| Trova nell'articolo | Indonesia | Articolo |
| 1. | Introduzione |
Indonesia (nome ufficiale Republik Indonesia, Repubblica Indonesiana), stato del Sud-Est asiatico comprendente il vasto arcipelago situato fra l’Indocina e l’Australia. Il sistema insulare è formato da 13.677 isole, 3.000 delle quali abitate; si estende per 5.150 km da est a ovest e per 1.931 km da nord a sud, con una superficie complessiva di 1.904.570 km² e un’estensione costiera di 54.716 km. Lo stato comprende tre quarti del Borneo (Kalimantan), la sezione occidentale della Nuova Guinea (Papua), Giava, Celebes, Sumatra (le isole più grandi, che da sole occupano circa il 95% dell’arcipelago), oltre a Timor, Lombok, Madura, Sumba, Sumbawa, Flores, Bali, Solor, Alor (le Piccole Isole della Sonda), le Molucche e altri raggruppamenti minori. La capitale è Giacarta.
| 2. | Territorio |
Un sistema di catene montuose con cime molto elevate si estende da Sumatra a Timor. I monti più alti sono il Kerinci (3.805 m) a Sumatra, il Rinjani (3.726 m) a Lombok e il Semeru (3.676 m) a Giava. Kalimantan ha un rilievo centrale, circondato da una pianura costiera, e Celebes è prevalentemente montuosa. Puncak Jaya (5.030 m), il più alto picco indonesiano, sorge nella catena del Pegunungan Sudirman, nella provincia di Papua.
Una caratteristica dell’Indonesia è il vulcanismo. Sulle isole sono presenti circa 220 vulcani attivi e un considerevole numero di crateri spenti. Nel paese si sono verificate alcune delle maggiori eruzioni vulcaniche della storia: il vulcano Tambora (Gunung, cioè “monte”, Tambora), situato nella regione costiera a nord di Sumbawa, eruttò nel 1815 provocando la morte di circa 50.000 persone; il Krakatoa (Gunung Krakatau), che sorge sull’isoletta di Rakata, fra Giava e Sumatra, nel 1883 distrusse con la sua attività due terzi del territorio insulare e provocò un maremoto che causò 35.000 vittime; l’eruzione del monte Agung (Gunung Agung), nel 1963, provocò oltre 10.000 vittime. Per quanto distruttiva e fonte di costante pericolo, l’attività vulcanica ha arricchito nel tempo la fertilità del suolo. A Giava, ad esempio, ci sono oltre 120 vulcani (di cui una ventina attivi) e uno dei terreni più ricchi dell’Indonesia.
La vasta rete idrografica indonesiana comprende numerosi fiumi di portata irregolare, che durante la stagione delle piogge sono soggetti a piene frequenti e provocano spesso inondazioni, e pochi laghi, il più esteso dei quali è il Toba, a Sumatra (1.300 km² circa). I fiumi più lunghi si trovano a Sumatra (Kampar, Inderagiri, Musi) e a Kalimantan (Kapuas, Barito, Mahakam).
| 1. | Clima |
Il clima dell’Indonesia è prevalentemente equatoriale. Le temperature medie, piuttosto elevate, si mantengono stabili fra i 24 e i 27 °C. Anche il tasso di umidità è molto alto (intorno all’80% annuo); le precipitazioni, determinate dai monsoni, sono abbondanti e raggiungono medie annuali di 1.800 mm. La stagione piovosa dura da novembre a maggio, mentre da giugno a ottobre il clima è relativamente più asciutto. Nelle regioni montuose la piovosità aumenta: sui versanti dei rilievi esposti agli umidi venti asiatici le precipitazioni superano i 4.000 mm annui.
| 2. | Flora e fauna |
In Indonesia si estende la foresta pluviale; il disboscamento è stato intensivo in alcune aree, ma le foreste ricoprono ancora circa la metà della superficie complessiva del paese e comprendono oltre 4.000 specie arboree. Nelle isole orientali prevale la vegetazione tipica della savana; sui bassi litorali del Borneo e di Sumatra crescono le mangrovie, presenti, insieme a bambù, palme, querce, castagni e conifere, nei luoghi in cui la foresta equatoriale non trova spazio oppure è stata abbattuta. Nel paese vi sono inoltre numerose specie di piante da fiore, che comprendono alcuni dei fiori più grandi del mondo, come la Rafflesia arnoldii.
L’Indonesia si trova nella zona di transizione tra le due maggiori zone faunistiche del mondo, quella asiatica e quella australiana. La linea che le separa, nota come “linea di Wallace”, attraversa il territorio indonesiano, dove si possono trovare specie asiatiche e specie australiane: a ovest della linea, il rinoceronte, l’elefante, la tigre, il tapiro, l’orango e varie specie di gibboni e scimmie (comunità faunistica asiatica); a est il cacatua, l’uccello del paradiso e l’uccello giardiniere, l’echidna e marsupiali come il bandicoot (comunità faunistica australiana). Molte varietà sono specifiche di un’isola o di un gruppo di isole: l’orango si trova solo a Sumatra e nel Borneo; la tigre a Giava e a Sumatra; il bue selvatico a Giava e nel Borneo; la scimmia dalla proboscide solo nel Borneo; l’elefante, il tapiro e il siamang (gibbone nero) si trovano solo a Sumatra. Numerosissimi in tutto l’arcipelago sono gli uccelli, gli anfibi e i rettili, fra cui la più grande lucertola del mondo, il rarissimo varano di Komodo. Molte specie sono ad alto rischio di estinzione, incluso l’orango, il rinoceronte giavanese e il rinoceronte di Sumatra.
| 3. | Problemi e tutela dell’ambiente |
L’Indonesia include una grande varietà di habitat e di forme di vita vegetale e animale, la maggior parte delle quali sono endemiche. Si trova qui il 10% circa delle foreste tropicali umide del mondo e ampie zone umide, che sono perlopiù coltivate a riso o sfruttate per l’acquacoltura. Le barriere coralline che bordano le numerose isole del paese sono molto importanti per la conservazione della biodiversità marina.
