrorismo. Contro il provvedimento, già passato al vaglio della Camera, si espressero solo sette senatori democratici.

29.3. Guerra “preventiva” all’Iraq

In occasione del primo anniversario dell’attacco terroristico dell’11 settembre 2001, Bush ribadì l’impegno degli Stati Uniti contro il terrorismo, indicando nell’Iraq di Saddam Hussein, accusato di possedere armi di distruzione di massa, il principale obiettivo della strategia militare statunitense. Pochi giorni dopo il governo di Washington diede avvio a una battaglia diplomatica in seno alle Nazioni Unite, rivolta all’adozione di una dura risoluzione contro l’Iraq; il presidente Bush si dichiarò pronto ad attaccare il paese mediorientale anche senza l’avallo dell’ONU. Agli inizi di ottobre Bush ottenne il sostegno del Congresso, che lo autorizzò a utilizzare la forza contro l’Iraq. Il mese seguente il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite decise l’invio di ispettori internazionali in Iraq e minacciò serie conseguenze in caso di mancato disarmo.

Risoluto ad abbattere il regime di Saddam Hussein, Bush richiese alle Nazioni Unite l’autorizzazione all’uso della forza, che però gli venne negata in seno al Consiglio di Sicurezza dal veto di Germania, Francia, Russia e Cina, persuase della necessità di attendere il risultato dei controlli degli ispettori internazionali. Nonostante l’assenza di prove sull’esistenza di armi di distruzioni di massa, il 20 marzo 2003, con l’appoggio militare di Regno Unito, Australia e Polonia e quello politico e logistico di altri paesi (tra cui l’Italia) Bush decise di agire anche senza l’avallo dell’ONU dando inizio all’operazione Iraqi Freedom.

Grazie alla netta superiorità militare e tecnologica e all’impiego massiccio dell’aviazione, le forze della coalizione avanzarono da sud con incredibile rapidità ed entrarono a Baghdad il 6 aprile. La caduta della capitale facilitò poi l’avanzata da nord, sostenuta dalle forze curde appoggiate da corpi speciali statunitensi, e portò alla caduta di Kirkuk e Mosul pochi giorni dopo. La campagna militare si concluse il 14 aprile con la presa di Tikrit. Il 1° maggio, Bush dichiarò ufficialmente la fine della guerra.

Tuttavia, il dopoguerra si rivelò più difficile di quanto previsto dall’amministrazione statunitense e le truppe della coalizione incontrarono un’aspra resistenza. Le esigenze di stabilizzare in breve tempo il paese e di trovare risorse per la sua ricostruzione indussero Bush a riavvicinarsi all’ONU, il cui Consiglio di sicurezza nell’ottobre 2003 legittimò la presenza statunitense in Iraq. Nonostante l’arresto di alcuni dei più importanti rappresentanti del regime baathista e dello stesso Saddam Hussein (dicembre 2003), l’opposizione alle truppe della coalizione andò via via intensificandosi. Gli Stati Uniti crearono prima un’autorità provvisoria di governo (CPA, Coalition Provisional Authority), poi, nel giugno 2004, un consiglio di governo provvisorio (dotato tuttavia di poteri limitati e inadeguati per affrontare la grave situazione), costituito dai rappresentanti delle tre principali comunità irachene (sciiti, sunniti e curdi).

La multiforme resistenza, animata soprattutto da forze del passato regime e da milizie islamiche internazionali, si fece protagonista di un’incessante offensiva contro le truppe della coalizione e del costituendo esercito iracheno, affiancandola a una sistematica azione di boicottaggio dell’industria petrolifera. La rivelazione, nel marzo 2004, delle torture inflitte ai detenuti iracheni nelle carceri di Abu Ghraib controllate dagli Stati Uniti, contribuì ad alimentare le violenze e provocò nel contempo un’ondata di sdegno contro l’amministrazione statunitense. In maggio, negli Stati Uniti prevalse per la prima volta nei sondaggi una posizione contraria alla politica irachena di Bush.

29.4. Il secondo mandato Bush

Nel novembre 2004, al termine di un’aspra campagna elettorale condotta soprattutto sui temi della lotta al terrorismo, della sicurezza e dei valori morali, Bush riuscì a aumentare il suo consenso mobilitando massicciamente la destra religiosa e a imporsi sul candidato democratico John Forbes Kerry. Nelle contestuali elezioni legislative, il Partito repubblicano conquistò una solida maggioranza in entrambe le camere del Congresso.

Bush operò un ampio rimpasto nella sua amministrazione. Il posto di segretario di Stato, lasciato libero da Colin Powell subito dopo la conferma di Bush alla presidenza, venne occupato da Condoleezza Rice, già consigliera per la Sicurezza nazionale. Nel “Discorso sullo stato dell’Unione” pronunciato ai primi di febbraio 2005, Bush ribadì il suo impegno nella lotta al terrorismo e per la diffusione della democrazia nel mondo.

