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Geroglifico
1. Introduzione

Geroglifico Elemento di un qualsiasi sistema di scrittura pittografica, i cui caratteri cioè rappresentano oggetti riconoscibili. Il termine viene però generalmente associato al sistema di scrittura dell’antica lingua egizia, poiché gli antichi greci applicarono il termine (che in greco significa “lettere sacre incise”) ai caratteri incisi sulle pareti dei monumenti egizi. La parola “geroglifico” fu successivamente usata per descrivere anche i sistemi di scrittura pittorica, del tutto indipendenti, degli ittiti, della civiltà minoica e dei maya.

2. Ideogrammi e fonogrammi

Le iscrizioni egizie sono composte da due tipi fondamentali di segni: ideogrammi e fonogrammi. L’ideogramma richiama allo specifico oggetto rappresentato o a qualcosa di direttamente associabile; ad esempio, un’immagine del sole può significare “sole” o “giorno”. I fonogrammi invece rappresentano suoni, sono usati solo per il loro valore fonetico e non hanno relazione con la parola che compongono.

Lo stesso principio associativo che è alla base del rompicapo o del rebus, secondo il quale la raffigurazione di un oggetto può indicare non solo quell’oggetto, ma anche una parola con lo stesso suono ma un diverso significato, rese possibile la scrittura geroglifica di nomi propri, termini astratti ed elementi grammaticali. I fonogrammi potevano rappresentare una consonante o la combinazione di due o tre consonanti in un ordine specifico; le vocali non venivano rappresentate. Un medesimo segno poteva servire come ideogramma in una parola e come fonogramma in un’altra.

La maggior parte delle parole era scritta con una combinazione di segni fonetici e ideografici; ad esempio, la rappresentazione della pianta di una casa significava “casa”, ma lo stesso segno seguito da un complemento fonetico e dalla raffigurazione di un paio di gambe nell’atto di camminare era usato per indicare il verbo omofono che significava “uscire”. Alcuni ideogrammi, detti determinativi, scritti alla fine di una parola, indicavano la categoria cui la parola apparteneva precisandone il significato, non sempre reso chiaro dal contesto; ad esempio, la rappresentazione di un rotolo di papiro, usata come determinativo, indicava che si intendeva esprimere un concetto astratto.

3. Disposizione delle iscrizioni geroglifiche

Le iscrizioni geroglifiche possono avere andamento sia orizzontale sia verticale, di solito da destra a sinistra. La direzione di lettura è indicata da segni particolari all’inizio di ogni iscrizione. Vi compaiono nomi, verbi, preposizioni e altre parti del discorso disposte secondo rigide regole di ordine delle parole. I segni riferiti al re e agli dei sono spesso spostati rispetto al resto dello scritto, per ragioni onorifiche. I due nomi più comuni del re, quello divino e quello personale, sono racchiusi graficamente in cartigli, o “anelli reali”.

4. Sviluppo delle forme corsive

Il sistema geroglifico si sviluppò intorno al 3000 a.C. e restò in uso presso gli egizi fino all’epoca romana; la più tarda iscrizione geroglifica risale al 394 d.C. La forma e il numero di segni rimasero quasi invariati fino al periodo grecoromano (dopo il 332 a.C.): da allora, il numero dei segni, particolarmente dei fonogrammi, fu notevolmente ampliato. Ma già alle origini del Regno Antico (III millennio a.C.) gli egizi avevano sviluppato una scrittura corsiva adatta a sostituire i geroglifici per gli scritti vergati, stendendo l’inchiostro con pennelli o strumenti dalla punta smussata sul papiro o su materiali simili. Questa scrittura è detta ieratica (in greco, “sacra” nel senso di “sacerdotale”), in quanto fino al VII secolo a.C. circa era quasi esclusivamente limitata ai testi religiosi. Ma nell’uso quotidiano o privato si adoperava una scrittura ancora più scorrevole e legata, detta demotica (in greco, “popolare”). La scrittura geroglifica, la cui stesura richiedeva accuratezza, impegnando lo scriba per molto più tempo rispetto alle due corsive, continuò a essere usata per le iscrizioni incise sui monumenti. Per le sue caratteristiche pittoriche era usata dagli egizi anche con funzione decorativa.

5. Decifrazione dei geroglifici

Già i romani credevano che i geroglifici egizi fossero simbolici e allegorici, non fonetici; questa teoria prevalse fin dopo la Rivoluzione francese. Nel 1799 un soldato dell’esercito napoleonico in Egitto scoprì la stele di Rosetta, un’iscrizione bilingue su pietra a commemorazione dell’ascesa al trono di Tolomeo V (196 a.C.). L’iscrizione era in greco e in egizio, e la parte in lingua egizia era sia in scrittura geroglifica sia in scrittura demotica.

Un diplomatico svedese, Johan David Åkerblad, riuscì a identificare alcune delle lettere fonetiche nella versione corsiva del testo; il fisico britannico Thomas Young, appassionato di egittologia, giunse a identificare alcuni nomi propri. Fu però l’egittologo francese Jean-François Champollion a riconoscere come fonetiche le due scritture egizie.

Nelle prime fasi della ricerca, Champollion aveva riscontrato, sulla base della scrittura demotica, la corrispondenza tra i geroglifici e il suono di alcuni nomi propri; le sillabazioni identificate furono confermate dai cartigli presenti sulla stessa stele di Rosetta e su altri monumenti di età tolemaica. Dopo avere identificato i nomi e i titoli dei personaggi nominati, Champollion riuscì a decifrare i primi cartigli faraonici, utilizzando i valori fonetici individuati e aiutandosi con la conoscenza del copto, che egli stesso aveva identificato come ultima fase evolutiva della lingua egizia. Nel 1822 la decifrazione della stele era completata. Vedi anche Alfabeto.