Sviluppo urbano e agricoltura intensiva rappresentano la causa principale della deforestazione, il maggior problema ambientale del paese. Sebbene il 46,5% (2005) delle terre emerse risulti tuttora coperte di foreste, ogni anno l’1,61% (1990–2005) dell’area forestale viene disboscato. Il taglio e l’esportazione di tronchi grezzi sono stati vietati, ma la legge è spesso violata e l’attività illegale è difficile da contenere. Inoltre, come in altri paesi in via di sviluppo, la deforestazione è aggravata dal taglio di legna da ardere per uso domestico.
L’Indonesia gestisce una rete di zone protette che comprende il 9,1% (2007) delle sue terre emerse. Lo status di zona protetta è stato esteso anche a una vasta rete di riserve marine. Il governo indonesiano ha dichiarato sei riserve della biosfera nell’ambito del programma MAB (Man and the Biosphere, l’uomo e la biosfera) dell’UNESCO e ha ratificato la WHC (World Heritage Convention, Convenzione per il patrimonio culturale mondiale) nel 1989. Il paese possiede sei World Heritage Sites.
Fra gli accordi ambientali internazionali ratificati vi sono quelli riguardanti la biodiversità, il cambiamento del clima, le specie in via d’estinzione, la Convenzione sul Diritto del mare, l’abolizione dei test nucleari, la protezione dell’ozonosfera, il Trattato per il Legname Tropicale del 1983 e del 1994 e la protezione delle zone umide.
| 3. | Popolazione |
L’Indonesia è abitata da popolazioni appartenenti a più di 300 etnie, la maggior parte delle quali si può suddividere in due grandi gruppi: i protomalesi (che invasero l’arcipelago in epoca più antica e conservano usanze primitive) e i deuteromalesi (di insediamento più recente, accomunati dalla comune lingua malese e dalla religione musulmana). La popolazione delle isole orientali è invece di ascendenza prevalentemente melanesiana (vedi Melanesia). Importanti gruppi etnici sono i batak e i minangkabau di Sumatra, nonché i minahasa del Sulawesi. Nelle Molucche, le popolazioni costiere includono gli ambonesi, quelle dell’interno gli alfur. Nella provincia di Papua (sull’isola della Nuova Guinea), i papua indigeni dell’interno, favoriti dall’isolamento, hanno mantenuto una cultura propria, mentre i papua della costa presentano strette affinità etnico-culturali con i vicini popoli melanesiani. Il maggior gruppo non autoctono è quello cinese; questa comunità ha sviluppato usanze e dialetti distinti, ha storicamente dominato il settore finanziario e vive soprattutto nelle aree urbane. La popolazione olandese è scesa da 60.000 a meno di 10.000 unità.
L’Indonesia è il quarto stato più popoloso del mondo (dopo Cina, India e Stati Uniti), con 237.512.360 abitanti e una densità media di 130 unità per km². Circa la metà degli indonesiani vive a Giava, Madura e Bali, che sono tra le aree più densamente popolate del mondo; il 52% della popolazione vive in insediamenti rurali. Nello sforzo di controllare la sovrappopolazione sulle isole maggiori, il governo ha introdotto nel 1969 una politica di migrazione interna, o transmigrasi, criticata in quanto può minacciare la sopravvivenza delle culture tradizionali delle isole minori. La speranza di vita nel 2008 era di 73,1 anni per le donne e di 68 anni per gli uomini.
| 1. | Lingua e religione |
In Indonesia si parlano 150 lingue distinte. La più diffusa è quella ufficiale, il bahasa Indonesia, appartenente al gruppo maleopolinesiano e simile al malese, con varie influenze lessicali (olandesi, indiane, arabe e anglosassoni). Per ulteriori informazioni, vedi Lingue indonesiane e Lingue maleopolinesiane.
La libertà di culto è garantita dalla Costituzione. L’islamismo è la religione praticata dall’87% della popolazione: l’Indonesia è la nazione musulmana più popolosa del mondo. La più grande delle religioni minori (9,6%) è quella cristiana, con circa venti milioni di fedeli, i due terzi dei quali protestanti. Il buddhismo è praticato dall’1% della popolazione, per la maggior parte di origine cinese. L’induismo, un tempo dominante, è ora limitato solo al 2% circa della popolazione, concentrato principalmente a Bali; l’influsso indù rimane comunque forte all’interno della cultura e della società indonesiana. Una varietà di religioni indigene è ancora praticata in aree più remote.
| 2. | Istruzione e cultura |
Prima dell’indipendenza, l’accesso alla scuola primaria o secondaria era limitato e l’istruzione a livello universitario quasi inesistente. Dal 1949 i governi hanno dato grande importanza alla formazione culturale dei giovani, e nel 2005 il tasso di alfabetizzazione della popolazione adulta ha raggiunto l’89,5%. Secondo la legge indonesiana, tutti i bambini devono frequentare almeno sei anni di scuola primaria, seguita da sei anni di scuola secondaria. Il sistema didattico è modellato su quello olandese. Gli atenei con il maggior numero di iscritti includono l’Università dell’Indonesia (1950), a Giacarta; l’Università statale Pajajaran (1957), a Bandung; e l’Università Gajah Mada (1949), a Yogyakarta.
In Indonesia ci sono circa venti grandi biblioteche, le maggiori delle quali hanno sede nelle città di Bandung, Bogor, Giacarta e Yogyakarta. Gli Archivi del Museo nazionale (360.000 volumi) si trovano a Giacarta, come la Biblioteca Nazionale (750.000 volumi). Il Museo di Bali si trova a Denpasar.
L’induismo e il buddhismo hanno avuto un’influenza profonda sul paese e hanno lasciato un importante retaggio nell’arte, nella musica, nell’architettura e nella scultura: ciò si nota soprattutto nei palazzi e nei templi di Giava e di Bali. L’influenza araba è stata notevole dal XIII secolo, soprattutto attraverso l’insegnamento dell’Islam. La cultura delle isole è invece permeata di influenze del Sud-Est asiatico, della Cina e della Polinesia.