Gli elevatissimi costi economici e umani della guerra in Iraq, e i discutibili risultati ottenuti nel paese mediorientale, provocarono un repentino calo della popolarità dell’amministrazione statunitense e in particolare del presidente Bush già pochi mesi dopo la sua rielezione.

A determinare il cambiamento di rotta dell’opinione pubblica statunitense contribuì, nell’agosto 2005, il disastro provocato a New Orleans dal passaggio dell’uragano Katrina. La città, inondata dalle acque del Mississippi in seguito alla rottura degli argini, subì gravissimi danni e centinaia di migliaia di persone furono costrette a evacuare. I ritardi dei soccorsi provocarono nel paese molte polemiche, che investirono pesantemente il governo centrale. In ottobre l’amministrazione fu coinvolta in un nuovo scandalo; Lewis “Scooter” Libby, strettissimo collaboratore del vicepresidente Dick Cheney, fu infatti accusato di aver svelato il nome di un’agente della CIA per colpirne il marito, un diplomatico contrario all’intervento militare in Iraq. Alle polemiche sul caso Libby, ribattezzato “Ciagate”, si aggiunsero quelle su un programma di intercettazioni telefoniche approvato dal presidente senza informarne l’opinione pubblica e quelle sui trasferimenti segreti e illegali (extraordinary renditions) di prigionieri sospettati di terrorismo in paesi non rispettosi dei diritti umani.

Il “Discorso sullo stato dell’Unione”, pronunciato da Bush alla fine di gennaio 2006, si incentrò nuovamente sulla lotta al terrorismo. Il presidente rivolse un severo ammonimento all’Iran, accusato di celare, dietro la ricerca nucleare civile, gli sforzi per dotarsi dell’arma atomica. In marzo il Congresso rinnovò il Patriot Act, principale pilastro della politica dell’amministrazione e una delle leggi più controverse della storia statunitense. In aprile una sentenza della magistratura costrinse il Pentagono a rivelare i nomi dei sospettati di terrorismo detenuti nella base militare di Guantánamo, tenuti segreti per più di quattro anni. Le elezioni di mid-term di novembre 2006 si risolsero in una sonora sconfitta dei repubblicani, che persero il controllo di entrambe le camere del Congresso. Il risultato elettorale provocò forti contrasti all’interno dell’amministrazione e le dimissioni del ministro della Difesa Donald Rumsfeld, il principale artefice della strategia antiterrorismo lanciata da Bush all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001.

Nel gennaio 2007 il presidente George W. Bush annunciò il rafforzamento del contingente statunitense in Iraq e l’avvio di una nuova strategia volta a favorire la stabilizzazione del paese mediorientale. Pochi mesi dopo Bush respinse la richiesta del Congresso di un piano di ritiro delle truppe dall’Iraq, ottenendo invece l’incremento dei fondi da destinare alla strategia antiterroristica della sua amministrazione.

Nel marzo 2008 sono più di 4000 i soldati statunitensi morti in Iraq e i feriti ammontano a decine di migliaia; controverse sono le cifre delle vittime civili irachene, che secondo alcune agenzie sarebbero più di 600.000.

30. Sviluppi recenti

All’inizio del 2008 molti sono gli avvisi di una grave crisi finanziaria in arrivo nel mercato americano; il presidente della Federal Reserve, Ben S. Bernanke, parla di un’incipiente recessione. Diversi sono gli elementi che concorrono al profondo malessere dell’economia statunitense, a partire dallo scoppio della cosiddetta “bolla immobiliare” che, causando la continua perdita di valore degli immobili, crea una serie di insolvenze che portano al fallimento di numerose agenzie specializzate nella concessione di mutui “subprime”, come Fannie Mae e Freddie Mac. Nonostante le iniezioni di denaro da parte della Federal Reserve (intervento statale mai verificatosi prima nel paese del neoliberismo economico), nel corso dell’anno si susseguono i crack delle banche d’investimento (Bear Sterns, Lehmann Brothers, Merrill Lynch), di risparmio e credito (Washington Mutual) e della maggiore compagnia di assicurazioni del paese, AIG (American International Group). Grave è anche la situazione nell’industria, con le principali case produttrici di automobili (General Motors, Ford e Chrysler) sull’orlo del fallimento.

La corsa alle elezioni presidenziali del 2008 registra la nomination, in campo repubblicano, del senatore Joseph McCain, affiancato da Sarah Palin, governatrice dell’Alaska. Le primarie del Partito democratico si trasformano in un testa a testa tra la senatrice Hillary Rodham Clinton, moglie di Bill Clinton e data per favorita, e il senatore afroamericano Barack Obama: è quest’ultimo a vincere la candidatura per i democratici e, in ticket con Joseph Biden, a ottenere una strepitosa vittoria nelle elezioni di novembre.