Schönberg, Arnold
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Schönberg, Arnold
3. L’evoluzione musicale

Schönberg arrivò alla tecnica dodecafonica partendo dal romanticismo tardo-ottocentesco. I suoi primi lavori tonali mostrano reminiscenze della musica di Johannes Brahms, a cui presto si aggiunse un cromatismo di discendenza wagneriana. In lavori come Verklärte Nacht, Schönberg raggiunse una grande intensità emotiva attraverso la ricchezza di armonie e lunghe melodie sostenute da una fitta trama contrappuntistica. A partire dal 1907 circa, queste caratteristiche divennero ancor più pronunciate nei lavori espressionisti: in essi la tonalità è abbandonata e la forma musicale si fa più compatta. L’esempio più importante di questo periodo è il Pierrot Lunaire, nel quale l’orchestra da camera che accompagna la voce impiega una diversa formazione di strumenti per ognuna delle ventuno liriche del ciclo e la solista usa lo Sprechstimme (“canto parlato”).

Verso il 1920 il musicista cominciò a formulare la sua tecnica dodecafonica nell’intento di trovare un modo di comporre, rigoroso e praticabile anche da altri compositori, che sostituisse la tonalità e le forme classiche giunte ormai a suo avviso al termine di un ciclo storico. La musica dodecafonica, a differenza di quella tonale, non utilizza scale di sette suoni. Come indica il nome, tutti i 12 suoni della scala cromatica vengono usati in ogni pezzo, a partire da successioni chiamate serie – formate appunto da 12 suoni – che sostituiscono i temi e le melodie della musica precedente. Il risultato è lontanissimo da qualunque motivo orecchiabile, e le armonie che ne derivano sono dissonanti e insolite. Ciò spiega l’incomprensione, la diffidenza e l’ostilità incontrate da questa musica anche dopo la morte dell’autore.

La composizione più impegnativa di Schönberg, mai completata, Moses und Aron, rappresenta un distillato di tutti i suoi stili. Schönberg tornò occasionalmente alla tonalità, ma, nella maggior parte delle opere degli anni Trenta e Quaranta, tentò una sintesi tra la dodecafonia e i principi formali che aveva utilizzato nel periodo espressionista: una sintesi che si può rilevare nel Concerto per pianoforte e nel monumentale Trio per archi.

Tramite Schönberg e i suoi allievi Webern e Berg, che costituirono la cosiddetta “scuola seriale di Vienna”, il metodo dodecafonico divenne una forza dominante nella pratica compositiva del Novecento e fu una delle più significative innovazioni nella storia della musica occidentale.