Per informazioni più dettagliate su alcuni aspetti della cultura indonesiana, vedi Batik; Borobudur; Danza indonesiana; Musica indonesiana.
| 4. | Divisioni amministrative e città principali |
Il paese è suddiviso in 32 fra province e distretti: Aceh, Bali, Banten, Bengkulu, Celebes Centrale, Celebes Meridionale, Celebes Settentrionale, Celebes Sudorientale, Giakarta, Giava Centrale, Giava Occidentale, Giava Orientale, Gorontalo, Isole della Sonda Occidentali, Isole della Sonda Orientali, Jambi, Kepulauan Bangka Belitung, Kepulauan Riau, Kalimantan Centrale, Kalimantan Meridionale, Kalimantan Occidentale, Kalimantan Orientale, Lampung, Maluku, Maluku Utara, Papua (già Irian Jaya), Riau, Sumatra Meridionale, Sumatra Occidentale, Sumatra Settentrionale, Yogyakarta.
Le tre maggiori città dell’Indonesia si trovano sull’isola di Giava: Giacarta è la capitale e il maggiore centro commerciale, culturale e amministrativo del paese. Bandung è un centro industriale e culturale di rilievo; l’economia della città si basa inoltre sulle circostanti coltivazioni di riso. Surabaya, porto e capoluogo di Giava Timur, è la terza città dell’Indonesia. Medan è la più grande città di Sumatra Utara; il centro commerciale di Palembang è la seconda città dell’isola. Ujung Pandang è il maggior porto di Celebes, e Banjarmasin la più grande città del Borneo indonesiano. Altre grandi città sono Malang, Yogyakarta e Surakarta a Giava, Padang a Sumatra, Kupang a Timor; la più grande città delle Molucche è Ambon, sull’isola di Amboina.
| 5. | Economia |
Dotata di un grande potenziale sia di risorse umane sia di materie prime, quali minerali, prodotti agricoli e legname, l’Indonesia è tuttavia un paese di recente industrializzazione, la cui ricchezza deriva in gran parte dalle esportazioni. All’inizio degli anni Novanta il governo nazionalizzò le imprese per istituire un’economia pianificata. Suharto introdusse un’economia di libero mercato, sostenuta dalle entrate del petrolio e del gas naturale, e da investimenti e aiuti stranieri su larga scala. L’inflazione è del 13,60% in rapporto al PIL (2006). Si registrano maggiori investimenti nell’istruzione, nelle infrastrutture, nell’agricoltura e nelle attività industriali.
La maggioranza della popolazione rimane dipendente dall’agricoltura e i livelli medi di guadagno sono relativamente bassi. Secondo le statistiche della Banca Mondiale, l’Indonesia fa ancora parte dei paesi a basso reddito. Nel 2006 il prodotto interno lordo fu di 364.790 milioni di dollari USA, corrispondenti a 1.635,50 dollari pro capite. Lo sviluppo economico è concentrato sulle isole maggiori, mentre le aree periferiche dell’arcipelago restano povere.
| 1. | Agricoltura e allevamento |
Il 20,2% (2005) del territorio è coltivato e il 42% (2006) della popolazione attiva è impegnato nel settore agricolo. La coltivazione principale è quella del riso, di cui l’Indonesia è il terzo produttore mondiale dopo la Cina e l’India. Base dell’alimentazione del paese (ne sono state prodotte 59.965.735 tonnellate, con un consumo pro capite di 192 chilogrammi nel 2006), il riso viene coltivato su una superficie di oltre 10 milioni di ettari.
Altre produzioni importanti sono quelle di manioca, mais, olio di palma, banane, patate dolci, soia, arachidi, agrumi e ananas. Le piantagioni forniscono inoltre caffè, canna da zucchero, tè, tabacco, copra e, in misura minore, kenaf (una fibra utilizzata per fare corde), cotone e agave sisalana. Gli allevamenti di volatili da cortile, caprini, ovini, bovini, suini e bufali non sono particolarmente sviluppati.
| 2. | Risorse forestali e pesca |
Il 46,5% (2005) dell’Indonesia è coperto da foreste, quasi tutte di proprietà dello stato. Il legname prodotto è pari a 98.817.686 m³ (2006). Buona parte di questo ingente quantitativo è usato come combustibile, ma non mancano qualità molto pregiate come ebano, mogano, sandalo, teak, bambù, rattan e Hevea, da cui si estrae il caucciù, del quale un tempo l’Indonesia era il maggiore produttore mondiale. A causa dell’eccessivo disboscamento, praticato soprattutto a Sumatra e a Kalimantan a fini commerciali, in tempi recenti il governo ha promosso un programma di riforestazione.
Oltre al riso, il pesce (sia d’acqua dolce sia di mare) è un altro elemento essenziale dell’alimentazione indonesiana. Nel 2005 la pesca ha fornito 7.179.500 tonnellate di pescato. Le varietà di pesci più importanti per l’economia del paese sono sgombri, tonni, sardine, scampi e gamberi.
| 3. | Risorse energetiche e minerarie |
L’attività mineraria impiega meno dell’1% della forza lavoro, ma fornisce più del 13% del prodotto interno lordo; le risorse energetiche sono fra le più cospicue ricchezze indonesiane. Petrolio, gas naturale, stagno, bauxite, nichel, carbone, rame, manganese, ferro, diamanti, oro, argento, fosfati, sale e uranio sono le principali risorse minerarie. La produzione di petrolio è fortemente cresciuta dopo il 1970 e oggi l’Indonesia è, con 420.537.890 barili all'anno (2004), il secondo produttore di greggio dell’Estremo Oriente dopo la Cina. Sumatra è la principale area petrolifera; altri giacimenti si trovano a Kalimantan e al largo di Giava. La produzione di gas naturale iniziò nel 1976 e l’Indonesia è oggi un importante esportatore di gas naturale liquido.
| 4. | Industria |
L’espansione e la diversificazione industriale restano i principali obiettivi dei programmi statali di sviluppo. La maggior parte delle imprese si occupa della lavorazione di materie prime, come la raffinazione di petrolio e la produzione di tabacco, legname e alimentari; sono presenti inoltre industrie chimiche (fertilizzanti), tessili, elettroniche (radio e televisori) e automobilistiche. Il comparto industriale fornisce il 47% del PIL annuo e occupa il 19% della popolazione attiva (2006). Le fabbriche, concentrate a Giava, sono in gran parte statali. L’8% (2003) dell’elettricità prodotta nel paese è generata da impianti idroelettrici, il resto in centrali alimentate a carbone o a petrolio.
| 5. | Commercio e finanza |
Il settore dei servizi occupava nel 2005 il 38% della forza lavoro, fornendo il 40,1% del PIL. Coadiuvato da forti investimenti governativi, il turismo si è trasformato, negli ultimi vent’anni, nel settore economico più attivo: nel 2006 4.871.000 turisti hanno visitato il paese. La maggior parte dei visitatori proviene dal Giappone e dall’Australia, e le mete più frequentate sono Giava, Bali e Sumatra.
Dal 1964 tutte le importazioni ed esportazioni dell’Indonesia sono state condotte da compagnie commerciali statali. Le esportazioni principali includono petrolio greggio, petrolio raffinato e derivati, gas naturale liquido, compensato e prodotti tessili. Altre esportazioni importanti sono gomma, caffè, stagno, olio di palma, tabacco, tè. Le importazioni principali includono macchinari, materiale elettrico, prodotti chimici, riso, ferro, acciaio e prodotti farmaceutici. I principali partner commerciali dell’Indonesia sono Giappone, Stati Uniti, Germania, Singapore, Taiwan e Corea del Sud. Nel 2004 il valore complessivo delle importazioni fu di 42.948 milioni di $ USA, mentre le esportazioni totalizzavano 64.484 milioni di $ USA.
Dal 1965 la moneta ufficiale del paese è la nuova rupia. La Banca di Indonesia è la banca centrale e il principale istituto di credito del paese.
| 6. | Trasporti e vie di comunicazione |
L’Indonesia ha quasi 400 porti, alcuni dei quali costituiscono punti nevralgici dei commerci internazionali, come Tanjung Priok (Giacarta), Tanjung Perek (Surabaya), Semarang, Padang e lo scalo petrolifero di Dumai (Sumatra), Ujung Pandang (Celebes). I trasporti non sono molto sviluppati, in particolar modo nelle isole periferiche. Nel 2002 la rete stradale contava 368.360 km di strade, asfaltate per il 58% (2002). L’Indonesia dispone di 6.458 km di linee ferroviarie, concentrate a Giava, Madura e Sumatra. La linea aerea nazionale è la Garuda, di proprietà statale, alla quale si affianca la linea interna Merpati Nusantara. Gli aeroporti internazionali si trovano a Giacarta e Surabaya (Giava), Medan (Sumatra), Manado e Ujung Pandang (Celebes), Denpasar (Bali), Biak (Papua) e Batu Ampar (Batam).
| 6. | Ordinamento dello stato |
Ex colonia dei Paesi Bassi, l’Indonesia proclamò l’indipendenza nell’agosto 1945, conseguendola effettivamente nel 1949, in seguito al ritiro delle truppe olandesi. L’Indonesia è una repubblica basata sulla Costituzione del 1945, emendata in alcune parti tra il 1998 e il 2002. Il paese è stato sottoposto, sin dalla sua indipendenza, a regimi autoritari, in cui l’esercito ha avuto un ruolo di primo piano, e gode di una certa democrazia solo dalla fine degli anni Novanta.
| 1. | Potere esecutivo |
Eletto – dopo la revisione costituzionale del 2002 – a suffragio universale per un periodo di cinque anni, il presidente è capo dello stato e del governo, ed è coadiuvato nelle funzioni esecutive dal consiglio dei ministri.
| 2. | Potere legislativo |
Il potere legislativo è affidato a una Camera dei rappresentanti (Dewan Perwakilan Rakyat) composta da 550 membri eletti a suffragio universale ogni cinque anni; accanto a questa opera una Camera dei rappresentanti regionali (Dewan Perwakilan Daerah) di 128 membri.
| 3. | Potere giudiziario |
Il sistema giudiziario si ispira al diritto olandese, ma hanno un ruolo rilevante le leggi consuetudinarie e in alcune zone del paese (e in particolare ad Aceh) la legge islamica (shariah); al vertice del sistema vi sono una Corte suprema e una Corte costituzionale. È in vigore la pena di morte.
| 4. | Governo locale |
L’Indonesia è divisa in 29 province e tre territori speciali: la capitale Giacarta e Yogyakarta a Giava, Aceh a Sumatra. L’ex colonia portoghese di Timor Orientale fu annessa forzatamente all’Indonesia nel 1975; nel 1999, dopo un referendum che rifiutò il piano di autonomia proposto dal governo di Giacarta, Timor Orientale ha ottenuto l’indipendenza, proclamata ufficialmente nel 2002.
| 5. | Partiti politici |
Dal colpo di stato attuato da Sukarno nel 1965, l’unico partito legale fu il Partai Golongan Karya (o Golkar, Partito dei gruppi funzionali), costituito da un’alleanza di vari gruppi e dominato dalle forze armate. Negli anni Settanta vennero legalizzati altri due partiti, il Partito democratico indonesiano e il Partito unito dello sviluppo, a loro volta controllati dal regime.
Dopo l’introduzione del multipartitismo nel 1998 sono sorti molti movimenti politici. Oggi, oltre al Golkar che ha conservato un ruolo predominante, le principali forze politiche presenti nel Parlamento indonesiano sono: il Partito democratico indonesiano-Lotta (Partai Demokrasi Indonesia Perjuangan, PDIP; conservatori); il Partito del risveglio nazionale (Partai Kebangkitan Bangsa, PKB; populisti); il Partito unito dello sviluppo (Partai Persatuan Pembangunan, PPP; di ispirazione islamica); e il Partito democratico (Partai Demokrat, PD; di ispirazione vagamente liberale). Il Partito comunista, sterminato e bandito negli anni Sessanta, non si è più ricostituito.
Esercitano una forte influenza sulla vita politica del paese le due organizzazioni islamiche Nahdlatul Ulama (più laica e democratica) e Muhammadjiyah (sostenitrice di un ruolo centrale della religione nella politica e nella società indonesiana), che riuniscono decine di milioni di membri e gestiscono migliaia di scuole e di centri. In varie aree del paese, e in particolare ad Aceh e Papua, sono presenti forti movimenti nazionalisti in lotta per l’indipendenza contro il governo centrale.
| 7. | Storia |
A Giava sono stati rinvenuti i resti fossili del cosiddetto “uomo di Giava”, ominide appartenente a una delle prime forme di vita umana (Homo erectus). Durante il periodo neolitico e fino al 1000 a.C., popoli protomalesi approdarono a Giava, dove il bronzo fu introdotto attorno al 300 a.C. dal Vietnam del Nord e dalla Thailandia. Le prime testimonianze di rapporti commerciali tra la baia del Bengala e l’Indonesia, come anche la diffusione dell’induismo, risalgono al I e II secolo d.C. I contatti con la Cina si intensificarono nel III secolo, grazie all’attività missionaria dei monaci buddhisti cinesi.
| 1. | I primi regni |
Due furono i principali tipi di unità politiche dell’arcipelago: gli stati commerciali marittimi, lungo le coste di Sumatra, Giava del Nord, Borneo, Sulawesi e altre isole orientali, e i regni interni basati sulla coltivazione del riso nell’area centrale e orientale di Giava. Il più grande impero marittimo fu quello di Srivijaya, sviluppatosi attorno alla città di Palembang, nella costa sudorientale di Sumatra; verso la fine del VII secolo esso divenne un centro strategico per i commerci con India e Cina, e per cinque secoli monopolizzò i traffici in tutta la regione occidentale dell’arcipelago.
I regni indo-buddhisti interni possedevano un’organizzazione amministrativa gerarchicamente complessa guidata da un re divinizzato; essi hanno lasciato splendide testimonianze della loro civiltà in sontuosi templi (VIII-IX secolo). Sotto il re buddhista Kertanagara (1268-1292), la potenza di Giava si estese fino a Sumatra. Il suo successore fondò il regno di Majapahit, il maggiore tra i domini giavanesi (1293), che sotto Hayam Wuruk (1350-1389) raggiunse l’apice della potenza, includendo grandi parti di Indonesia e Malesia.
| 2. | L’islam e il dominio olandese |
In Indonesia l’islam iniziò a diffondersi dal XIII secolo dagli stati costieri di Sumatra (per opera dei mercanti attratti dall’oro, dai legni pregiati e dalle spezie di cui la regione era ricchissima) ed ebbe una netta accelerazione in seguito alla formazione del sultanato di Malacca (vedi Regno di Malacca), sulla costa occidentale della Malesia. Durante il XV secolo la richiesta europea di spezie dalle isole Molucche crebbe di continuo e Malacca divenne il maggiore emporio sulla rotta commerciale per l’Occidente; il sultanato divenne allora un importante centro di diffusione dell’islam. Dal 1511, tuttavia, l’insediamento dei portoghesi limitò il potere di Malacca, e dalla fine del XVI secolo si affermò un nuovo regno musulmano sorto a Giava: il regno di Mataram.
| 3. | L’influenza olandese |
La Compagnia olandese delle Indie Orientali venne fondata nel 1602. Istituito a Batavia (ora Giacarta) il proprio quartier generale, impose l’egemonia sull’arcipelago impedendogli ogni contatto col resto del mondo grazie a una fitta rete di postazioni militari e a un complesso sistema di alleanze con i signori locali. Nel 1641 gli olandesi assunsero il controllo diretto di Malacca. Nel XVIII secolo, la difficoltà crescente di difendere il monopolio del commercio delle spezie nella regione indusse la Compagnia a mutare radicalmente politica, introducendo nelle isole le prime piantagioni di caffè e altri prodotti esotici, e coinvolgendo intermediari cinesi, sempre più presenti nell’arcipelago. Nello stesso tempo si esaurì la vicenda del regno di Mataram, diviso nel 1755 nei principati di Surakarta e Yogyakarta, entrambi tributari della Compagnia. Dopo lo scioglimento di quest’ultima per bancarotta nel 1799, il governo dei suoi possedimenti passò direttamente alle autorità olandesi.
Conteso tra francesi e inglesi durante le guerre napoleoniche, nel 1824, con il trattato di Londra, l’arcipelago tornò in possesso degli olandesi, contro i quali scoppiarono molte rivolte (1825-1830). A Sumatra, gli olandesi imposero la loro autorità sulle aree centrali nel 1837, annettendo i principati costieri nel 1858. A Giava, la colonizzazione fu attuata sfruttando l’intermediazione dei sultani locali. Uno dopo l’altro, caddero sotto il diretto controllo olandese altri territori: Celebes, le Molucche, le isole della Sonda e gran parte del Borneo. Gli olandesi intensificarono lo sfruttamento coloniale con il sistema delle “coltivazioni forzate” in estese piantagioni, che imponeva la coltivazione di prodotti destinati all’esportazione su un quinto del territorio agricolo. Estremamente vantaggioso per gli olandesi (i guadagni delle esportazioni quintuplicarono in un decennio), il sistema danneggiò enormemente le popolazioni locali, facendo diminuire la produzione di riso e provocando una grave carestia tra il 1840 e il 1850.
Nel 1870, una massiccia campagna di protesta dei liberali olandesi portò alla soppressione delle “coltivazioni forzate”. Tra i principali beni esportati verso l’Europa, il caffè, lo zucchero e il tabacco vennero rimpiazzati dal petrolio, dallo stagno e dal caucciù prodotti nelle regioni di nuova annessione: Aceh (sottomessa nel 1908) e Bali (1909).
| 4. | Il nazionalismo e l’occupazione giapponese |
All’inizio del XX secolo le autorità olandesi avviarono nella regione indonesiana la cosiddetta “politica etica”, che portò alla costituzione di una classe dirigente locale. Subito si manifestarono i primi segni di presa di coscienza nazionale, che si concretizzarono nell’attività del primo movimento nazionalista e antiolandese, l’Unione islamica (Islam Sarekat). Fondata nel 1912, l’Unione islamica contava nel 1918 oltre 2 milioni di membri nell’intero arcipelago. La reazione olandese fu dapprima conciliante: al termine della prima guerra mondiale fu istituito il Volksraad (Consiglio del popolo), assemblea consultiva dei maggiori gruppi etnici delle isole. I leader nazionalisti si rifiutarono di far parte dell’assemblea, e lo scoppio di rivolte a Giava (1926) e nella sezione occidentale di Sumatra (1927) contribuì all’irrigidimento delle posizioni degli olandesi, che adottarono una politica repressiva nei confronti del movimento nazionalista. Quest’ultimo trovò un nucleo più strutturato ed efficiente nel Partito nazionalista indonesiano di Akmed Sukarno e Muhammad Hatta, che crebbe di popolarità nonostante la persecuzione dei suoi dirigenti, costretti al carcere o all’esilio.
L’invasione giapponese dell’Indonesia aprì al movimento nazionalista locale nuove prospettive. Nel 1942 i giapponesi, dopo aver occupato l’arcipelago e intendendo guadagnarsi l’appoggio della popolazione locale, concessero a Sukarno ampia autonomia. Nonostante la durezza del regime di occupazione, la nascita di embrioni di istituzioni politiche nazionali bastò inizialmente a garantire ai giapponesi l’appoggio della classe dirigente locale: nell’ottobre del 1944 Tokyo promise l’indipendenza al paese.
| 5. | Il dopoguerra e la lotta per l’indipendenza |
Il 17 agosto 1945, due giorni dopo la resa del Giappone, Sukarno e Hatta proclamarono l’indipendenza della Repubblica di Indonesia, assumendone la guida. Londra, convintasi del sostegno popolare alla neonata Repubblica, cercò una mediazione fra l’Indonesia e gli olandesi, ansiosi di ristabilire il controllo sulla colonia. Nel novembre 1946, con l’accordo di Linggajati, le autorità olandesi consentirono l’insediamento di una repubblica a Giava e Sumatra, conservando il controllo del resto dell’arcipelago, tra cui alcune importanti zone petrolifere.
Nel luglio 1947, pretese violazioni all’accordo furono utilizzate dagli olandesi per rioccupare militarmente ampie regioni di Giava e Sumatra. L’intervento delle Nazioni Unite favorì la ripresa delle trattative, che portarono alla firma dell’accordo di Renville. Nel 1948, ignorando la linea del cessate il fuoco, gli olandesi assediarono Yogyakarta, incarcerando o espellendo i leader nazionalisti indonesiani. La controffensiva scatenata dai nazionalisti, unita alla pressione della comunità internazionale, costrinse però gli olandesi ad accettare, in una conferenza convocata a L’Aia nel 1949 (accordi della Tavola rotonda), la cessione di tutti i loro possessi indonesiani (a eccezione della Nuova Guinea) a una Repubblica federale degli Stati Uniti d’Indonesia, legata ai Paesi Bassi da un’Unione indonesiano-olandese. Subito dopo il passaggio dei poteri, gli stati federati si riunirono tuttavia in un’unica entità repubblicana, dando vita al nuovo stato indonesiano.
| 6. | Gli anni di Sukarno |
I tentativi del nuovo governo di creare uno stato unitario che integrasse popolazioni e culture molto diverse tra loro furono ostacolati dalle spinte secessioniste dei gruppi musulmani di Giava e Aceh, e da quelli antirepubblicani sostenuti dagli olandesi a Sulawesi e nelle Molucche. Denunciata nel 1954 l’unione con i Paesi Bassi e stabilita la piena indipendenza dell’Indonesia, nel 1956 il presidente Sukarno annunciò l’introduzione di una forma di democrazia parlamentare di matrice locale (“democrazia guidata del consenso”). Seguirono due anni di crisi, anche per l’esaurirsi degli investimenti stranieri nel paese, conseguente alla nazionalizzazione delle proprietà olandesi e alla marcata svolta neutralista di Sukarno, che nel 1955, con la riunione della conferenza afro-asiatica di Bandung, diventò uno dei principali leader dei paesi non allineati.
L’Indonesia di Sukarno perseguì una dinamica politica estera, avvicinandosi alla Cina e all’Unione Sovietica. Riuscì poi a riottenere l’Irian Jaya (1969) e si scontrò diplomaticamente e militarmente, nella cosiddetta “Konfrontasi”, con la Malaysia per una parte del Borneo (1963-1966). Sul piano interno, il paese conobbe un forte declino economico e l’intensificarsi dello scontro tra l’esercito e il forte Partito comunista.
Nel 1963 Sukarno assunse pieni poteri, proclamandosi presidente a vita, ma la sua leadership era già traballante. Il 30 settembre 1965, l’assassinio di sei generali dell’esercito, attribuito a un tentativo di colpo di stato del Partito comunista, scatenò una feroce campagna di repressione anticomunista, che si concluse con lo sterminio di centinaia di migliaia di membri comunisti reali o supposti e di molte persone di etnia cinese. Presa la guida dell’esercito, nel marzo del 1966 il generale Suharto costrinse Sukarno a cedergli i poteri, instaurando nel paese un regime autoritario.
| 7. | Il regime di Suharto |
Suharto impresse alla sua politica una direzione del tutto contraria a quella del suo predecessore. L’Indonesia pose fine al conflitto con la Malaysia e divenne una roccaforte occidentale promuovendo la costituzione dell’ASEAN (Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico). Il governo, controllato dall’esercito, incoraggiò gli investimenti stranieri ricevendo cospicui aiuti economici dai paesi industrializzati (soprattutto Stati Uniti e Giappone). Negli anni Settanta il paese conobbe una forte crescita economica, che favorì tuttavia il sistema di potere legato al clan di Suharto e all’esercito, alimentando la corruzione. Al fine di preservare i rapporti con l’Occidente, Suharto salvò le apparenze della democrazia, consentendo la costituzione di due partiti (ufficialmente indipendenti, ma in realtà controllati dal regime) e lo svolgimento di elezioni, sebbene del tutto controllate dal suo partito, il Golkar. Le proteste – che iniziarono a manifestarsi diffusamente già agli inizi degli anni Settanta anche contro i mastodontici piani di trasferimento della popolazione – vennero affrontate con una feroce repressione che costò la vita a migliaia di persone.
Per molti anni, la grave situazione interna non intralciò le relazioni economiche e diplomatiche indonesiane. Solo nel dicembre del 1975, l’invasione dell’ex colonia portoghese di Timor Orientale, accompagnata dallo sterminio di decine di migliaia di persone, venne severamente condannata dall’ONU e provocò l’isolamento internazionale del paese. Da allora, il regime di Suharto fu costretto non solo a fronteggiare la resistenza armata timorese, ma anche l’insorgenza di una sanguinosa guerriglia nazionalista in altre aree dell’arcipelago indonesiano. A Giava, la principale opposizione al regime di Suharto venne espressa soprattutto dagli studenti e dai musulmani, protagonisti nel 1978 e nel 1984 di rivolte brutalmente represse.
La crescente domanda di giustizia sociale e di apertura alla democrazia non mutò il carattere repressivo e corrotto del regime di Suharto, che negli anni Ottanta venne fatto oggetto di aspre critiche provenienti anche dall’esercito e dalle potenti organizzazioni ufficiali musulmane. Nel 1996 il regime di Suharto diede un primo segno di cedimento, quando Megawati Sukarnoputri, figlia di Sukarno, fu estromessa dalla presidenza del Partito democratico indonesiano, provocando violentissimi disordini sedati a fatica dall’esercito. Altri disordini sconvolsero verso la fine dell’anno Giava e il Kalimantan.
| 8. | La caduta di Suharto |
Nel 1998 la crisi economica del paese si acuì, provocando una diffusa sommossa contro Suharto, che il 10 marzo costrinse tuttavia il Parlamento indonesiano a rieleggerlo per la sesta volta alla presidenza del paese. Nonostante la violenta repressione, la rivolta, che ebbe il suo centro nelle università, non si spense, costringendo Suharto a dimettersi il 21 maggio, dopo 32 anni di potere ininterrotto. Il successivo tentativo di conservare intatto il sistema di potere basato sul Golkar e sull’esercito fallì grazie alla mobilitazione popolare e alle forti pressioni internazionali (in particolare quelle del potente alleato statunitense). Succeduto a Suharto alla presidenza del paese, Jusuf Habibie stabilì un dialogo con le opposizioni, introdusse libertà politiche e civili e promise elezioni democratiche e libere.
Habibie riprese anche le trattative con le forze indipendentiste di Timor Orientale (al cui leader, Xanana Gusmão, vennero concessi gli arresti domiciliari dopo diversi anni di detenzione in carcere), nonostante l’ostilità di una parte dell’esercito e delle milizie filoindonesiane dell’isola, che minacciarono nuove violenze. Agli inizi di maggio 1999, l’Indonesia e il Portogallo pervennero a un accordo su Timor Orientale che stabiliva lo svolgimento di un referendum, da tenersi nell’agosto successivo, attraverso il quale l’ex colonia portoghese annessa all’Indonesia nel 1976 avrebbe scelto se accettare la proposta di Giacarta (di restare cioè sotto la sovranità indonesiana usufruendo di un’ampia autonomia), oppure rendersi del tutto indipendente.
Il 7 giugno 1999 in Indonesia si svolsero le prime elezioni democratiche, il cui risultato fu proclamato da Habibie solo il 20 di agosto. Nonostante le forti pressioni di un apparato di partito ancora potente e dell’esercito, il Golkar ottenne solo il 21% dei voti, a fronte del 37,4% del Partito democratico indonesiano-Lotta di Megawati Sukarnoputri e del buon risultato di nuovi partiti nati in seno all’opposizione moderata, in particolare il Partito del risveglio nazionale e il Partito del mandato nazionale, espressione delle due potenti associazioni islamiche, la Nahdlatul Ulama di Abdurrahman Wahid e la Muhammadjiyah di Amien Raïs.
| 9. | L’indipendenza di Timor Orientale |
In un clima di violenza provocato dalle milizie filoindonesiane spalleggiate dall’esercito di Giacarta, il 30 agosto 1999 a Timor Orientale si svolse un referendum che respinse a grande maggioranza la proposta di Giacarta, scegliendo l’indipendenza. Il 4 settembre, poche ore dopo la proclamazione dei risultati, si scatenò la violentissima reazione delle milizie filoindonesiane, che nell’arco di pochi giorni misero a ferro e fuoco centinaia tra città e villaggi, uccidendo migliaia di persone e costringendone alla fuga centinaia di migliaia.
Il 15 settembre l’ONU autorizzò l’invio di una forza di pace, che, costituita soprattutto da truppe australiane, il 24 settembre sbarcò a Timor Orientale. A ottobre, il Parlamento indonesiano fu costretto dalle pressioni internazionali a ratificare i risultati del referendum, annullando l’annessione del 1976.
| 10. | Lotte per il potere |
Nel settembre del 1999 il Parlamento indonesiano elesse Abdurrahman Wahid alla presidenza e Megawati Sukarnoputri alla vicepresidenza del paese. Leader della Nahdlatul Ulama, la maggiore organizzazione islamica indonesiana, ma popolare anche al di fuori della comunità islamica per la sua visione laica della democrazia e dello stato, Wahid avviò un tentativo riformatore, scontrandosi ben presto sia con i settori legati al vecchio regime di Suharto, sia con la Muhammadjiyah – l’altra forte organizzazione islamica guidata dal presidente del Parlamento Amien Raïs – sostenitrice di un ruolo più centrale dell’islam nella società.
Il presidente Wahid – la cui posizione era già compromessa dalla conflittualità all’interno del governo di unità nazionale – fu così coinvolto in una furibonda lotta per il potere. Accusato di corruzione e censurato dal Parlamento, Wahid fu sottoposto a una violenta offensiva da parte della Muhammadjiyah, che prima richiese a gran voce le sue dimissioni e in seguito promosse la procedura di impeachment. Il drammatico braccio di ferro si concluse nell’estate 2001, quando Wahid, sempre più isolato, compì un ultimo tentativo di conservare il potere decretando lo stato di emergenza, ma, perso il sostegno dell’esercito e abbandonato anche dai suoi collaboratori, fu destituito il 23 luglio dal Parlamento che aveva rifiutato di sciogliersi; al suo posto fu nominata la vicepresidente Megawati Sukarnoputri.
| 11. | Conflitti separatisti |
Megawati Sukarnoputri salì alla presidenza indonesiana forte di un ampio sostegno interno e internazionale. Il suo compito era tuttavia difficile: riformare il sistema politico e debellare il fenomeno della corruzione; rilanciare l’economia; fronteggiare il grave conflitto separatista a Sumatra, ad Aceh e nella provincia di Papua (dove, nella primavera del 2000, le milizie nazionaliste avevano proclamato l’indipendenza) e quello etnico e religioso, che nell’arcipelago delle Molucche stava causando migliaia di vittime e decine di migliaia di profughi.
Dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti (vedi anche vedi Stati Uniti d’America, Storia: 11 settembre 2001), Megawati Sukarnoputri offrì il suo sostegno alla strategia antiterrorismo promossa da Washington, impegnandosi a contrastare i gruppi islamici radicali presenti nel paese.
In seguito a difficili trattative condotte con i separatisti, nel gennaio 2002 venne istituita ad Aceh una “regione speciale” dotata di ampia autonomia; Megawati Sukarnoputri promosse un analogo provvedimento per Papua (ex Irian Jaya), che venne però bocciato dal governo. A febbraio, le maggiori organizzazioni delle comunità cristiane e musulmane delle Molucche pervennero a una tregua, ignorata però dal Laskar Jihad, la fazione islamica più estremista. Nei mesi seguenti, l’Indonesia fu investita da un’ondata terroristica che culminò a ottobre in un sanguinoso attentato a Bali (attribuito dal governo all’organizzazione islamica Jamaa Islamiyah, sospettata di collusione con Al Qaeda di Osama Bin Laden), in cui trovarono la morte più di 190 persone tra cui molti turisti australiani e britannici. Nonostante una tregua stipulata a dicembre con le forze separatiste, ad Aceh si intensificarono i combattimenti, che portarono nel maggio 2003 alla proclamazione della legge marziale.
La situazione del paese, già precaria, si deteriorò ulteriormente, a partire dal 2002, per la diffusione di una serie di epidemie (SARS, influenza aviaria, dengue), che causarono diverse vittime e ingenti danni economici.
Le elezioni legislative del marzo 2004 videro il ritorno del Golkar, il partito dell’ex dittatore Suharto, che conquistò il primo posto con il 21,6% dei voti e 128 dei 550 seggi del Parlamento indonesiano. Il Partito democratico indonesiano-Lotta di Megawati Sukarnoputri ottenne solo il secondo posto, con il 18,5% dei voti e 109 seggi. Nel primo turno delle elezioni presidenziali, svoltosi nel giugno seguente, il candidato del Golkar venne clamorosamente escluso. A settembre, l’ex generale Susilo Bambang Yudhoyono, già ministro degli Interni di Abdurrahman Wahid, conquistò la presidenza indonesiana superando con un largo margine Megawati Sukarnoputri (60,9% contro 39,1%).
| 12. | Accordo di pace ad Aceh |
Nel novembre del 2004 il governo di Giacarta lanciò una poderosa offensiva militare contro i separatisti di Aceh; nelle operazioni trovarono la morte più di 2000 persone, tra cui molti civili.
Il 26 dicembre l’Indonesia fu raggiunta, con altri paesi del golfo del Bengala, da un’onda anomala (il cosiddetto tsunami). La penisola di Aceh subì i danni più gravi; il capoluogo Banda Aceh e molti centri della costa occidentale della provincia furono infatti letteralmente cancellati dalla forza delle onde, che causò decine di migliaia di vittime. La tragedia favorì tuttavia una ripresa del dialogo tra governo e forze separatiste, che nell’agosto 2005 firmarono un primo accordo per il disarmo della guerriglia e il ritiro dell’esercito dalla provincia, alla quale venne promessa un’ampia autonomia. Il processo di pace culminò nel dicembre 2006 con le elezioni locali e con la nomina del leader del movimento separatista Irwandi Yusuf alla carica di governatore della provincia.
Nel maggio 2006 l’isola di Giava venne colpita da un disastroso terremoto che causò migliaia di vittime ed estesi danni materiali. A luglio, uno tsunami raggiunse le coste dell’isola, provocando la morte di più di 500 persone.
Controversi furono i risultati economici e sociali conseguiti dal governo di Yudhoyono, anche a causa della forte rivalità tra il presidente e il suo vice Jusuf Kalla, il leader del Golkar. Secondo un rapporto pubblicato nel dicembre 2006 dalla Banca mondiale, ma contestato da Giacarta, 109 milioni di indonesiani vivevano in condizioni di estrema povertà disponendo di meno di due dollari al giorno.
| 13. | Sviluppi recenti |
Nel giugno 2007 è arrestato Zarkasih, leader dell’organizzazione Jemaah Islamiah, ritenuta responsabile di molti attentati terroristici.
Nel gennaio 2008 muore all’età di 87 anni l’ex presidente indonesiano Suharto.